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Giovanni Occhipinti: “Corale con trittico”

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Quando la parola oscilla tra pathos drammatico e minaccia di nichilismo

di Barbara Carle

Giovanni Occhipinti, autore di numerosi libri di poesia, prosa, e critica ha prodotto una nuova opera di mirabile grandezza.

Corale con trittico” (Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 2010, pp. 93) consta di sette parti; tre corali, due interludi (più un preludio) ed una Finale, che comunque prolunga il genere distinto degli interludi. Alla fine abbiamo tre corali e quattro interludi. Il libro possiede quindi una duplice architettura che può essere vista come perfettamente simmetrica o leggermente sbilanciata.

La poesia di Occhipinti è essenzialmente dialogica e dantesca nella forma. In tutti gli interludi l' “io” è fortemente presente, è una voce che lotta per scoprire il significato attraverso visioni, flash, angoscia e auto-disapprovazione. A un certo livello potremmo vedere questo libro come un gioco paronomastico su parole chiave che finiscono per “io”: buio, Dio, interludio, silenzio e così via.

Il primo interludio inizia con l'invocazione di questa dimensione giocosa: Vorrei il suono di un organo per questo /sfogo di parole o gioco, intervallo /giocoso al mio cammino. Per la verità la parola “interludio” conferma questo aspetto del libro di Occhipinti: tra i giochi, tra i contesti attraverso i quali l' “io” lotta: Vorrei accendere il buio del tuo /Mistero (o del mio?). L' “io” lotta per uscire dal buio: bu/io. Forse l'essenza dell'anima poetica di Occhipinti va ricercata quando egli dichiara se stesso essere rapsodo (E io, rapsodo), tramite, e veicolo ctonio di canzone: e l'empio silenzio /nel lembo di terra che mi vive o mi /interra, creatura ctonia, natura /dolente esposta al giuoco del solito /niente.

Ogni interludio è composto da versi non spezzati che librano sull'endecasillabo, ma non si conformano perfettamente ad esso, narrati sempre dal punto di vista dell' “io” cercatore. Come potremmo aspettarci da ogni corale il noi domina in un misto polifonico di versi interrotti, registri e voci, citazioni dalla Bibbia e da vari filosofi, echi di Dante, Petrarca, Luzi, Montale, ecc. Questi frammenti di corale ambiscono a un Dio che permea tutto come unità (Dio) che l' “io” poi sconvolge.

La sua armonia è frammentata e tormentata dal ricordo di un figlio perduto: Tu sai /che cerco lui, che ancora tormenta il suo /non essere, e ancora di più nel lento /scorrere dei giorni. Gli ho donato in sogno /la parola che gli fu negata: e lui /leggeva sulle labbra la mia per /dirci niente... La Finale si conclude con un ipotetico augurio e lascia il lettore a vagare tra l'impressione di aver fatto l'esperienza di un itinerarium mentis ad deum tramite canti al cielo o l'impenetrabile geroglifici d'ombra di un essere terrestre e della perdita.

Il dialogo di Giovanni Occhipinti con il divino è al tempo stesso profano e tormentato, sublime e teatrale.

La sua parola oscilla tra pathos drammatico e minaccia di nichilismo. Quest'opera poetica intensa, dinamica, dalle molte sfaccettature è forse uno dei libri di Occhipinti di maggiore successo.

Egli attira il lettore nel suo microcosmo di epifanie visionarie, buio e gioco verbale.

 

Barbara Carle

Docente alla California State University di Sacramento

 

(articolo pubblicato sulla rivista letteraria americana “Gradiva”, International Journal of Italian Poetry, editor Luigi Fontanella, n. 41/42, spring/fall 2012, pp. 189-190)

 

Il Blog della Prof. Barbara Carle


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