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Moro e la politica. Moro e l’eterno conflitto tra politica e giustizia. Moro e i suoi studenti. Potremmo continuare all’infinito. Non pochi gli articoli, ma anche i libri, pubblicati in questi anni e, da ultimo, la docufiction pianificata in questi giorni sulla Rai per far rivivere il volto “inedito” dello statista, giurista e docente universitario. Fiumi di inchiostro per dare testimonianza del suo impegno civile e politico. La lettura dei testi va certamente suggerito per quanti vogliano conoscere la parabola dell’uomo, come studioso e come politico che attraversò da protagonista la nostra Repubblica nei suoi primi intensi trentadue anni, dall’Assemblea Costituente ai giorni del sequestro e assassinio maturati quarant’anni fa.

Ciò che dà una patina speciale, quasi a conferire delle vibrazioni originali alla figura di Aldo Moro, è il contributo giornalistico del professore Piero Vernuccio (direttore responsabile del mensile modicano “Dialogo”). Articolo che pubblichiamo con piacere perché non ha nulla a che vedere con le tristi vicende di quegli anni plumbei della nostra Italia ma che riguardano lo stesso la figura di Aldo Moro, come uomo.

 

Aldo Moro, l’uomo

Consultando le varie testate cartacee, ma anche on line, in queste settimane abbiamo notato la presenza di non pochi articoli che vanno a ripercorrere le vicende del cosiddetto “caso Moro”. A distanza di ben quarant’anni (il rapimento da parte delle Brigate Rosse avvenne il 16 marzo 1978 e l’uccisione il 9 maggio) permangono tuttora parecchie zone d’ombra e vistose contraddizioni sullo svolgersi dei fatti. La Magistratura ha concluso il proprio compito. Resta tuttora il silenzio di qualcuno che potrebbe nascondere particolari importanti per l’emergere della piena verità di quei momenti scolpiti nella storia.

Quanto andiamo a proporre non aggiunge nulla a quegli avvenimenti, per il semplice fatto che – pur includendo la figura dell’onorevole Aldo Moro - tratta d’altro.

Cinquant’anni or sono (siamo nel 1968) era operativo il Collegio universitario per gli studenti iscritti alla Facoltà di Sociologia di Trento. La Provincia di Trento aveva ristrutturato la storica Villa Tambosi (in cui è ubicato un edificio di linee classicheggianti eretto alla fine del Settecento, oggi sede del Centro di fisica nucleare teorica) sulle alture della città, ai piedi di Villazzano, e l’aveva destinata a convitto per ospiti di sesso maschile, garantendo un’eccellente organizzazione dei servizi di vitto ed alloggio.

Tra gli studenti presenti c’era un giovane (non è il caso di citarne le esatte generalità, né il Comune di residenza) proveniente dall’area territoriale ove Moro era cresciuto politicamente tra le fila della Democrazia Cristiana ed eletto per la prima volta deputato al Parlamento nel 1948. Da quella data, com’è noto, la carriera politica di Aldo Moro fu celere e fulgida, al punto da assurgere ai vertici delle cariche nazionali del Partito.

Agli inizi di ogni mese, puntuale, giungeva presso la portineria del Collegio un vaglia postale – recante un breve messaggio - indirizzato al giovane citato, il quale all’indomani si recava presso l’Ufficio postale al fine di riscuoterlo. Si verificò una volta che il vaglia fu lasciato, per dimenticanza, all’interno della camera sul tavolo di studio. Le camere, in gran parte, non erano singole e ciò permise che il vaglia, per l’importo di 50 mila lire, venisse notato da altri studenti convittori. Con clamore fu constatato che proveniva dall’onorevole Aldo Moro.

In un ambiente studentesco, che in quegli anni non era di certo filo-democristiano, si parlò diffusamente della “scoperta”, ma con il dovuto rispetto verso l’intestatario. Si trattava di un giovane molto cordiale e ben stimato, dedito tanto allo studio da collezionare, sul libretto e per ogni esame sostenuto, tanti “trenta” (o “trenta e lode”). Negli anni di corso godette sempre del cosiddetto presalario e, quindi, senza sborsare alcunché per la presenza all’interno del Collegio. Era, però, di salute piuttosto cagionevole (nonostante la giovane età, presentava problemi di cuore e faceva uso quotidiano di una pillola), mostrava emotività e si comportava come se avesse timore di tutto.

Si intuiva che la famiglia di provenienza (la madre era rimasta vedova) non godeva di un reddito sufficiente per mantenere un figlio agli studi universitari e, d’altronde, il figlio si comportava di conseguenza, senza alcun vizio o stravaganza. Quel vaglia mensile era quindi utilizzato per l’acquisto di testi, per spese di trasporto e per sostenere le piccole quotidiane spese.

Per quel vaglia postale, nessuno poté, oppure volle, indagare se provenisse da fondi personali dell’onorevole Moro, oppure da prelevamenti di fondi del Partito (o da altri fondi: in quegli anni Moro fu presidente del Consiglio in governi di centro-sinistra). I giudizi – come spesso accade – si spartirono in due schiere: chi in difesa di un comportamento caritatevole, chi nell’accusa di un comportamento clientelare.

Il giovane studente, interpellato dai colleghi convittori circa la provenienza di quel vaglia, ammise in tutta innocenza che veniva inviato dalla segreteria dell’onorevole. Nessuno gli chiese mai le motivazioni di tale “contributo”, ossia dei rapporti che l’onorevole Moro aveva con il giovane studente o con la famiglia. 

Piero Vernuccio


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