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Gatti della mia vita (Ismecalibri, 2015) è un racconto autobiografico nel quale l'autore intreccia la propria vita con la biografia dei suoi adorati gatti, attraverso profonde e sincere riflessioni, esistenziali e affettive, in una simbiosi che talora sembra avere dell'incredibile, specie se il rapporto o l'intesa in ″famiglia″ sono improntati a una complicità tacita e al tempo stesso eloquente.

Schembari ha in famiglia una lunga tradizione di amore verso gli animali, i gatti particolarmente, che gli deriva dalla nonna paterna. Si direbbe proprio che il suo legame, quasi umano, con i gatti, è di natura genetica. Se poi, per enfatizzare questo amore e questo rispetto verso i felini, dice di voler loro bene più che alle persone, noi questo potremmo anche accettarlo con beneficio d'inventario, ben sapendo che egli è sempre ben disposto verso gli amici, nei confronti dei quali dimostra amabilità e considerazione.

Nelle fitte pagine di questo sentito racconto lungo, l'autore presenta un interessante repertorio di gatti, ciascuno con la propria storia comportamentale e di vita, dalla quale si manifesta la quasi ″umanità″ della natura felina, che può anche coesistere, amabilmente, con quella dell'uomo negli sguardi, nei silenzi, nei miagolii, nelle azioni e persino nei capricci o nei dispetti. Diciamo pure che i gatti rappresentano il centro della famiglia Schembari, un vero e proprio punto di riferimento e motivo importante della quotidianità o nel vissuto di ogni giorno. Penso ad alcuni versi di Anna Maria Carpi, poetessa e traduttrice, che riporto dal suo recente libro L'animato porto, nel quale parla di un suo gatto amato e malato: ″la piccola scintilla/che veniva da me a mangiare qualcosa/fare le fusa/e coricarsi accanto:/in lui senza parola c'era il senso del mondo./Dio se ci sei, di me non ti curare,/prendilo lui,/verrà da te a mangiare″.

Ma non è tutto qua, naturalmente, poiché questo libro, che stiamo sfogliando con curiosità è anche un omaggio alla moglie Mitesa. Molte sue pagine suonano come una pubblica dichiarazione d'amore; ed è anche una pubblica confessione là dove contiene il significato morale e affettivo di un bilancio consuntivo che è soprattutto uno sguardo alla vita con i suoi protagonisti positivi o negativi, da guardare comunque e sempre con gli occhi della comprensione e/o del perdono. C'è un sincero abbandono in tutto questo, che ci dà la dimensione dell'uomo e dell'intellettuale che ha conosciuto talora il volto duro e indifferente della vita, ma sa e vuole considerarne soltanto quello buono come un dono e una spinta a viverla negli affetti più sinceri e più puri. L'aspetto autobiografico di questo racconto lungo di Emanuele diventa, qui, una confessione accorata e purificatrice, che lo nobilita agli occhi del lettore e ce lo restituisce in tutta la sua dimensione di creatura che ha conosciuto, nella sofferenza, i torti o gli inganni della vita e fors'anche il freddo della solitudine, a cui si è opposto con la forza dell'amore che lo ha elevato a sovrastare il negativo dell'esistenza quotidiana. Ed è proprio in questo crogiuolo di sentimenti che va considerato l'affetto per i gatti sempre presenti e partecipi degli affanni di ogni giorno.

I Gatti della mia vita hanno preso, in questo racconto, il posto delle persone più care, con le quali l'autore, come per una trasposizione, dialoga, fors'anche nel desiderio inconscio di recuperare un pezzo di esistenza che le tristezze o certe miserie della vita – ahimè – gli hanno negato. Egli ha brillantemente risolto (sia pure in una prosa pacata e priva di sussulti, lontana dalla verve e dalle effervescenze di Le macchie sul muro) le angustie e le angosce dell'esistenza autobiografica  nella biografia dei suoi amati gatti. Sì, proprio secondo quanto afferma il medico scrittore, il melomane Albert Schweitzer: ″I gatti e la musica sono ottimo rifugio dalle miserie della vita″.

 

Da adulto, Emanuele, ha mantenuto la ″caratterialità″ del ragazzo che sarebbe divenuto il poeta che conosciamo e l'intellettuale prestato al giornalismo, al quale, se da un lato donava la sua capacità carismatica e battagliera, dall'altro se ne allontanava, spinto dall'urgenza di liberare la propria creatività nel cielo corrusco o luminoso della Poesia, attraverso i cui versi manifestava la combattività civile che a tutt'oggi connota l'uomo e la sua scrittura.

Per il resto, se qualcosa in questo piacevole libro dovesse andare di traverso al lettore, sappia costui, che Emanuele è affascinato dal paradosso e dall'iperbole, e che l'uno e l'altra non per niente sono, linguisticamente e stilisticamente, ″figure di pensiero″, che gli appartengono, come sostanza, a sostegno delle sorprese della sua creatività.

 

Giovanni Occhipinti

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Paul Valéry