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Libri

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A pochi giorni dall’uscita di Scicli: onomastica e toponomastica, il nuovo libro di Salvo Micciché, edito da Biancavela e Il Giornale di Scicli, riportiamo la prima parte dell’introduzione dell’autore. Questo estratto fa parte anche della pagina dedicata dal quotidiano La Sicilia (13 marzo 2017, pag. 14) al libro, e riportata anche da Il Giornale di Scicli, in sintesi.

È la rielaborazione dell’introduzione del libro Onomastica di Scicli che l’autore ha scritto nel 1991 per i tipi de Il Giornale di Scicli.

 

 

«La Rocca di Shiklah, posta in alto sopra un monte, e delle più nobili, e la sua pianura delle più ubertose. Dista dal mare tre miglia circa. Il paese prospera moltissimo: popolato, industre, circondato da una campagna abitata, provvisto di mercati … Presso Shiklah e ancora una fonte chiamata ’Ayn-l Awqât [Donnalucata, ndr], cioè “Fonte dei tempi [o delle orazioni]”, cosi detta perche l’acqua non vi sgorga se non durante le ore della preghiera [islamica]».

Così, nella prima meta del XII secolo, il geografo arabo Al-Idrîsi descriveva Scicli nel “Kitab nuzhat al-mushtaq fi ikhtiraq al-afaq” (“Libro per il sollazzo di chi si diletta a girare il Mondo”), più noto come “Libro di Re Ruggero” (“Kitab Ruǵari”). E, difatti, tra il 1100 e il 1200, Scicli era uno dei principali centri di vita civile e commerciale della Sicilia. Come nel resto dell’isola, vi convivevano due anime, l’araba e la cristiana. Progressivamente la seconda prevalse sulla prima, ma della presenza araba restarono ampie tracce nei luoghi e nei nomi (toponomastica e onomastica).

Scicli medioevale, testimoniano le fonti, era un centro di ritrovo per tutti: il popolo, i mercanti, i numerosi nobili e titolati. Il suo sviluppo, cominciato assai lentamente, sembrava accelerare fino a raggiungere lo splendore tra i secoli XVI e XVII. Solo l’esiziale terremoto del 1693 parve arrestarlo. Intanto ai già numerosi nuclei familiari autoctoni altri se ne aggiungevano e altri ancora scaturivano dalle alleanze matrimoniali. Moltiplicandosi i rami gentilizi proliferavano anche i nomi e i cognomi, accumulandosi fino a raggiungere (col passar dei secoli) l’attuale numerosità.

Proprio da qui facciamo partire la nostra ricerca: dal Nome (delle persone e dei luoghi), dalla sua etimologia, dalla sua storia, o meglio “microstoria”, da aspetti apparentemente insignificanti, frammenti di storia di una terra e dei suoi abitanti. Visti in una prospettiva semiotica (con un occhio all’antropologia culturale), anche i nomi propri (quindi i cognomi e i toponimi) includono un segno, un indicatore di “significato” ancestrale che induce ad indagare non solo la semantica e l’etimologia, ma anche il rapporto tra significante e significato, tra segno, concetto e referente e che la pura etimologia riesce a stento a svelare. In questa prospettiva vengono spesso in soccorso la storia (e l’archeologia), l’araldica, l’antropologia e perfino la sociologia; ed è quanto abbiamo tentato cercando di mettere insieme tutte le fonti. [...]

 

Salvo Micciché 

 

Scicli: onomastica e toponomastica, pag. 17

Autore: Salvo Micciché
Editore: Biancavela - Il giornale di Scicli

Valutazione attuale: 5 / 5

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Simboli e nomi come fili intrecciati di vita: è il titolo della pagina che (a cura di Giuseppe Nativo) il quotidiano La Sicilia (edizione di Ragusa, 13 marzo 2017, pag. 14) ha dedicato al nuovo libro di Salvo Micciché, Scicli: onomastica e toponomastica, Biancavela - Il Giornale di Scicli - StreetLib, 2017.

Il libro è l'approfondimento di Onomastica di Scicli (Il Giornale di Scicli, 1991) in cui l'Autore ha pubblicato una sua ricerca degli anni '90 sui cognomi di Scicli. Il nuovo libro tratta ora anche oltre 200 toponimi di Scicli ed ospita un buon numero di pagine di storia della città di Scicli e della sua gente, con contributi di Giuseppe Nativo, Giuseppe Pitrolo, Paolo Nifosì, Pietro Militello, Paolo Militello, Stefania Fornaro ed anche di Guglielmo Pitrolo ed Elio Militello, cui il libro è dedicato alla memoria, insieme a Carmelo Micciché (padre dell'autore). In particolare, sono riportati nel libro  alcuni dei "Medaglioni" tratti dall'ottimo libro che il dott. Pitrolo pubblicò per Il Giornale di Scicli nel 2008, e inoltre due genealogie scritte da Bartolomeo Favacchio su "Il Giornale di Scicli". Tra gli autori citati anche don Ignazio La China e l'archeologa Angela Maria Manenti. L'appendice araldica ospita una serie di riproduzioni grafiche di armi araldiche (blasoni) disegnati dagli alunni della scuola media Dantoni di Scicli, sotto la supervisione del prof. Carmelo Errera, inoltre aggiunge 150 nuovi blasoni rispetto alla precedente edizione. Il libro uscirà in questi giorni come eBook e a stampa entro la fine di marzo.

Proponiamo ai lettori l'intervista che La Sicilia ha pubblicato nella pagina dedicata.

 

***

Come nasce il libro sull’onomastica e toponomastica di Scicli?

«Negli anni 89-90 sul quindicinale Il Giornale di Scicli fu pubblicata una rubrica fissa, curata da me, dal titolo inequivocabile “Onomastica di Scicli”. Nel 1991 quel lavoro di ricerca, pubblicata a puntate, e di “piacevole passatempo”, ebbe un esito a stampa con l’obiettivo di colmare un vuoto nella realtà locale, che, pur ricca di storia e tradizioni, non aveva registrato in maniera seria l’analisi dell’origine dei cognomi sciclitani».

Cosa è cambiato dalla prima edizione?

«In 26 anni circa dalla prima edizione ho avuto modo di notare l’evoluzione dei flussi di cognomi presenti nel territorio sciclitano, che ha presentato un trend sia positivo che negativo, con la scomparsa - meglio dire la “non presenza” - di alcuni cognomi e la comparsa di nuovi, e soprattutto di cognomi non autoctoni, forestieri (in primis maghrebini, rumeni, albanesi e anche colombiani e cinesi). Di tutto questo ho cercato di tenere conto, anche se risulta compito arduo per chi vuole rimanere fedele a un metodo scientifico e rigoroso».

 

In tempi moderni l’araldica molto spesso è bollata come “arte inutile” o metafora per nostalgici aristocratici alla ricerca di nobili origini.

«Nulla di più errato. Oggigiorno si conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla, per dirla con Oscar Wilde. L’araldica ha invece un valore storico che molti si ostinano a non voler considerare, e, se saputa interpretare, può aiutare molto lo storico (e lo storico dell’arte) a trovare indizi, tasselli, intuizioni utili per interpretare il corso degli eventi e le sorti di una famiglia o di un personaggio».

 

Ancora oggi, nella realtà meridionale e comunque nelle nostre piccole città, dove tutti si conoscono, chiedendo magari agli anziani il nome di una famiglia o di un personaggio conosciuto viene subito indicato con il soprannome o la cosiddetta “a ‘ngjùria”. Perché tale vezzo è ancora così radicato?

«In tempi antichi, ma anche in quelli relativamente recenti, non di rado è il soprannome che diventa cognome. Franco Causarano, nella prefazione al volume che ricalca quella dell’edizione 1991, citando il glottologo Giovanni Flechia scrive che la sorgente più copiosa dei cognomi (nel campo delle lingue neolatine), già nel 1878, è proprio il soprannome (di cui, un tempo, non si aveva il “terrore psicologico” che spesso ne hanno i moderni). Lo studio sull’onomastica ci fornisce prove eloquenti di quanto appena affermato».

 

Ci può fare qualche esempio?

«Tra i tanti presenti in territorio sciclitano: il cognome Cerruto, che deriva dalla forma dialettale cirrutu ovvero chi porta i capelli ricci; Blundetto, dal latino medioevale con significato di “biondino”. Non troviamo, nelle fonti, notizia da una derivazione da Blundo, ma non è da escludere (per brisura o altro). Vi sono anche tantissimi cognomi la cui etimologia deriva dall’arabo: Alfano, in arabo al-Fâni, duemila (nel tardo latino alphius è “bianco, chiaro”); Antoci (ad Enna si trova anche Antocci), sembra connesso al greco ánthos, cioè fiore. Poi, Cassará o Cassarino dall’arabo qasr, cioè castello; anche Cassibba dall’arabo khasîbah, abbondante...»

 

Quali sono state le fonti utilizzate per le variegate tematiche affrontate nel libro?

«Oltre ai libri e altri documenti cartacei, le fonti preziose sono state le iscrizioni, le insegne e armi gentilizie in palazzi, cimiteri, monumenti, che testimoniano la presenza delle varie famiglie, e a volte le relazioni, indizi utilissimi alla ricerca, che spesso supportano in modo egregio l’analisi dei testi. Abbiamo cercato di coordinare ed armonizzare ogni traccia, ogni scritto, ogni raffigurazione, al fine di limitare la frammentarietà dello studio. Dico “abbiamo” perché prezioso è stato l’apporto degli esperti che mi hanno coadiuvato, in quanto con la loro scienza e le loro conoscenze hanno permesso di “più che raddoppiare” l’inserimento di notizie rispetto alla precedente edizione del 1991 (ora sono 1100 cognomi contro i 550 di Onomastica). Cito solo pochi nomi, ma ringrazio tutti gli altri: Pietro Militello e Paolo Militello (Università di Catania), Paolo Nifosì, Stefania Fornaro, Ignazio La China…».

 

Intervista di Giuseppe Nativo

Valutazione attuale: 5 / 5

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Ragusa, 8 marzo 2017 – Per diversi anni si è aggirato tra le corsie dell’ospedale, poi ha intrapreso le vie del web divenendo integerrimo blogger, adesso è presente in diversi siti web con i suoi ebook. Per gli amici (non solo di #Ondaiblea) è “Salvuccio”, ma per tutti (anche per i suoi ex pazienti) è “u dutturi”, al secolo Salvo Figura. Classe 1951, già medico anestesista rianimatore, ragusano di adozione, trascorre il suo tempo libero tra la famiglia, i suoi birbantelli nipotini (di cui uno è sempre a cavalcioni sulle sue spalle) e la sua città natale, Palazzolo Acreide (Akrai come ama chiamarla), terra dal sapore corinzio, sui cui speroni rocciosi si odono ancora i passi degli dei e degli eroi.

Da qualche anno ama definirsi scrittore-medico, autore di non pochi romanzi veri gioiellini di narrativa. Selezionato al concorso Giallo Mondadori-Radio24 con il racconto “Asparago siculo” (2013) e sempre per i Gialli Mondadori “La neve di Piazza del Campo”. Premiato al XXX e XXXI Premio LILT di Parma per Medici scrittori, e al Premio Nazionale di narrativa AlberoAndronico di Roma IV e V edizione.

 

In questi giorni ha preso l’abitudine di bere tè verde al ginseng. Dice che è contro lo stress. Ma perché tanta fibrillazione?

«Se tutto va bene vedrò il mio romanzo in tutte le edicole d’Italia». Parole a caldo, proferite con una punta di timido orgoglio siculo ed un’emozione malcelata. E ha ragione. Con il romanzo inedito “Sapore di Panforte e mandorle Pizzute” Salvo Figura è finalista al Premio Alberto Tedeschi 2017 che, giunto quest’anno alla 38ª edizione, ha visto una folta partecipazione di autori-concorrenti per il miglior giallo italiano. Il vincitore sarà proclamato il 24 giugno a Cattolica nel corso del Mystfest e sarà messo sotto contratto da Mondadori edicola e Oscar libreria.

 

Il titolo della sua creazione letteraria è molto intrigante e, al contempo, curioso. Di cosa si tratta? 

«Non posso svelare molto sulle “mandorle Pizzute” perché sono il tema portante del romanzo. Le Pizzute – spiega Salvo Figura - sono una varietà di mandorle originarie di Avola (Siracusa) e sono così chiamate perché la loro scorza è provvista di un piccolissimo “pungiglione”, il “pizzo” appunto, donde il termine “pizzute”. Il protagonista, Minicu u Ruossu, trafficante di enormi quantità di cocaina, celerà le sue attività malavitose dietro il commercio di questa mandorla, uguale in tutto a una mandorla normale, se sbucciata, tranne che nel calibro: perfetto per entrare nei confetti senza che sia manipolata. Ma anche nel Panforte». 

 

Una vicenda tutta siciliana? 

«Mezza siciliana. La storia si snoda tra Avola e Siena. Due città a me care: nella prima ho vissuto e nella seconda mi sono laureato. La trama è contornata dal Palio di luglio, da un commissario che si rivela come un accanito investigatore e da infermiere “curiose”. A questi personaggi si aggiungono baristi buontemponi e bancari disonesti. Siena per com’era e come forse è tuttora, nei miei ricordi di giovane studente universitario».

 

Giuseppe Nativo

 

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Tratto da un articolo di G. Nativo su La Sicilia, 8 marzo 2017, pagina 27

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Ragusa, 7 marzo 2017 – Mercoledì 15 marzo alle ore 18, presso il Centro Studi “Feliciano Rossitto” - (Via Ettore Majorana, 5 – Ragusa) sarà presentato il libro di Giorgio Occhipinti, “Canto dell’Hybla”, edito dal CSFR.

Interverranno Gino Carbonaro, Giuseppe Nativo. Concluderà l’Autore.

Ai partecipanti sarà fatto omaggio di una copia del libro

 

Giorgio Occhipinti (già segretario generale della CamCom) continua a dare un saggio della sua raffinatissima vena letteraria, già espressa in “La cava della Gazza” (2005) e “Spatulidda” (2014). 

In queste ultime settimane è già presente in libreria “Canto dell’Hybla” (Ediz. Centro Studi “F. Rossitto”, Ragusa 2016, pp. 80), una raccolta di prosa-lirica (come la definisce, in prefazione, il prof. Nino Cirnigliaro) con la quale modula e canta la natura iblea dell’altopiano incantato, “poggio di Sicilia”, illuminato – scrive ancora Cirnigliaro – “dal sole che qui sorge o rischiarato dalla luna nella notte calda e senza vento”.

G.N.

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La colpa innocente di esserci

 

Leggiamo con avvinto interesse una raccolta di poesie - Vagheggiando Itaca, (Thule, 2016) -, di Mariolina La Monica, destinata a restare per il godimento e l'orgoglio (non solo ″siculo″) dei posteri.

Una poesia che cresce sul proprio vortice di immagini e avvolge, seducendolo, il lettore, proprio come può accadere ascoltando una sinfonia di Ciaikovsky: ″abbraccio questa vita/senza presunta saggezza/senza dolo/ e Sento/mi innalzo alla bellezza/mentre Ciaikovsky illumina/e dalla volta m'empie la mia luna″ (Volo di luglio).

Un dialogo, ma anche un monologo che, tra cielo e terra, coglie l'impercettibile e lo restituisce al lettore come dramma. Potremmo fare un lungo indice di frequenza delle spie semantiche che conducono all'insondabile, come condizione terrena e destino dell'uomo: qui, però, mai disperata, ma piuttosto con parvenza di apertura e tensione all' ″Altro″. 

″Aria″, ″airone″, ″infinito″, ″luce″, ″volo″ lasciano trapelare, a dispetto del dubitativo ″forse″, ″la risonanza di un respiro di bene/[...]/quando invisibili vagoni passano dinanzi/e nuovi sibili si diramano nell'aria/cercando un lume che consoli/[...]″.

 

Già a partire dal titolo - assai accattivante -, Itaca ci appare subito come la metafora del ritorno e dell'approdo e cioè della quiete sperata dopo l'avventura nei meandri dell'illusione, che cela alla fine l'inganno dell'utopia esistenziale per disvelarsi come accettazione di una realtà che va affrontata nella sua dolente oggettività e mutata, perché si possa continuare a essere al di là di ogni sofferenza e del disincanto.

Ma Itaca, qui, non è soltanto richiamo, ma una spinta, un miraggio, un impulso alla fuga da se stessi; è, talora, l'inconscio desiderio di annullare se stessi nello stordimento del viaggio ovvero nell'avventura dell'incognito da cui sempre l'uomo è tentato sino al rifiuto di sé e al compromesso col fato. Quella fuga ulissea ricorda tanto il volo di Icaro, ma anche lo sfinimento di Sisifo e perfino l'azzardo di Prometeo che follemente (qui, disperatamente), vola a rubare il fuoco agli Dèi. Siamo alla filosofia del Mito come ultima spiaggia di speranza e di fede; e meglio: si potrebbe dire di una scontentezza di fondo, che spinge all'avventura del Mito per rimediare ai limiti che riducono e umiliano la nostra libertà di uomini che nella libertà credevano di trovare il germe della felicità. Illusione, follia!

Ebbene, trovo che questa poesia, particolarmente nei suoi momenti più alti e sublimi, viva di tutto questo, ne abbia la fatica e l'esaltazione; la rabbia e l'accanimento e l'innocenza della speranza.

Per tutto ciò, la ritengo una grande poesia, ma non perché, oggi, mancano in Italia i maestri della Poesia (ahimè, li abbiamo lasciati al Secondo Novecento, lasciando il Terzo Millennio a guardare!), ma perché questa poesia sa trarre forza e vita dal nucleo incandescente dell'esistenza: e non solo, la interroga, interrogando e interrogandosi; ma la sfida e l'ama, la respinge e ne è attratta. In tutto questo è la dialettica dolorosa dei versi di Mariolina La Monica, che si fanno pensiero e pensiero del mondo, a dispetto della mondità che ci affligge. Ma ci sarebbe ancora molto da dire su questa poesia, che resta a testimonianza della sua stessa grandezza! Grande almeno, quanto il dolore dell'uomo che vive nel risentimento e nella ricerca dell' ″Altro″ il proprio ″sé″ ferito dalla vita o il destino di una condizione umana nella quale si consuma il ″tradimento″ e il sacrificio della creatura umana, innocente ma già segnata, paradossalmente, dal privilegio e dal dono della vita, ma anche, appunto, dal declino che segna la ″diversità″ nello stato di sofferenza dove ″domandarsi se è dono o pena/forza o fragilità/quel ritrovarsi a vivere/tutte le vite e tutte le morti″ (Domandarsi).

Si potrebbe ricominciare a scrivere di questa poesia di La Monica, sono certo che si troverebbero nuove parole per definirne ancora la profondità e la forza espressiva del linguaggio, che nella sua incisività corteggia la solitudine per dare una grande lezione di vita alla moltitudine ovvero alla tirannia del mondo che ci lusinga per ingannarci nello scontro quotidiano col dolore, ereditato dall'uomo per la colpa innocente di esserci!

 

Giovanni Occhipinti

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