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Tutto esaurito all’Auditorium Feliciano Rossitto per la regia di Giorgio Sparacino

 

Ragusa, 6 marzo 2017 – A parte qualche piccolo disguido tecnico, uno scrosciante e lungo e più volte ripetuto applauso ha contraddistinto la conclusione della serata teatrale di domenica scorsa proposta da Teatro Utopia con i tre atti unici di Anton Cechov per la regia di Giorgio Sparacino: “Fa male il tabacco – Una domanda di matrimonio – L’anniversario”. Luogo della messa in scena è stato il nuovo Auditorium del Centro studi “Feliciano Rossitto” di Ragusa che per l’occasione ha fatto registrare il “tutto esaurito”. Il cast degli attori, costituito da Marco e Pippo Antoci, Pino Arestia, Monica Bisceglia, Ornella Cappello, Giorgio Gurrieri e Natalina Lotta, ha dato il meglio senza far trapelare una pur minima fibrillazione dovuta all’emozione della prima.

 

Nel monologo “Il tabacco fa male” si è notato un Pino Arestia, forse un po’ a corto di voce (che ha poi brillantemente recuperato in corso di recitazione), timorosa vittima di una moglie padrona, il quale finisce per parlare dei propri guai, una volta che può sfogarsi e lamentarsi con qualcuno, invece di spiegare quale veleno possa essere il fumo. 

Ottima performance quella di Giorgio Gurrieri in “Domanda di matrimonio” in cui gli affiatati e bravissimi Marco Antoci e Monica Bisceglia hanno recitato fino in fondo la loro parte caratterizzata da momenti di remissività di un uomo pieno di dolori e tic psicosomatici e in cerca di sistemazione matrimoniale (Marco Antoci) e una donna forse un po’ presuntuosa e in attesa di marito (Monica Bisceglia). I due, sempre preda di irrazionalità e orgoglio malriposto, sono sempre pronti a litigare sulla proprietà di un terreno o sull’abilità dei propri cani, pur avendo in realtà necessità di sposarsi e continueranno quindi la propria lotta, per questioni di principio, all’interno del futuro matrimonio. L’architettura scenica è ruotata attorno ad una proposta di matrimonio incompiuta e alternata a intermezzi significativi e coreografici facendo sì che proprio quei corpi in balìa l’uno dell’altro potessero restituire meglio del dire la versione di un melò depurato e costellato di fissazioni con risate isteriche e sguardi che si accendevano.

Ben calibrata la scelta registica di affidarsi a un’introduzione musicale che funge da prologo agli intrecci scenici che diventano sempre più articolati in “L'anniversario”. Qui è un borioso presidente di una piccola banca (il “brillantato” Pippo Antoci) che si accinge a celebrare l’anniversario della propria fondazione. Attanagliato da mille pensieri, sprofonda in una conversazione caotica e delirante a più voci con la moglie sciocca e svampita (Ornella Cappello), con un impiegato frustrato (Pino Arestia) e con un’anziana e petulante anziana (Natalina Lotta) che pretende con insistenza la risoluzione di una pratica riguardante il marito in precarie condizioni di salute. 

Nei tre atti unici da Anton Cechov, per la regia firmata da Giorgio Sparacino, la sfida vinta è soprattutto lo smacco fisico, la ripetizione del gesto e la sottolineatura similare delle situazioni. Il desiderio è di accomunare senza omologare, di affidarsi allo spunto di un maestro per caratterizzare ironie e tormenti universali. Dalla pagina cechoviana emerge che oggi, rispetto ai suoi tempi, non è cambiato molto. Si è sempre in presenza di un mondo inasprito e decrepito. È questa la condizione di precarietà e d’incertezza che risuona nei suoi personaggi come nelle nostre vite. Siamo ancora qui ad illuderci, tra entusiasmi e smarrimenti d’amore, ma restiamo immobili o addirittura incurvati dall’accidia, dalla brama di possesso e dal denaro. 

 

Perché la scelta è caduta su Cechov?

«Perché questo grande autore del teatro russo e mondiale – ha spiegato il regista Giorgio Sparacino - vissuto tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, pur nelle sue opere minori, che mettono in mostra un teatro povero, fatto solo di mobili - sedie, tavoli, oggetti di scena (e anche personali) comunissimi - sa come suggerire allo spettatore il metodo per astrarre dai conflitti a cui assistiamo - fra cui, molto presente, quello tra soldi e sentimenti - i valori universali, per spalmarli non solo sui ridicoli protagonisti che abbiamo preso di mira, ma su tutte le società di tutti i Paesi e di tutti i tempi. E poi, abbiamo scelto Cechov anche perché è bello misurarsi con i “grandi”.»

 

Giuseppe Nativo

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