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Religione

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Superato il cosiddetto periodo dei “morti” ci si preparava a superare quel “periodo di mezzo”, antecedente a quello pre-natalizio, introdotto dal “novenario” dell’Immacolata. Era il periodo più bello in quanto si era catapultati, con la sana ed ingenua dolcezza di una volta, in un’atmosfera festiva il cui prologo era la consueta preparazione del presepe. Era come pianificare un’opera d’arte. Dal muschio ai ruscelli, dalle montagne agli sterrati e tortuosi sentieri, dalle capanne e botteghe alle statuette da disporre in modo spontaneo ma nella giusta postazione in base alle attività professionali rappresentate, non sempre fedeli ai luoghi e al tempo che vedevano la nascita di Gesù.

Tutto doveva avere un ordine quasi pre-costituito. Gli ultimi ritocchi erano fatti sistemando le luci intermittenti in modo tale da far entrare ciascuna “lucetta” in ogni casupola o grotta. I pastori, rappresentanti del ceto più semplice nonché destinatari privilegiati della buona novella, erano i protagonisti assoluti dopo, naturalmente, la “sacra famiglia” collocata, per consuetudine, in compagnia del bue e l’asinello. A cornice di tale impianto scenico – studiato fin nei minimi particolari dalla nonna - erano talora posti, quasi a delimitare i confini della zona presepe, un cospicuo numero di cioccolatini dalle variegate forme, colori e sapori.

L’apertura iniziale della scatola contenente i pezzi da disporre costituiva quasi un piacevole rito a cui nessuno della famiglia si sottraeva per la possibilità non solo di carpire i segreti della preparazione ma anche per dare eventuali suggerimenti o diventare promotore per l’acquisto di nuovi “personaggi”. Tutto si svolgeva con i tempi dovuti e necessari per la messa in opera di tutti i pezzi. Non potevano mancare “u ricuttaru”, “u furnaru”, “u cacciaturi” (il rivenditore di ricotta; il fornaio; il cacciatore). Ma anche pastorelli identificabili per l’atteggiamento: “u spavintatu” (chi prova spavento), l’arrotino, il barbiere e colui il quale ripara i piatti rotti. Un mondo a sé, ricreato in spazi angusti o che poteva occupare intere stanze della casa. Oggi di quel mondo, forse, è rimasto poco. Tuttavia, resiste la tradizione dei presepi, in particolare laddove è forte il legame con le tradizioni. 

Giuseppe Nativo

 

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Nel 1968 il panorama mondiale si presenta ricco di speranze e, al contempo, carico di problemi. In Europa i movimenti di rivoluzione studentesca cercano di rinnovare la società e in vari Paesi del mondo crescono movimenti di protesta. Nel continente latino-americano il Brasile si trova immerso in una crudele dittatura militare. In Argentina i “sacerdoti per il Terzo mondo” sono combattuti dai militari e malvisti dalla gerarchia ecclesiastica. Nel 1966 in Colombia i militari avevano assassinato Camilo Torres e l’anno dopo in Bolivia era stato ucciso Che Guevara. È questo l’orizzonte in cui si celebra, dal 18 al 25 agosto 1968, a Bogotà (Colombia) il 39° Congresso Eucaristico Internazionale.

Anche la città di Ragusa partecipa ai lavori del congresso con una delegazione di cui fa parte il dinamico parroco cappuccino della Sacra Famiglia, Padre Gregorio Lantieri da Palazzolo.

Si tratta, come riportato dal quotidiano “La Sicilia”, in cronaca di Ragusa, sabato 17 agosto 1968 (pag. 6), di una “nuova missione” che consentirà al frate “di condurre una indagine sulle condizioni religiose-sociali di questa parte tormentata dell’America”. Il vulcanico Padre Gregorio non è nuovo a queste incombenze in quanto l’anno precedente aveva fatto parte “di una delegazione in visita in Russia” soggiornando alcune settimane anche a Mosca dove aveva avuto modo “di conoscere da vicino le condizioni di vita del popolo sovietico con particolare riguardo alla sua evoluzione anche in campo religioso dopo gli ultimi fermenti” in parte frenati dal particolare regime politico. L’instancabile attività di Padre Gregorio si era già estrinsecata nel suo “giro attorno al mondo”, dopo essere stato in Asia, India, Venezuela, Australia, Stati Uniti. Al suo rientro da Bogotà “la Chiesa di via Archimede (Sacra Famiglia) – conclude l’articolo - verrà arricchita da una nuova opera d’arte”, ovvero quell’altorilievo in legno, che ormai tutti i ragusani conoscono, raffigurante la “Sacra Famiglia”.

Reca la data del 21 agosto 1960 il decreto di erezione della chiesa “Sacra Famiglia” a parrocchia. Per l’intera comunità ragusana è un momento importante suggellato dalla presenza, tra gli altri, dell’allora vescovo (mons. Francesco Pennisi), Padre Gregorio da Palazzolo (vicario parrocchiale), Padre Ferdinando da Sortino (provinciale), Carmelo Pisana (sindaco).

In quella caldissima giornata agostana è cospicuo il numero di fedeli che segue la cerimonia e gremisce la chiesa. Il vescovo Pennisi celebra la S. Messa e dopo aver raccolto il giuramento dà il possesso canonico a Padre Gregorio. “Il novello parroco – recita il numero unico di una pubblicazione parrocchiale editata nel 1965 – riceve la stola, prende possesso del confessionale e dalla balaustra tiene il suo discorso”. E’ molto emozionato in quanto il 21 agosto ricorre il giorno della sua ordinazione sacerdotale. Dal quel momento le sue omelie, le sue riflessioni teologiche, i suoi consigli, sono seguiti da parecchia gente proveniente anche da “fuori” parrocchia.

Nell’ottobre 1959 Padre Gregorio aveva ricevuto dai padri Superiori il compito di preparare la “nuova” parrocchia dei PP. Cappuccini in via Archimede. E’ con la festa di Cristo Re che è ufficialmente riaperto il culto nel tempio chiuso fin dal 1951, quando l’allora Superiore chiudeva il Convento di Via Archimede, trasferendo la Comunità in Piazza Sammito (oggi Piazza Cappuccini) e dando lo stabile in affitto alla Questura.

A Padre Gregorio si deve il completamento della chiesa e la costruzione della seconda ala del convento. Con la sua instancabile ed intensa attività pastorale dà impulso non solo a varie attività religiose, ricreative e assistenziali, ma anche ad importanti modifiche che hanno reso la parrocchia attraente e ricca di opere d’arte moderna. 

 

“Il Focolare”, notiziario mensile di Padre Gregorio

– “Padre Gregorio è stata una persona con una sensibilità umana e una intelligenza non comune”, così lo descrive Paolo Bozzaro (oggi psicoterapeuta in territorio etneo) all’epoca giovane studente universitario collaboratore del notiziario mensile “Il Focolare” che pubblicizzava le attività culturali e pastorali del Centro Sociale e che proponeva saltuariamente spunti di riflessione su temi ambientali, sociali e familiari. La redazione era curata dall’attivo e simpatico Padre Gregorio. “L’ho incontrato a Ragusa nel 1974 nell’ambito della mia prima esperienza di collaborazione giornalistica al notiziario. Padre Gregorio mi diede un 'credito di fiducia e di stima' così immediato e ampio, fin dai nostri primi contatti, che in un certo senso mi meravigliò e disorientò! Gli mandai così degli articoli per ‘Il Focolare’, che la mia 'arroganza' giovanile riteneva 'fortemente provocatori' (per il pubblico 'tradizionalista' del suo giornale), che lui puntualmente pubblicò senza alcuna esitazione né commento”.

 

Come lo ricorda?

– “Aveva una visione molto più ampia e meno 'clericale' dell'abito che indossava e questo nel tempo mi fece apprezzare ancora di più la sua persona e la sua attività religiosa, caratterizzata da una attenzione costante alla dimensione antropologica, psicologica e sociale dell'esistenza umana, in sintonia con le aperture promosse all'interno della chiesa dal Concilio Vaticano II. Poter parlare di 'aborto' o di una lettura 'laica' dei vangeli (attraverso i testi di De Andrè) o di 'compromesso storico' su un 'giornale cattolico di provincia', mi sembrò allora un atto di coraggio e di apertura, del quale solo un tipo come padre Gregorio poteva essere in grado di assumersene la responsabilità con una 'disinvoltura' francescana disarmante. E di questo gliene sono stato grato a vita”.

Bozzaro seguiva “a distanza” (abitando a Catania) le attività del consultorio familiare che Padre Gregorio aveva aperto a Ragusa e le numerose iniziative che promuoveva nell'ambito della parrocchia Sacra Famiglia, ma “ne condividevo lo spirito e l’impronta essendo anch'io, come psicologo, impegnato nella promozione della rete dei primi consultori familiari, avviati in Sicilia proprio in quegli anni”. 

Giuseppe Nativo

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Scicli, 22 Maggio 2018 – Non poteva non essere sabato 26 maggio, il giorno in cui Scicli festeggia la sua Vergine guerriera, quello scelto da Tanit Scicli per rimettersi in cammino e portare sciclitani e viaggiatori alla scoperta di tesori d’arte e fede Sulle Orme di Maria. 

Il secondo appuntamento annuale con i Cammini Sacri di Tanit, promossi all’interno del circuito regionale di Vie Sacre Sicilia, è, infatti, un itinerario affascinante, tracciato in una città profondamente mariana come Scicli, nella quale si trovano numerosi edifici e testimonianze artistiche dedicate al culto della Vergine Maria, venerata e pregata in tutte le manifestazioni del ciclo mariano, profondamente presenti nelle fede locale. 

L’itinerario, snodandosi fra viuzze medievali e grandi spazi barocchi, farà scoprire le chiese di San Giovanni Evangelista, la Matrice, di San Bartolomeo, della Madonna del Carmine, di Santa Maria la Nova, nelle quali simulacri, dipinti, bassorilievi raccontano di una fede mai estinta e sempre viva.

Raduno e partenza sabato 26 maggio alle ore 10.00 presso il Museo dell’Antica Farmacia Cartia.

 

Vincenzo Burragato

 

Per informazioni e prenotazioni, Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry