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Editoriali
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«Sono stata umiliata, vessata, calpestata, minacciata, tradita. Bastava anche uno sguardo a lui non gradito, e giù botte. Per tante, tante volte. E per nessun motivo. Tu non capisci niente, tu non devi fiatare, tu devi fare quello che dico io. Tu non devi parlare con le tue amiche, tanto sono tutte puttane. Tu non devi. Tu non fai. Tu non sei.

Sono Sara, e come me anche Vanessa, Giulia, Chiara, Elisa. Tutte donne che abbiamo subito la forza inane e brutale di quell’uomo che diceva di amarci e che voleva proteggerci. Quello stesso uomo ci ha schiaffeggiato, derise, picchiate, ci ha prese a pugni, a spintoni, a calci, tirato i capelli, annullate come donne, come madri, abnegandoci come persona. Questa è la tragica realtà. Alcune di noi non saremo mai madri, né potremo vedere un tramonto, né vedere sorgere il sole, né ammirare le stelle in cielo, né gioire o condividere.

Quel carnefice che diceva di amarci ha reso la nostra vita un vero inferno, in quella stessa casa che doveva regalare amore e calore e invece, per troppe di noi, è stata la tomba».

 

 Tanta, troppa la disperazione che gira intorno all’incubo che si chiama violenza domestica, dove la paura attanaglia, lo sgomento pervade, il tempo appare infinito e nulla può, verso quella cieca indicibile follia che tormenta e assale.

Molti uomini considerano ancora la donna un oggetto, un essere incapace di agire e pensare autonomamente, una proprietà di cui può disporre come vuole e non è questione di cultura, né di ceto sociale, né di età. La donna continua a lottare. L’ha fatto per il divorzio, per l’aborto, per l’uguaglianza dei diritti e continua a farlo. I dati parlano chiaro.

Femminicidio e denunce per stalking pare essere in netto aumento e se ancora siamo qui a parlarne, è perché manca una logica garantista da parte dello stato  a tutela di tutte quelle donne fragili e in difficoltà. Tanto si è detto, tanto si è fatto, ma evidentemente non è sufficiente. Le leggi ci sono, ma devono essere ancora più rigide e inflessibili. Alla prima denuncia, al primo segnale di pericolo, devono scattare misure ferree e protezione assoluta per la donna che deve essere assistita e sostenuta economicamente, socialmente e giuridicamente.

La donna, né come Antigone che si è arresa alla sua condizione, né come Medea che si è macchiata di sangue, ma semplicemente donna con eguali diritti, con stessi rapporti paritari dell’uomo.

Non c’è dubbio che gli stereotipi di genere sono ancora ben radicati, ma percorsi di educazione al rispetto, fin dalla più tenera età, possono essere utili e fondamentali per assottigliare questa linea invisibile di differenza che tanto fa male e, per la stessa linea, molte donne trovano la morte.

Liberare mamme e bambini dai lacci della violenza, come ha sostenuto Papa Francesco, è possibile grazie anche alle tante case protette che accolgono. Occorre fare rete quanto più possibile, parlarne fino allo sfinimento, garantire pene certe e durature, tutelare, proteggere e aiutare la donna a riprendere in mano la propria vita attraverso interventi mirati e ridare dignità e rispetto a quella persona che si chiama donna, per disegnare una società equa e veramente civile.

 

Graziella Fortuna


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