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Rubrica: Spigolando
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Ragusa, 23 marzo 2021 — La contrada è una dell’altopiano ibleo: “A çjana” per quelli che abitano da queste parti. Si raggiunge dalla Ragusa-Chiaramonte Gulfi. Ma pochi, ormai, la raggiungono. Io tra quelli, e solo perché dopo due giorni di pioggia leggera speravo in un buon bottino di sparici (Asparagus acutifolius per gli italiani).

Una antica massarìa, abbandonata chissà da quanto, era il posto ideale: çjuse senza pascolo, senza trattori. Ma la mia attenzione è andata ad altro. Nello specifico un cancello. Un semplice cancello. Arrugginito, evidentemente vecchio, non antico.

Da vicino si nota una lavorazione a mano, aste tortili. Lo stile è quel liberty leggero, che negli Iblei si sviluppò dopo la Prima guerra mondiale e fino alla Seconda. Delicato, elegante, raffinato. Un disegno che è facile incontrare nelle case cittadine. E, nelle case di campagna, nei saloni della parte riservata al ricco proprietario. Non mi era mai capitato di vedere tanta arte e maestria applicate ad un semplicissimo cancello posto all’ingresso di una trazzera rurale, concluso da due semplicissimi pilastrini.

Da qui una breve, semplice e semplicistica considerazione. Perché, facciamo finta nel 1920, facciamo finta un massaro ragusano, facciamo finta di medie capacità economico-produttive, spendeva oltre il quadruplo del necessario (ovvero un cancello in ferro con griglia larga) per collocare un cancello all’ingresso della trazzera che portava alla masseria?

Ovviamente non abbiamo una risposta precisa. Quel massaro sarà morto da cento anni, gli eredi, se ne esistono, sono poco interessati (tant’è che la masseria è abbandonata, ruinata)

Possiamo fare delle ipotesi. Possiamo infatti ipotizzare, e gli storici dell’arte potranno confermare, che un secolo e passa fa i nostri avi amavano la bellezza. Quella vera, quella duratura. Quel massaro, molto probabilmente, non aveva più della terza elementare (ché a loro bastava saper leggere e scrivere e calcolare quante salme di frumento avevano raccolto, e quante di fave e quanti caciocavalli), però apprezzava il bello. In ogni sua forma: è appena il caso ricordare che molti dei nostri avi cantavano le arie della lirica, conoscevano bene le costellazioni e chi di loro era mercante o pescatore si orientava a fiuto, letteralmente, per andare a Malta e poi tornare.

Ai nostri antichi piaceva il bello e nei cantonali delle loro case in muratura, palazzi o dammusi che fossero, inserivano sempre l’elemento artistico che la distinguesse quella casa.

Non credo oggi l’omologo del massaro di contrada Pruvuludi abbia le stesse esigenze del nonno. Certamente avrà altro da pensare. E dovendo rifare il cancello metterà in croce quattro assi di latta.

Dimenticavo: i sparici. Siccome ho perso tempo a guardare il cancello in stile liberty, ne ho raccolti pochissimi, solo per una piccola frittata, (che però era buonissima, forse perché i sparici crescevano all’ombra di quel bellissimo cancello: bello e semplice, lineare ed essenziale. Proprio come siamo gli iblei. Almeno quelli di un tempo.

 

Saro Distefano

 


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