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Rubrica: Bell`Italia

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Ragusa, 12 ottobre 2021 — I recenti fatti di Roma (assalto alla sede della CGIL da parte di neofascisti) mi hanno fatto riflettere sul fenomeno.

I fascisti in Italia sono sempre stati una notevolissima porzione della popolazione. Di essi, la gran parte sono bravissime persone: pagano le tasse, rispettano le regole, alcuni votano Fratelli d’Italia.

Una percentuale minore, per fortuna, si dedica alla violenza, che è un tratto distintivo di tutti i fascismi e totalitarismi, a cominciare da quello italiano. squadrismo e fascismo sono termini che possono essere accostati spesso, per fortuna non sempre. Possono testimoniare di avere amici che si definiscono “fascisti” che già da anni hanno accettato le regole democratiche della Repubblica.

Altri, che ovviamente non possono essere miei amici, ritengono che rompere ogni tanto la testa di qualche avversario è cosa buona e giusta, una libera espressine della propria opinione, affiata alla violenza anziché alla parola e al ragionamento.

Mentre si discuteva di questo e d’altro, il mio amico Bruno mi ha raccontato un episodio. Con l’assalto fascista alla CGIL di Roma non c’entra molto, anzi nulla. Unico punto di aggancio è il fatto che il protagonista dell’episodio era un fascista.

Ma era uno di quelli che rigettano l’idea stessa di violenza. Anzi, era, il “nostro”, un dispensatore di bontà, e il suo stesso lavoro la intendeva come una sorta di missione, praticata per oltre mezzo secolo con impegno e passione e grande soddisfazione della clientela (praticamente mezza Ragusa).

Il nostro stava tutto il giorno a lavorare e, rimasto convinto della giustezza del pensiero fascista, ancora entusiasta del Duce, guardava ai comunisti come avversari (per quanto una buona percentuale di suoi clienti erano comunisti o comunque antifascisti). Ma essendo un uomo buono, non andava in giro a rompere ossa o a far ingurgitare olio di ricino. Lui si limitava ad una innocua forma di critica verso i comunisti e il comunismo (per quanto lui faceva rientrare nella categoria anche socialisti, socialdemocratici e repubblicani, non foss’altro che per l’essere nemici giurati dei Savoia). Una critica in forma di musica, possiamo dire.

Riferisco (come Bruno mi ha riferito): immaginate la celeberrima «Avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera trionferà». Bene, sulla stessa identica melodia, il “nostro” fascistissimo cantava: «avanti popolo, alla ricotta, mentre le è cotta, si mangerà».

Delicato, simpatico, non avrebbe offeso nessuno, nessuno si sarebbe risentito. Lo si sapeva fascista e brava persona. Li finiva, con un sorriso e il pensiero di andar da Massa Vicè per comprare due cavagne.

 

Saro Distefano


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