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Per le vie della Giudecca (ph. salvomic / Biancavela Press)

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Rubrica: Raccontando...

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I fantasmi che si nascondono tra i vicoletti della bella Ortigia,  arricchiscono la magia dell’antico isolotto

 

Ortigia, suggestivo ed incantevole isolotto nel cuore del Mediterraneo, possiede pittoresche viuzze e vicoletti. Sembra uno scenario fiabesco, invece quello scoglio parla di classicità e nasconde tra i suoi palazzi blasonati, storie drammatiche di baruni e baruneddi.

Ai lati, maestose residenze alcuni dei quali nobiliari con un bel blasone in bella vista, con balconi impreziositi da merletti barocchi e il sole che non manca mai ad irraggiare e ad insinuarsi finemente tra i decori che elegantemente abbelliscono i poggi e dove un tempo i gran signori erano soliti affacciarsi, per mettere in bella mostra la loro agiata opulenza. Ma in quegli stessi palazzi che a solo guardarli incutono rispetto, celano fatti e misfatti, storie incredibili che solo la ragione può stabilire dove inizia e finisce la fantasia.

Molti ortigiani, coloro che hanno visto i natali e sono cresciuti tra le suddette viuzze, fanno fatica anche loro a rammentare, ma proprio in quel palazzo che si affaccia maestoso sul lungomare, si è consumata una tragedia, una vicenda orripilante che ha visto come protagonista Nunziella, na bedda picciuttedda che poverina il destino con lei non fu tanto clemente. A quei tempi non era raro che i matrimoni venissero organizzati tra parenti e fu così che a Nunziella le fu annunciato che si sarebbe dovuta sposare con Giuvá, figghiu ri sa ziu Ienzu e quindi suo cugino. Le nozze si celebrarono senza tante cerimonie, un brindisi fra il parentato, due dolcetti di frutta marturana, dui nuciddi, tanticchia ri simenza, nu bicchierino di assenzio e poi tutti a casa.

Nunziella si abituò presto a quella vita da moglie, ma non era contenta. Giuvá era fuori tutto il giorno e, quando tornava alle cinque in punto, desinava e poi si curcava. E così tutti i giorni.

Col suo carattere fumantino e lupignu, si inalberava anche se una posata era spostata; mai na parola duci, mai na sciuta, anzi intimava alla povera Nunziella di non mettere il naso fuori casa e non dare confidenza a nessuno. Nunziella poverina, pia com’era, sopportava senza mai proferire, ma dentro provava un profondo rancore verso quel marito imposto e che non amava. Si rodeva e si sentiva sola, sempre più sola. Dentro di lei nasceva un livore verso quell’uomo di cui mai aveva nutrito un buon sentimento, una rabbia sorda, un arrovellamento che nasceva dalla pancia, che bruciava e si insinuava come una serpe che dal basso, saliva come un turbine fino alla testa.

Passavano gli anni, sempre uguali, sempre gli stessi. Nunziella non ce la faceva proprio più e non poteva neanche contare nel conforto di nessuno, perché nessuno aveva. I suoi familiari, sapendo do mali caratteri ro maritu, si erano allontanati tutti. Ma si sa, le tempeste nascono nelle acque chete. Fu così che Nunziella ebbe quel malu pinseru, ri chiddi  ca nun si po cuntari. Giorno dopo giorno cominciò a mettere nella minestra un po’ di quel liquido verdastro e, nel giro di sei mesi, comu fu e comu nun fu Giuvá si scuagghio’ nzuppilu nzuppilu. E Nunziella s’allibbittó di quel marito scomodo, che le aveva tolto la sua anima e cominciò a fare la vita che sempre aveva desiderato.

Ma… ogni storia che si rispetti, ha sempre un risvolto, un epilogo che non è sempre quello di cui ci si aspetta. Giuvá , lupu ri mala cuscienza e di malu sangu, cominciò a comparire ri notti, tutte le notti, tormentando la bella Nunziella che non poteva credere ai suoi occhi. Se lo vedeva spuntare di rarreri, le spostava suppellettili, sentiva lamenti e sussurri, lo vedeva persino nello specchio con quegli occhi biechi e minacciosi.

Non ne poteva più e comu fu e comu nun fu, la trovarono un giorno svampita e ca testa liggera che girava e girovagava senza meta e senza lustri tra le viuzze della bella Ortigia.

E Giuvá? Lui è rimasto lí, tra quelle mura, arraggiatu ca cerca ancora Nunziella e pari, accussí si cunta, ca non trova paci e s’aggira comu nu fantasima sempre cu l’occhi arraggiati ca cercano e cercano.

 

Gabriella Fortuna

 

 Gabriella Fortuna


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