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Foto: Il bombardamento di Caltanissetta (fonte Wikimedia)

Cultura
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Argomento: Storia
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Il periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale conobbe l’affermarsi di un nuovo impegno politico-letterario e artistico in direzione del “neorealismo” come denuncia e possibilità di riscatto del Paese distrutto dalla guerra.

Esemplare in questo senso l’opera di Carlo Levi Cristo s’è fermato ad Eboli (1945) che, nell’angolazione di una tematica meridionalistica, scopriva la miseria d’una arcaica civiltà contadina. In questo contesto segnato da travagli sociali appare la testimonianza di Maria Occhipinti, come la ritroviamo nel racconto autobiografico Una donna di Ragusa (Ed. Landi,), che introduce ad una esperienza tra colloquio interiore e viaggio della memoria. «Man mano che scrivevo – dice l’autrice – la lava infuocata dei ricordi, passando sul mio cuore malato mi liberò giorno per giorno di tutti i veleni, di tutti i mali segreti che mi avevano consumata da anni…

Lavoravo i personaggi, li mettevo a fuoco per cavarne l’espressione viva e nella familiarità con quelle ombre, con quelle che a me per tanti anni erano parsi dei mostri, li vidi così ridicoli e primitivi che sentii il bisogno di carezzarli, di amarli, ne ebbi perfino pietà».

La scrittura l’aiuta perciò a rendersi conto di se stessa, dei grumi esistenziali che si sciolgono man mano che Maria Occhipinti discende scruta i ricordi per comprenderli e comprendersi. Eventi difficili ce ne furono, e il suo racconto fornisce un interessante spaccato della quotidianità in un piccolo paese dalle tranquille ritualità domestiche dove «la gente fa il pane in casa per tutta la settimana». L’analisi che lei compie prorompe dal bisogno d’intraprendere itinerari di ricerca oltre l’autoritarismo delle istituzioni e della cultura patriarcale del possesso, avvertendo la precarietà dell’essere donna in un mondo chiuso, abitudinario, ripetitivo. Classista e bigottamente repressiva la società ragusana di quegli anni.

Per soddisfare il suo impegno civile e politico, si iscrive alla Camera del Lavoro. Poi la sua vita si annoda alla “grande” storia in un modo inquietate e alquanto discutibile. Se al Nord i giovani lasciavano le loro case per andare sulle montagne a fare partigiani, nel più profondo sud addirittura si facevano nascere le repubbliche autonome con l'infiltrazione delle forze fasciste, giunte ormai al capolinea. È del dicembre 1944 l’inizio della rivolta del “nonsiparte!” come renitenza alla leva che ebbe il suo epicentro nel ragusano e nel catanese.

Su decisione del governo Bonomi, venivano richiamate alle armi le classi di leva 1922-23 e primo quadrimestre 1924, compresi gli studenti universitari che si erano avvalsi del rinvio, per l’esigenza di intensificare la partecipazione italiana alla guerra contro i tedeschi. E alla base delle spinte alla ribellione, oltre al malcontento per la precaria situazione alimentare che non va sottovalutato (bassi prezzi all’ammasso, penuria di generi di prima necessità e mercato nero, insufficienza delle quote annonarie riservate alla distribuzione pubblica, la crescente inflazione che falciava stipendi e salari), c’era sicuramente una cultura popolare di tipo anarcoide, distante dalla ragion di Stato e non riconducibile ad alcuna matrice politica malgrado la presenza composita dei partecipanti.

 

Il 4 gennaio del 1945 il quartiere popolare «La Russia» insorse contro la cartolina rosa col risultato di morti e feriti tra insorti e forze dell’ordine, mentre a Comiso venne addirittura proclamata una «repubblica». Lucida la descrizione di Maria Occhipinti che fissa in alcune efficaci immagini il suo singolare tentativo di impedire la retata dei carabinieri a danno dei renitenti alla leva: «La mattina del 4 gennaio verso le 10, mentre stavo lavorando mi sentii chiamare dalle donnette del mio quartiere che gridavano: “venite, venite sullo stradone, comare, voi che sapete parlare, voi che vi fate sentire e avete coraggio, venite a vedere che gran camion c’è e si sta portando i nostri figli” … il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre … ci avvicinammo agli sbirri, che erano armati, cercando di persuaderli: “Lasciate i nostri figli, per carità, lasciateli” … Ma i poliziotti erano impassibili, il camion riprendeva la sua marcia lenta e inesorabile. Allora urlai: “Lasciateli!” e mi stesi supina davanti alla ruota del camion. “Mi ucciderete, ma voi non passate”. Un soldato fece “Passiamoci sopra, non possiamo infrangere gli ordini”. Le donne gridarono: “È incinta di cinque mesi, non le fate male per carità! I poliziotti mi rialzarono da terra e cercarono di convincermi a tornare a casa, che i giovani li portavano al distretto e poi li rilasciavano subito».

Del moto dei "non si parte", di cui rimane la memoria di atti di violenza come l'assedio alla Prefettura di Ragusa, Maria Occhipinti è stata sicuramente, e forse inconsapevole, la protagonista di una rivolta “storicamente” incomprensibile nel momento in cui il Paese era impegnato nella lotta di liberazione, pur non sottovalutando la sua energica presa di posizione come percorso di vita contro la schiavitù femminile. Dagli anni della rabbia lenta poi la ripresa nel panorama isolano.

Ma la crisi a Ragusa si faceva più acuta nella produzione dell’asfalto, diventato antieconomico per l’importazione più vantaggiosa dall’estero. Tra scioperi e occupazioni, iniziarono con la nuova ABCD i lavori di di costruzione del cementificio, mentre la Ditta Ancione produceva mattonelle ricavate dalla roccia asfaltica, richieste da un vasto mercato. Nel momento in cui cominciava a salire il reddito pro-capite, un fatto nuovo modificava le sembianze della città: scavato il primo pozzo alle porte di Ragusa ad opera della Gulf Italia Company, il 27 ottobre 1953 il petrolio sgorgava dalle viscere della terra. Ottimistiche le previsioni a leggere il Bandini: «Non è escluso che entro sette anni l’Italia potrebbe non avere più bisogno di importare di importare dall’estero un solo litro di petrolio; forse entro dieci anni potremo esportarlo. Nella storia dell’Italia Ragusa è un punto geografico destinato ad avere la stessa fama di Oil Crake, dove il 27 agosto 1859 Drake perforò il suo primo pozzo di petrolio negli Stati Uniti» (E. Bandini, “Il petrolio italiano”, Longanesi, Milano, 1955). Cinque i pozzi perforati in un anno e mezzo, cinquanta in tutto: una “noveau Texas” Ragusa, si disse.

Crebbe il numero degli abitanti, si registrò un aumento considerevole dei vani costruiti e si ebbero nuove iniziative nel campo delle attività terziarie (nuovi negozi, officine meccaniche, locali di ristoro…), anche se il petrolio non assicurò un buon impiego di manodopera locale e fu soprattutto di breve durata il sogno americano della rinascita, infranto dalla chiusura dei pozzi petroliferi per povertà di estrazione. E c’è da dire che di petrolio a Ragusa ne rimaneva ben poco. Una minima parte era destinata all’ABCD, buona parte alla Rasiom di Augusta dove, attraverso 75 chilometri di oleodotto (inaugurato nel 1957), giungeva per essere raffinato; un’altra parte, la più consistente si spingeva fino alla penisola di Magnisi per l’esportazione all’estero. Già nel 1970 il tutto faceva parte di un sogno svanito. Di malinconici ricordi per la scomparsa della “terra promessa”.

All’ingresso di Ragusa c’erano due trivelle ed esse furono in seguito smantellate perfino a dispetto della memoria. Per fortuna grande importanza ebbe in quegli anni la trasformazione del paesaggio agrario nella fascia costiera del ragusano, dove capannoni di plastica e legno, di cemento e vetro si dispiegano a guisa di mare bianco, immobile e silenzioso per racchiudere colture specializzate e moderne o, come si dice, intensiva. Il contrasto tra le due zone è radicale: quella dell’entroterra e dell’altipiano, depositaria della memoria storica; la litoranea con le sue serre feconde di professionalità e industriosità.

Nel ‘58 comparve nel vittoriese la prima serra di pomodoro in contrada Anguilla di Lucarella da parte dei fratelli Areddia; poi le iniziative nell’arco di un ventennio si estesero da Vittoria, Santa Croce e Acate alle zone costiere di Scicli, Modica, Pozzallo, Ispica dove si diffuse la coltivazione della carota. Sono i cosiddetti pionieri della serra ad affermare un piano di rinnovamento colturale con la nascita di piccole e medie aziende su terreni propri o in affitto, determinando, ha puntualizzato Miccichè, lo spostamento dalla cerealicoltura e viticoltura alla orticoltura e più tardi alla floro-orticoltura: «Nel 1961-62 le colture protette raggiungevano i 34 ettari, 460 nel successivo biennio, 2.000 ettari con 18.000 serre e 9.000 addetti nel 1971».

Alla fine degli anni Ottanta sono ben oltre 5.300 ettari di colture in serra (pomodoro, carciofi, peperoni, melanzane). Insieme alla serricoltura, nell’altipiano di Ragusa continuava e continua a svolgere un ruolo rilevante il comparto zootecnico. Il resto è storia recente. E bisognerebbe ripartire dalla L. R. 61/81 su Ibla che ha consentito notevoli interventi sull’antico quartiere barocco quali la tutela di un patrimonio culturale – dalle case alle botteghe ai monumenti civili e religiosi – con il conseguente rilancio del turismo. Ecco, sembra questa la prospettiva: la grande forza strategica non può non essere individuata nelle infrastrutture per un forte sviluppo delle attività commerciali. Dell’afflusso turistico in particolare, ove si considerino le opportunità del territorio.

Sarà l’assenza di adeguate strutture viarie a condannarlo all’isolamento in un mondo dove le scommesse si vincono con le interconnessioni e con tecnologie sempre più avanzate.

 

Federico Guastella

 Federico Guastella

 


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