Piero Guccione, Cesare Zipelli e Saro Distefano

Cultura
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

Ragusa, 14 settembre 2004. Saro Distefano rievoca un piacevole incontro con Piero Guccione a casa di Cesare Zipelli. Due amanti dell'arte e del bello, artisti e promotori culturali iblei

 

Ragusa, 20 maggio 2020 – Ho atteso che fossero trascorse almeno un paio di settimane dal 5 maggio. Quella è notoriamente la data di nascita di Pietro – detto Piero – Guccione, pittore.

Dal 5 maggio, infatti, su tutti i social (ma anche su importanti e qualificate testate giornalistiche) è stato un lunghissimo elenco di auguri in memoriam del grande artista che, morto nell’ottobre di due anni fa, il 5 maggio avrebbe compiuto 85 anni (non so nulla di numerologia, ma certo è singolare che il maestro sciclitano sia nato in data 050535 e il suo migliore amico e grande pittore anch’egli, Franco Sarnari, sia nato in data 030333. Chissà se ne hanno mai parlato tra di loro).

Ho atteso a fare cosa? A mostrare la foto che accompagna questo mio articolo che il direttore Salvo Miccichè gentilmente acconsente a pubblicare.

Perché ho atteso? Perché per qualche giorno su Facebook tutti, e dico tutti, hanno espresso il loro buon compleanno «a Piero». Ho calcolato che, stando ai social, in provincia di Ragusa a chiamare confidenzialmente “Piero” il maestro Guccione siano stati tutti tranne chi firma e un paio di altri.

Pertanto, avendo un enorme ammirazione per questo “nostro” artista (nostro perché nato a Scicli, quindi ibleo) che però appartiene al mondo, volevo condividere il piacere di guardare una piccola 13x15 scattata da una ancor più piccola Olympus il martedì 14 settembre 2004.

La data è impressa nella mia mente perché tre o quattro ore dopo quello scatto portai mia moglie in ospedale dove, 48 ore dopo, sarebbe nato mio figlio.

Da sinistra a destra, nella foto: Piero Guccione, Cesare Zipelli, Saro Distefano. Scatto di Santo Brugaletta.

A fine agosto il mio amico Santo Brugaletta mi chiamò per dirmi che Piero Guccione voleva incontrare Cesare Zipelli. Feci da tramite e due giorni dopo ci vedemmo tutti a Ibla, nel celebre salotto di casa Zipelli, a Santa Petronilla.

Conversazione molto amabile tra persone con molti interessi in comune, affondati nel salotto Frau e circondati dalla pinacoteca che l’ingegnere Zipelli aveva raccolto in sessanta anni di passione per l’arte e il bello.

Ad un certo punto Guccione focalizza un punto nella parete. Individua un quadro che ovviamente riconosce come suo. Chiede informazioni al proprietario e il permesso di staccarlo dalla parete per guardarlo da vicino. Dopo qualche minuto: «Ingegnere, mi darebbe il permesso di portarlo con me in studio solo per guardarlo da più vicino e poi restituirlo nell’arco di qualche giorno?»

Trascorrono due giorni e richiama Santo Brugaletta: «Saro, il maestro Guccione ha solamente ripulito il quadro, ma si è accorto – ed è il motivo per il quale lo ha voluto portare con sé – che nell’angolo in alto a destra, dov’è il cielo, manca circa mezzo centimetro quadrato di pittura, si vede la tela. Lui non si spiega come sia potuto accadere – continua l’imprenditore molto vicino al Maestro (di quelli che davvero chiamavano Piero il pittore) – ma è disposto a rimediare pennellando quel frammento, però vuole l’autorizzazione di Zipelli, proprietario dell’opera. Che facciamo?»

Zipelli non ebbe dubbi quando lo chiamai: «lasciamolo com’è, sarà più originale». Guccione si disse contento della decisione. Ci rivedemmo tutti a Ibla, una settimana dopo. Il quadro tornò al suo posto, in alto a destra della foto da noi pubblicata. Quella foto che Santo Brugaletta volle scattare per immortalare il momento.

Con Guccione ebbi modo di parlare una sola altra volta, e sempre appellandolo “Maestro”, termine che mi parve assolutamente il più opportuno. Quella foto mi è cara perché è legata ad un bel pomeriggio, a uomini grandi (e due di loro purtroppo non più con noi) quanto modesti, al settembre di sedici anni fa quando diventai padre.

 

Saro Distefano

 

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry