Cultura
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  • Argomento: Letteratura

A Palermo, dove Sciascia trascorre l’ultimo periodo della vita, non esce più di casa. Il dolore è attutito dalla morfina. Ai familiari consegna le ultime volontà e scrive l’epitaffio tombale, una frase dello scrittore Villiers de l’Isle-Adam: «Ce ne ricorderemo di questo pianeta»: espressione di nostalgia mista a rimpianto, certo, di distacco e di dolente ironia, ma che lascia intendere la sopravvivenza della memoria, il ricordo di averla abitata la terra, questa nostra terra, dove le coincidenze sono troppe. E ricordarsene dopo la morte, a dispetto di chi l’avrebbe voluto ateo, potrebbe essere una inequivocabile cifra di immortalità personale. Il senso? Forse, e solo lui poteva saperlo, giacché il concetto nel momento in cui pare svelarsi si vela.

Può darsi che abbia avuto ragione il miscredente Gesualdo Bufalino: «Sciascia si lasciava guidare dal profumo del tempo storico. Persino l’iscrizione che ha voluto sulla sua tomba: ‘Ce ne ricorderemo, di questo pianeta’, che sono le parole d’uno scrittore francese sul letto di morte, persino questa iscrizione non conta tanto come pezza d’appoggio d’una ipotesi di sopravvivenza, ma ribadisce un sentimento di distacco ironico e dolente insieme. Questo pianeta, cioè, con le sue abiezioni e dolcezze, quanto dovrà apparirci estraneo, da una remota nuvola, e tuttavia desiderabile, e tuttavia oggetto d’una insopprimibile volontà di memoria»[1].   

Federico Guastella   

 

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[1]          Per l’approfondimento: M. Collura, L’isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia, al cap. «L’ultimo mistero di Sciascia», Longanesi, Milano, 2007.

 

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry