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  • Autore: Salvo Micciché
  • Editore: Biancavela - Il giornale di Scicli

Simboli e nomi come fili intrecciati di vita: è il titolo della pagina che (a cura di Giuseppe Nativo) il quotidiano La Sicilia (edizione di Ragusa, 13 marzo 2017, pag. 14) ha dedicato al nuovo libro di Salvo Micciché, Scicli: onomastica e toponomastica, Biancavela - Il Giornale di Scicli - StreetLib, 2017.

Il libro è l'approfondimento di Onomastica di Scicli (Il Giornale di Scicli, 1991) in cui l'Autore ha pubblicato una sua ricerca degli anni '90 sui cognomi di Scicli. Il nuovo libro tratta ora anche oltre 200 toponimi di Scicli ed ospita un buon numero di pagine di storia della città di Scicli e della sua gente, con contributi di Giuseppe Nativo, Giuseppe Pitrolo, Paolo Nifosì, Pietro Militello, Paolo Militello, Stefania Fornaro ed anche di Guglielmo Pitrolo ed Elio Militello, cui il libro è dedicato alla memoria, insieme a Carmelo Micciché (padre dell'autore). In particolare, sono riportati nel libro  alcuni dei "Medaglioni" tratti dall'ottimo libro che il dott. Pitrolo pubblicò per Il Giornale di Scicli nel 2008, e inoltre due genealogie scritte da Bartolomeo Favacchio su "Il Giornale di Scicli". Tra gli autori citati anche don Ignazio La China e l'archeologa Angela Maria Manenti. L'appendice araldica ospita una serie di riproduzioni grafiche di armi araldiche (blasoni) disegnati dagli alunni della scuola media Dantoni di Scicli, sotto la supervisione del prof. Carmelo Errera, inoltre aggiunge 150 nuovi blasoni rispetto alla precedente edizione. Il libro uscirà in questi giorni come eBook e a stampa entro la fine di marzo.

Proponiamo ai lettori l'intervista che La Sicilia ha pubblicato nella pagina dedicata.

 

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Come nasce il libro sull’onomastica e toponomastica di Scicli?

«Negli anni 89-90 sul quindicinale Il Giornale di Scicli fu pubblicata una rubrica fissa, curata da me, dal titolo inequivocabile “Onomastica di Scicli”. Nel 1991 quel lavoro di ricerca, pubblicata a puntate, e di “piacevole passatempo”, ebbe un esito a stampa con l’obiettivo di colmare un vuoto nella realtà locale, che, pur ricca di storia e tradizioni, non aveva registrato in maniera seria l’analisi dell’origine dei cognomi sciclitani».

Cosa è cambiato dalla prima edizione?

«In 26 anni circa dalla prima edizione ho avuto modo di notare l’evoluzione dei flussi di cognomi presenti nel territorio sciclitano, che ha presentato un trend sia positivo che negativo, con la scomparsa - meglio dire la “non presenza” - di alcuni cognomi e la comparsa di nuovi, e soprattutto di cognomi non autoctoni, forestieri (in primis maghrebini, rumeni, albanesi e anche colombiani e cinesi). Di tutto questo ho cercato di tenere conto, anche se risulta compito arduo per chi vuole rimanere fedele a un metodo scientifico e rigoroso».

 

In tempi moderni l’araldica molto spesso è bollata come “arte inutile” o metafora per nostalgici aristocratici alla ricerca di nobili origini.

«Nulla di più errato. Oggigiorno si conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla, per dirla con Oscar Wilde. L’araldica ha invece un valore storico che molti si ostinano a non voler considerare, e, se saputa interpretare, può aiutare molto lo storico (e lo storico dell’arte) a trovare indizi, tasselli, intuizioni utili per interpretare il corso degli eventi e le sorti di una famiglia o di un personaggio».

 

Ancora oggi, nella realtà meridionale e comunque nelle nostre piccole città, dove tutti si conoscono, chiedendo magari agli anziani il nome di una famiglia o di un personaggio conosciuto viene subito indicato con il soprannome o la cosiddetta “a ‘ngjùria”. Perché tale vezzo è ancora così radicato?

«In tempi antichi, ma anche in quelli relativamente recenti, non di rado è il soprannome che diventa cognome. Franco Causarano, nella prefazione al volume che ricalca quella dell’edizione 1991, citando il glottologo Giovanni Flechia scrive che la sorgente più copiosa dei cognomi (nel campo delle lingue neolatine), già nel 1878, è proprio il soprannome (di cui, un tempo, non si aveva il “terrore psicologico” che spesso ne hanno i moderni). Lo studio sull’onomastica ci fornisce prove eloquenti di quanto appena affermato».

 

Ci può fare qualche esempio?

«Tra i tanti presenti in territorio sciclitano: il cognome Cerruto, che deriva dalla forma dialettale cirrutu ovvero chi porta i capelli ricci; Blundetto, dal latino medioevale con significato di “biondino”. Non troviamo, nelle fonti, notizia da una derivazione da Blundo, ma non è da escludere (per brisura o altro). Vi sono anche tantissimi cognomi la cui etimologia deriva dall’arabo: Alfano, in arabo al-Fâni, duemila (nel tardo latino alphius è “bianco, chiaro”); Antoci (ad Enna si trova anche Antocci), sembra connesso al greco ánthos, cioè fiore. Poi, Cassará o Cassarino dall’arabo qasr, cioè castello; anche Cassibba dall’arabo khasîbah, abbondante...»

 

Quali sono state le fonti utilizzate per le variegate tematiche affrontate nel libro?

«Oltre ai libri e altri documenti cartacei, le fonti preziose sono state le iscrizioni, le insegne e armi gentilizie in palazzi, cimiteri, monumenti, che testimoniano la presenza delle varie famiglie, e a volte le relazioni, indizi utilissimi alla ricerca, che spesso supportano in modo egregio l’analisi dei testi. Abbiamo cercato di coordinare ed armonizzare ogni traccia, ogni scritto, ogni raffigurazione, al fine di limitare la frammentarietà dello studio. Dico “abbiamo” perché prezioso è stato l’apporto degli esperti che mi hanno coadiuvato, in quanto con la loro scienza e le loro conoscenze hanno permesso di “più che raddoppiare” l’inserimento di notizie rispetto alla precedente edizione del 1991 (ora sono 1100 cognomi contro i 550 di Onomastica). Cito solo pochi nomi, ma ringrazio tutti gli altri: Pietro Militello e Paolo Militello (Università di Catania), Paolo Nifosì, Stefania Fornaro, Ignazio La China…».

 

Intervista di Giuseppe Nativo

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry