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I fatti del Sudest

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Resi noti i vincitori del Certamen Augustinianum Ragusiense. Il primo premio a una studentessa del liceo classico di Ragusa. Premiati anche una studentessa di Vittoria e un'altra ragusana

Ragusa, 15 marzo 2019 – Giulia Bracchitta, studentessa del liceo classico Umberto I di Ragusa ha vinto la prima edizione del Certamen Augustinianum Ragusiense, bandito dalla Biblioteca diocesana “Monsignor Francesco Pennisi”, che si è tenuto lo scorso 25 febbraio. 

Lo ha reso noto, al termine della valutazione delle prove, la commissione esaminatrice composta dal presidente dott. Gianluca Vindigni e dai professori Gaetano Cosentini e Maria Teresa Millefiori. 

Il secondo premio è stato attribuito ex aequo a Giulia Gueli del liceo classico Mazzini di Vittoria e a Verdiana Cilia del liceo classico Umberto I di Ragusa. 

La commissione ha anche assegnato due menzioni.      

      

La premiazione avverrà sabato 23 marzo, alle 17, nella sala Fondo Antico della Biblioteca diocesana  al termine di una conferenza dal titolo “Agostino e la comunità dei suoi amici” tenuta dal direttore padre Giuseppe Di Corrado, dottore in Patristica. A tutti gli studenti che hanno gareggiato al Certamen sarà consegnato un attestato di partecipazione.

Il direttore della Biblioteca diocesana, sac. dott. Giuseppe Di Corrado, e il dott. Gianluca Vindigni, presidente della commissione di valutazione e coordinatore dell’evento, esprimono i più sinceri complimenti agli studenti vincitori e i più sentiti ringraziamenti a tutti gli studenti partecipanti. 


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Organizzata da Eco degli Iblei. 12 premiati

 

Comiso, 13 marzo 2019 – Giorno 15 marzo a Comiso, presso l'auditorium “ Carlo Pace, si svolgerà la IV edizione di “ Capitale iblea della Cultura “, manifestazione organizzata dal quotidiano online ecodegliblei.it: nel corso degli anni abbiamo premiato il comune di Modica, quindi quello di Scicli, per poi passare a Ragusa.

Non solo i sindaci hanno avuto il loro riconoscimento in rappresentanza della loro città, ma anche una nutrita schiera di uomini di cultura, di personaggi del cinema e del teatro, di esponenti del mondo dell'arte, senza i quali le comunità individuate non avrebbero potuto assurgere al ruolo di faro della cultura in provincia.

Per il 2018 abbiamo optato per una istituzione culturale, il Polo Regionale per i siti culturali ( in particolare Camarina), una struttura che presenta articolazioni che vanno dal Museo archeologico di Ragusa (sorto nei primi anni '60), a Cava d'Ispica e, soprattutto, al Museo e all'area archeologica di Camarina.

Non solo il Polo si è dedicato alla conservazione e tutela di capolavori assoluti, dal “Guerriero di Castiglione“ ai crateri e alle anfore di Camarina con i suoi simposi, ma anche a mille iniziative in campo culturale, specie da quando nel 1980 è nato il Museo regionale camarinense.

Non appare fuori luogo, date queste premesse, dedicare la cerimonia di premiazione al dott. Khaled al - Asaad, illustre archeologo siriano, nato e trucidato dall'Isis a Palmira, la città della regina Zenobia dichiarata patrimonio dell'Unesco, proprio grazie al pluridecennale lavoro di Khaled.

Non potevamo non riconoscere, poi, il contributo che alla diffusione della cultura, in tutte le varie sfaccettature, hanno dato i premiati del 2018:

Tiziana Bellassai (attrice di talento), Carmela Canzonieri ( architetto del paesaggio ), Giovanni Digiacomo (giovane promessa del jazz), Francesca Guccione (virtuosa violinista),Gianni Insacco ( scrupoloso paleontologo ), Walter Manfrè  (infaticabile uomo di teatro), Luca Melilli (creativo wedding planner), Maria Monisteri (assessore alla Cultura del comune di Modica), Turi Occhipinti e Gaetano Scollo (per avere saputo trasformare i malefici dell'amianto in opere filmiche di grande impatto emotivo e didattico). Un riconoscimento speciale abbiamo voluto assegnare a Biagio Pelligra per la lunga carriera ne cinema, nel teatro e nella televisione.

Biagio Barone e Gianni Battaglia, con le loro letture,  illustreranno la figura di Khaled al- Asaad e i fasti di Camarina, con la IV e con la V Ode di Pindaro, nella traduzione dal greco antico del preside Vincenzo Giannone. La giornalista Alessia Giaquinta e la miss Erika Firrincieli arricchiranno, con la loro presentazione, la cerimonia di premiazione.

Toccherà a Toni Campo, fotografo di fama internazionale e collaboratore di riviste di moda come “Vogue”, immortalare con i suoi scatti i momenti salienti della manifestazione.

La serata si sarebbe dovuta concludere con l'intervento dell' assessore regionale ai BB. CC. Sebastiano Tusa: il tragico incidente aereo di Addis Abeba ci ha portato via un importante archeologo e uno degli assessori competenti alla guida della Regione Sicilia.


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Argomento: Archeologia
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Modica, 12 marzo 2019 – Venerdì 15 marzo 2019 elle 17:30, a Modica, presso l'Ente Liceo Convitto (Palazzo Sant'Anna 33), nell'ambito di "Percorsi di archeologia iblea" la medievista prof. Salvina Fiorilla terrà una conferenza dal titolo “Scicli. Cultura e società tra medioevo ed età moderna attraverso la lettura di materiali del Carmine e di San Matteo”.

La serie di manifestazioni e la conferenza sono patrocinate dalla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Ragusa e dal Liceo Convitto.

 


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Argomento: Poesia
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Domenico Pisana ospite, in Spagna, di eventi culturali del Premio  Rebora, presso la Biblioteca “Eugenio Trias”, la Scuola Italiana di Madrid e il Café Gijòn 

 

Modica, 12 marzo 2019 – Il modicano Domenico Pisana  sarà ospite, dal 21 al 24 marzo in Spagna, a Madrid, per  eventi poetici organizzati dall’Associazione culturale “La Fenice” e coordinati da Diego De Nadai ed Elisabetta Bagli, rispettivamente Presidente del Premio Europeo Clemente Rebora 2018-2019 e Presidente della Giuria  del Premio, alla seconda  edizione.

A Madrid Pisana interverrà il 22 marzo presso l’Aula Magna della Scuola Statale Italiana di Madrid, ove  si intratterrà su “La figura di Clemente Rebora”,  poeta del primo Novecento che ha vissuto il tempo della guerra tra dolore, spiritualità e itinerari di trascendenza. All’evento interverranno anche la prof.ssa Anna Marras, che tratterà il tema “Tradurre un testo poetico è un male necessario? Dispute e detrattori. Breve analisi di una lirica di Clemente Rebora in lingua spagnola”, e il poeta e critico Franco Di Carlo, che si soffermerà su “Pasolini e Rebora e la poesia italiana del novecento”. Nel pomeriggio Domenico Pisana terrà poi  una conferenza presso la Biblioteca Pubblica di Madrid “Eugenio Trias”, sul tema “Quasimodo y Rebora: caminos de espiritualidad , poesia de la mirada y expectativa”, mentre il 23 marzo parlerà nella storica location  del Café Gijon ove terrà una relazione su “Garcia Lorca e Clemente Rebora:  poetas que tienen el fuego entre sus manos”.

Ai vari eventi interverranno, con declamazioni di versi, poeti e poetesse provenienti da Spagna, Italia, Serbia, Cuba, Grecia, Argentina, Cile, Romania, Bulgaria, nonché l’attrice Maria José del Valle, l’attore Fabio Bussotti, Maria Betriz Arenas, voce, e Maria Angeles Alfonso Rodriguez al pianoforte.    

“Sono grato di questo invito – afferma Domenico Pisana –  all’associazione culturale sarda “La Fenice”, al Presidente del Premio Rebora Diego De Nadai  per l’opportunità che mi viene offerta  di discutere di poesia nel nostro tempo, di ascoltare  i poeti che interverranno agli eventi, e di entrare in dialogo  con critici, operatori sociali e culturali e con il mondo della scuola. Credo – prosegue Pisana - che in questo nostro tempo caratterizzato da una caduta di umanesimo a tutti i livelli: sociali, economici, scientifici, culturali, politici e istituzionali, dedicarsi alla poesia non sia un forma di distrazione né di alienazione dalla realtà, ma, al contrario, una modalità  attraverso la quale aiutare la società europea a ricostruire le sue radici valoriali di pace, giustizia e solidarietà, per rialzarsi  dalle  macerie relazionali che sta vivendo;  sono infatti convinto  che la poesia possa, con la sua funzione sociale, dare un  idoneo contributo a quella “renaissance europea” di cui ha recentemente parlato il Presidente della Francia Macron nella sua lettera indirizzata ai cittadini francesi ed europei. 

Insomma,  io credo – conclude Domenico Pisana -   in  una poesia  capace di fare incontrare “interiorità e realtà”, nonché di  interrogare la vita, provocare domande, seminare dubbi e inquietudini, aprendo varchi di riflessione, spazi d’indagine dentro i quali il poeta possa indicare all’uomo contemporaneo, con una immagine, un simbolo, un verso, una metafora,  che c’è  un “oltre”, un “varco”, un “più in là” verso cui bisogna cercare e dirigersi”. 

Per la cronaca va detto che della poesia di Domenico Pisana si sono già occupati “Il Giornale Italiano de España” di Madrid,  il Giornale on line “L’ItaloEuropeo Independent” di Londra, la rivista francese “La Voce” di Parigi, la rivista letteraria internazionale  Galaktika Poetike "ATUNIS",    il quotidiano on line dell’Arabia Saudita “Sobranews.com”,  la rivista letteraria greca  on line  “ΔΙΗΓΗΜΑΤΑ & ΠΟΙΗΜΑΤΑ".                        

Recentemente Pisana è stato anche tradotto in rumeno da Stefan Damian, poeta e scrittore e docente di letteratura italiana presso il Dipartimento di Lingue Romanze dell’Università Babeş-Bolyai, ed è stato inserito nel volume ATUNIS GALAXY ANTHOLOGY – 2019, a cura di Agron Schele, autore albanese residente in Belgio,  scrittore di romanzi e co-fondatore della rivista internazionale  ATUNIS.


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Il 14 marzo ricorre il 40° anniversario della scomparsa di Raffaele Poidomani

 

Modica, 11 marzo 2019 – Un personaggio che da sempre abbiamo apprezzato, che sentiamo nostro perché nelle sue pagine ha fotografato la nostra terra e la nostra cultura, perché si schierò sempre con i più deboli, perché ebbe a scrivere sugli accadimenti della politica locale con coraggio e senza  soggezione alcuna.

In ogni secolo, ogni terra genera un ‘grande’; per la nostra Modica del secolo scorso il grande scrittore è stato Raffaele Poidomani. Da scrittore di razza quale fu, aveva la capacità di portare la sua penna ove voleva.

L’Associazione Culturale DIALOGO organizza una cerimonia per deporre un omaggio floreale sulla sua tomba, presso il Cimitero di Modica. Per quanti riterranno di intervenire, l’incontro avverrà alle ore 16 di giovedì 14 marzo presso l’entrata principale dell’ampliamento cimiteriale. Ci recheremo a piedi (poche decine di metri) per deporre l’omaggio floreale.

Si auspica una partecipazione diffusa da parte di chi lo apprezza e lo stima.

 

L’Associazione Culturale DIALOGO  


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Argomento: Poesia
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Ragusa, 11 marzo 2019 – Giornata mondiale della poesia a Ragusa Ibla dal 21 al 23 marzo.

Vari eventi interesseranno la città iblea.

Il 21 marzo all’ex convento Santa Teresa evento curato da Valeria Di Clemente e Giuseppe Traina alle ore 11. Festa della poesia alle 19 a cura di Mihaela Lipsa.

Il 22 marzo alle 15, chiesa S. Antonino, “Un furto sacrilego del 1801”, visita guidata a cura di Clorinda Arezzo e Giovanni Gurrieri, alle 15. In serata “Dentro la bellezza”, incontro spettacolo con Michele Arezzo (Sala Falcone Borsellino).

Sabato 23 marzo alle 18 a Palazzo Arezzo Trifiletti Reading poetico-musicale a cura del Gruppo Gori. Alle 20:30 alla Sala Falcone Borsellino “Poetry Slam”, competizione poetica: slam master il poeta Pippo Di Noto.

Nella locandina allegata il programma completo.

 

s. m.

 


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Daniele Pavone, Giovanni Distefano e Sebastiano Tusa

Cultura

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Ragusa, 11 marzo 2019 – «La perdita drammatica di Sebastiano Tusa mi addolora  e mi rattrista profondamente – ha dichiarato l'archeologo Giovanni Distefano (direttore del Polo Regionale di Ragusa per i siti culturali e docente Università della Calabria e Roma 2 Tor Vergata) – perché  perdiamo un Amico  sincero e uno Studioso di grande valore, che con  spirito di servizio e generosità' aveva accettato l'oneroso incarico di Assessore  regionale ai beni culturali». 

Distefano aggiunge: «A nome mio personale e nella qualità  di Direttore del polo regionale per i siti culturali di Ragusa, in uno con tutti i colleghi dell'Ufficio, esprimo le più  sentite condoglianze alla Famiglia. Sebastiano è  stato un protagonista della scienza Archeologica, come insigne preistorico di stampo evoluzionista, con risultati di ricerca per la preistoria del Mediterraneo indelebili nella storia degli studi. Nella Sua ultima frontiera di studi e di impegno nei ruoli regionali, l' archeologia subacquea, ha scritto delle pagine che rimarranno per sempre nella storia della moderna ricerca archeologica mondiale».


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Scicli, 8 marzo 2019 – Tradizionale appuntamento con l’arte al femminile per l’8 Marzo al Movimento “Vitaliano Brancati” di Scicli (via Aleardi): Venerdì 8 alle ore 19:30 inaugurazione della mostra personale di Chiara Manenti, in  arte Machi. 

Presentazione di Elisa Mandarà. 

L’esposizione si può visitare tutti i giorni feriali dalle 17 alle 20 e resterà aperta fino al 7 aprile. Ingresso libero.

 

***

Continuano anche le “Conversazioni a Scicli” del Brancati: Domenica 10 Marzo alle 18:30 sarà la volta di Davide Camarrone, che dialogherà presso i locali del Circolo (v. Aleardi, Scicli) con Giuseppe Pitrolo sui libri “Lampaduza” (Sellerio) e “Tempesta” (Corrimano).

Davide Camarrone (Palermo, 1966) è giornalista e scrittore. Ha iniziato l’attività alla metà degli anni '80 collaborando a L'Ora; ha lavorato nei primi anni '90 all'ufficio stampa de "La Rete". Nel 1995 è stato assunto da L'Italia settimanale, diretto da P. Buttafuoco. Dal 1999 lavora alla Rai come redattore della TGR.

I suoi primi saggi sono “La Malaitalia” (1991), “La Rete” (1992) e “Fiele” (1992).

L'esordio narrativo è il giallo "Lorenza e il Commissario" (Sellerio,2006).

E’ l’ideatore e il direttore artistico del “Festival delle Letterature migranti” (Palermo).

Lampaduza” è un diario reportage sulla più grande migrazione della storia, vista dall'Isola che in questi anni ha accolto migliaia di persone.

Tempesta” è la riscrittura in prosa e la riattualizzazione della “Tempesta” di Shakespeare.

 

Domenica 17 Marzo, poi, sarà la volta di Massimo Maugeri (l’ideatore del blog letteratitudine), che presenterà il romanzo “Chi è Cetti Curfino?” (La nave di Teseo).

Presso il “Brancati”, inoltra, continua la mostra di Machi (Chiara Manenti).

 

Giuseppe Pitrolo


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Argomento: Archeologia
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Martedì 12 marzo 2019 - ore 11,00 Museo Egizio, sala conferenze - Via Accademia delle Scienze, 6 - Torino: presentazione e preview per la stampa della mostra “Archeologia Invisibile”

 

Ragusa, 6 marzo 2019 – Con un’apertura straordinaria gratuita per il pubblico in programma dalle ore 18 alle ore 21, martedì 12 marzo a Torino il Museo Egizio inaugura “Archeologia Invisibile”, il nuovo progetto espositivo, curato dal proprio dipartimento collezioni e ricerca, che caratterizzerà l’intero anno dell’istituzione culturale, protraendosi fino al 6 gennaio 2020.

Una mostra innovativa, caratterizzata dall’impiego di dispositivi multimediali e imperniata sull’incontro fra il lavoro degli archeologi e dei conservatori e le più recenti frontiere dello sviluppo tecnologico. Attraverso le tre sezioni dedicate, nell’ordine, alla fase di scavo, alle analisi diagnostiche, a restauro e conservazione, “Archeologia Invisibile” racconta come le moderne apparecchiature, applicate alle modalità d’indagine e ricerca dell’egittologia,consentano nuovi approcci e risultati nello studio della collezione del Museo Egizio.

Il pubblico viene quindi condotto alla scoperta della “biografia degli oggetti”, guardando oltre il visibile e osservando da vicino i segreti custoditi all’interno dei reperti, lungo un percorso che esplora l’attività d’investigazione resa possibile dalla collaborazione dell’archeologia con la chimica, la fisica o la radiologia. Il patrimonio materiale della collezione di Torino rivela così di sé informazioni altrimenti inaccessibili, frutto della ricomposizione di notizie, dati e nozioni da cui emergono elementi spesso inattesi e sorprendenti, anche nel caso di oggetti del patrimonio museale studiati da anni, come quelli rinvenuti oltre un secolo fa nel corredo funerario della Tomba di Kha.

 


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Autore: Salvo Micciché, Stefania Fornaro
Editore: Carocci Editore
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Ragusa, 13 marzo 2019 – Dopo la "prima" di Scicli (nel medievale Convento della Croce, a cura del Polo Regionale di Ragusa per i siti culturali, con 12 relatori) e la bellissima presentazione alla Galleria Bellomo di Siracusa (a cura del Polo Regionale di Siracusa per i siti culturali, diretto da Lorenzo Guzzardi) con la lectio magistralis di Paolo Nifosì sull'Adorazione dei Magi, il volume "Scicli. Storia, cultura e religione (secc. v-xvi)", di Salvo Micciché e Stefania Fornaro, edito da Carocci Editore, sarà presentato a Ragusa a cura del Centro Studi Feliciano Rossitto e di Archeoclub d'Italia sezione di Ragusa, in collaborazione con Centro Servizi Culturali "Emanuele Schembari" e Ondaiblea.

La conferenza sarà moderata da Giuseppe Nativo (pubblicista, scrittore). Introdurranno l'on. Giorgio Chessari (presidente del CSFR) ed Enzo Piazzese (consigliere nazionale Archeoclub d'Italia); relazionerà sul libro e dialogherà con gli autori l'archeologo prof. Giovanni Distefano (direttore del Polo Regionale di Ragusa per i siti culturali - Università della Calabria e Roma 2 Tor Vergata).

Nel libro si possono leggere contributi di Stefania Santangelo (numismatica CNR - IBAM), Ignazio La China (storico) e Giuseppe Nativo.

La sinossi del libro (dalla iv di copertina):

Che cosa si conosce realmente di Scicli nel Medioevo? Che cosa tramandano le fonti, i reperti dell’abitato e del circondario (e poi della città) di Scicli e le varie forme del suo toponimo (Xicli, Sicli, Sycla, Shiklah...)? Per rispondere a queste domande, il volume analizza la storia, la cultura e la religione di Scicli dal Medioevo al Cinquecento commentando le fonti e i reperti relativi alla storia della città. L’importanza di Scicli nell’ambito della Contea di Modica, il più vasto Stato feudale della Sicilia, si impose con forza anche grazie alla sua felice posizione geografica, non lontana dal mare. Toponomastica, onomastica, culti e storie di uomini e luoghi, cristiani ed ebrei, dal V al XVI secolo: la storia che conduce alla nascita della città iblea che sarà poi barocca e moderna e che Vittorini definì «la più bella del mondo».

La conferenza di presentazione si terrà al Centro Studi Feliciano Rossitto, via Ettore Majorana 5, Ragusa, il 22 marzo 2019, ore 18.

 

Scheda del libro e info nel sito di Carocci Editore.

 

Precedenti presentazioni:

Siracusa. Alla Galleria Bellomo il 16 gennaio lectio magistralis di Paolo Nifosì e presentazione  del libro “Scicli” (Carocci Editore)

Scicli. Il nuovo libro di Carocci sarà presentato il 22 settembre

Scicli. Storia, cultura e religione (secc. V-XVI), Carocci ha pubblicato il nuovo libro di S. Micciché e S. Fornaro


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Autore: Massimo Maugeri
Editore: La Nave di Teseo
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Scicli, 14 marzo 2019 – Continuano le “Conversazioni a Scicli” del “Brancati”: Domenica 17 Marzo alle 18.30 Massimo Maugeri dialogherà presso i locali del Circolo letterario (via Aleardi, Scicli) con Giuseppe Pitrolo sul libro “Cetti Curfino” (La nave di Teseo, 2018). 

Massimo Maugeri (Catania, 1968) è autore di racconti, romanzi e saggi. Ha ideato e gestisce uno dei più noti blog letterari italiani: letteratitudine.it (Gruppo L’Espresso). Fra i suoi libri: il romanzo “Identità distorte” (2005), i racconti “Viaggio all’alba del millennio” (2011), il racconto “La coda di pesce che inseguiva l’amore” (2010), scritto a 4 mani con Simona Lo Iacono, il saggio “L’e-book è (è) il futuro del libro” (2011), i saggi Letteratitudine, il libro (2012), il romanzo “Trinacria Park” (2013).

Un giornalista giovane e spiantato, Andrea Coriano, entra in un carcere per incontrare una detenuta, Cetti Curfino. Gli si pone davanti una donna prorompente, labbra carnose, corpo colmo, occhi che rivelano abissi. Andrea ha letto la storia di Cetti sui quotidiani: una donna semplice, un marito che muore mentre lavora in nero, un figlio da sistemare e una lenta discesa nelle viscere di una società che sa essere molto crudele. Una storia di politici senza scrupoli e amici fedeli, di confessioni improvvise e segreti infamanti, un caso che ha fatto molto parlare ma che adesso sta per spegnersi, ingoiato da altri clamori. Il giornalista ha subito creduto che la storia di Cetti andasse raccontata e ora che se la trova lì - ferina, impastata di dialetto, dolore e femminilità - capisce di non essersi sbagliato.

Chi è Cetti Curfino? Qual è la storia che l'ha portata in carcere? Sarà in grado di aprire a lui i percorsi oscuri che l'hanno condotta fin lì? Andrea non ha molte armi professionali in tasca, e nemmeno molti strumenti di seduzione. Può sfoderare solo con una certa autoironia le proprie difficoltà: la vita con zia Miriam, ad esempio, e le corse in macchina per portarla in giro con il suo festoso gruppo di amiche di mezza età, vedove ringalluzzite dalla gioia di godersi la stagione del tramonto. Però la voce di Cetti non gli dà tregua: vibrante nel suo italiano imperfetto, sembra salire dalle profondità della terra di Sicilia…

 

Presso il “Brancati”, inoltre, continua la mostra di Machi (Chiara Manenti). 

 

Giuseppe Pitrolo


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Autore: Salvo Micciché - Stefania Fornaro
Editore: Carocci Editore
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Il mensile Medioevo di marzo, a firma di Stefano Mammini (p. 112) ha recensito il volume di Salvo Micciché e Stefania Fornaro, "Scicli. Storia, cultura e religione (secc. v-xvi)", collana "Studi storici" Carocci Editore, 2018

 

Ragusa, 6 marzo 2018 – Una bella recensione del volume che Stefania Fornaro e Salvo Micciché hanno pubblicato con Carocci Editore (prefazione di Giuseppe Pitrolo) sulla storia medievale di Scicli è stata pubblicata, a firma di Stefano Mammini, sul mensile Medioevo di marzo.

«Non è facile ricostruire la storia medievale di Scicli, cittadina dei Monti Iblei che fu tra i centri più importanti della contea di Modica. Una difficoltà di cui erano consapevoli gli autori del volume, che l’hanno superata con un’attenta e meticolosa ricognizione delle fonti letterarie e archivistiche a oggi disponibili, integrata, soprattutto per le fasi più antiche, dai dati offerti dall’archeologia...», comincia la recensione che invitiamo a leggere sul mensile che si può anche ordinare sul sito web della rivista.

Gli autori ringraziando la redazione e il direttore del mensile e l'autore hanno evidenziato l'importanza di una rilettura della storia medievale di Scicli ed hanno ribadito che il loro lavoro al riordino della storiografia su Scicli e delle relative fonti, serve anche a porre dubbi e interrogativi su cui indagare più a fondo e su cui condurre ulteriori ricerche, anche alla luce di nuovi scavi archeologici e altre pubblicazioni sul tema.

Come abbiamo scritto in altro luogo su Ondaiblea, il volume (già presentato a Scicli e Siracusa) sarà presentato a Ragusa il 22 marzo 2019 (ore 18) presso il Centro Studi Feliciano Rossitto di Ragusa, in collaborazione con il Polo Regionale di Ragusa per i siti culturali, CSFR, Centro Servizi Culturali Ragusa, Archeoclub Ragusa, Carocci Editore e Ondaiblea. Relatore l'archeologo prof. Giovanni Distefano, introduzione di Giorgio Chessari (CSFR) ed Enzo Piazzese (consigliere nazionale Archeoclub d'Italia), modera Giuseppe Nativo (Ondaiblea). 

Oltre agli autori, nel volume sono presenti saggi di Stefania Santangelo (CNR - IBAM), Ignazio La China (storico), Giuseppe Nativo.

 

G. N.

 

Scheda del volume sul sito Carocci Editore

 

Altri articoli su Scicli. storia cultura e religione (secc. v-xvi)

‘Scicli. Storia, cultura e religione (secc. V-XVI)’ (Carocci): presentazione a Ragusa il 22 marzo

Siracusa. Alla Galleria Bellomo il 16 gennaio lectio magistralis di Paolo Nifosì e presentazione  del libro “Scicli” (Carocci Editore)

Scicli. Il nuovo libro di Carocci sarà presentato il 22 settembre

Scicli. Storia, cultura e religione (secc. V-XVI), Carocci ha pubblicato il nuovo libro di S. Micciché e S. Fornaro 


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Autore: Giuseppe Raffa
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Modica: Il libro del vittoriese Giuseppe Raffa, “Belli senz’anima”, al centro dell’XI appuntamento del Caffè Quasimodo in programma il 9 marzo 

 

Modica, 3 marzo 2019 – “Belli senz’anima”: è questo il titolo del libro dell’autore vittoriese Giuseppe Raffa, che sarà presentato nell’XI “sabato letterario” del Caffè Quasimodo di Modica, che si terrà  alle ore 17,30 al Palazzo della Cultura il prossimo 9 Marzo, nel quadro della Stagione culturale 2018-2019 del circolo culturale modicano, in collaborazione con la locale  sezione della Fidapa.

La serata, che sarà coordinata dalla poetessa Antonella Monaca, vedrà, dopo il saluto della Presidente della Fidapa di Modica, Ierene Raudino,  una conversazione dell’autore Giuseppe Raffa  con il Presidente del Caffè Letterario Quasimodo, Domenico Pisana. Giovanna Drago della Compagnia Teatrale "I Caturru" di Scicli, ed Edgarda Di Marino, studentessa del Liceo Classico di Modica, leggeranno brani del  libro, mentre  intermezzi musicali a cura del “Duo Estrella” , composto dal M° Lino Gatto alla chitarra e Ilde Poidomani, voce,  arricchiranno la serata. 

“Belli senz’anima” , scrive Domenico Pisana, è un libro che merita attenzione e di essere letto per l’attualità delle tematiche che propone, ossia il fenomeno del bullismo scolastico e sociale, nonché della trasformazione della famiglia e della crisi dei ruoli di padre e di madre; l’autore offre un’accurata analisi di tali problematiche, indicando la strada di una pedagogia educativa  capace di aiutare le varie realtà  come la scuola, la famiglia  le associazioni sportive e culturali a muoversi   nella direzione di assunzione di strategie preventive attorno alle quali ritrovare un rinnovato sentimento di bene comune”. Un’opera, quella di Raffa, dalla quale trarre sicuramente profitto per la gestione di fenomeni complessi che condizionano la vita sociale del nostro Paese”.

Giuseppe Raffa,  laureato in pedagogia, giornalista e scrittore, da oltre vent’anni si dedica a tematiche giovanili, intervenendo con studi e conferenze nelle scuole delle province di Ragusa, Enna, Palermo, Siracusa, Catania e Caltanissetta. Raffa ha al suo attivo otto pubblicazioni, tra le quali si segnalano “Indagine conoscitiva sulla condizione giovanile a Vittoria(1989); “Discoteca: inferno o paradiso? (2000); “Indagine sul cyberbullismo in Sicilia”(2018). 


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Autore: Nausica Zocco
Editore: LFA Publisher

Valutazione attuale: 5 / 5

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Trama

Ci troviamo nella Sicilia degli anni 30, ed una giovane donna anticonformista, rifiuta di “maritarsi” poiché non ama l’uomo che le hanno “portato in casa”.

Una storia in due atti che narra di un epoca di stenti e privazioni, dove come unica salvezza per il “gentil sesso”, per le Femmine per intenderci, era acconsentire ad un matrimonio “Combinato” come unica fortuna , un investimento per la vita, facendo tacere cuore ed emozioni.

Femmina è un grido alla ribellione, una sorta di liberazione ad una prigionia comandata, il coraggio che avrebbe dovuto, e che dovrebbe  avere ogni donna.

«Donna Peppina è una donna siciliana che ventiquattr'ore prima del matrimonio nel 1935 dice di no al matrimonio combinato in un'epoca di stenti, sacrifici, miseria, dove preparare la dote era l'investimento per la vita, dove "maritarsi" con un uomo lavoratore onesto era la fortuna più grande per una ragazza in età di matrimonio. La storia è semplice, ma nella sua semplicità è meravigliosa: una donna rifiuta il matrimonio combinato perché non ama l'uomo "portato a casa" da altri parenti. È una storia in due atti che merita d'essere raccontata, in un tempo come quello attuale dove è più facile farsi condizionare che essere se stessi».

 

Frutto di un progetto narrativo personale, FEMMINA, scritto in due atti , è la risultante di cio’ che potrebbe accadere e ciò che è accaduto, in una sorta di equilibrio ironico delle vite che si incontrano e sfiorano. Femmina vuol dirci che non serve solo il coraggio per seguire il cuore.

Fra un alternarsi di vicissitudini, la  versatilità del testo, la libertà di interpretazioni, il capolavoro di Nausica Zocco , narra con una semplicità sorprendente e amorevole, il coraggio di Donna Peppina che rimanendo fedele a se stessa, scardina lucchetti, supera preconcetti  e scombina i piani in un impensabile Sicilia degli anni 30.

 

Intervistata l’autrice, con un sorriso che la contraddistingue , dice:«Quante donne Peppina ci sono al mondo, e quante vorrebbero esserlo, libere di esprimere la loro forza sensuale, forti ancora nel credere che un’altra vita è pur sempre possibile vivere».

Edito da LFA Publisher, disponibile in tutte le librerie, Femmina è un invito alla riflessione, al coraggio ed all’amore.

 

Dedicato a tutte le "Donne Peppine", alle donne che seguono il cuore sempre e comunque, anche a costo di essere definite delle pazze. A tutte le femmine che vivono di istinti e di istanti, con anima ardente come il sole di Sicilia.

 

Alessia Sudano


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Autore: Grazia Dormiente
Editore: Prova d’autore
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Un viaggio nella terra Iblea tra “memorie e sguardi” nel libro “Ibleide” di Grazia Dormiente, che sarà presentato al Caffè Letterario Quasimodo 

 

Modica, 19 febbraio 2019 – “Ibleide: memorie e sguardi”: è questo il titolo del saggio di Grazia Dormiente, scrittrice, entonoantropologa e Direttore culturale del Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica,  che sarà presentato nel X “sabato letterario” del Caffè Quasimodo di Modica, che si terrà alle ore 17,30 al Palazzo della Cultura il prossimo 23 febbraio, nel quadro della Stagione culturale 2018-2019 del circolo culturale modicano.

La serata, che sarà coordinata da Silvana Blandino, sarà introdotta da Mario Grasso, scrittore e Direttore editoriale della Casa editrice Prova d’Autore, quindi vedrà una conversazione dell’autore con il Presidente del Caffè Quasimodo, Domenico Pisana. Elia Scionti e Carmelo Di Stefano, componenti del Caffè Letterario Quasimodo, leggeranno brani del volume, mentre intermezzi musicali, a cura del Duo “Rendo-Gurrieri” al clarinetto e alla chitarra, arricchiranno la serata. 

«Grazia Dormiente, dice Domenico Pisana, offre al lettore, in questo saggio sugli Iblei corredato da immagini d’epoca, un interessante viaggio dentro la terra iblea, colta nelle sue dimensioni paesaggistiche ed antropologiche sotto lo sguardo dei grandi viaggiatori stranieri del XVIII secolo e fino a giungere agli storici del XIX secolo. L’autrice sa affascinare con una scrittura che mette in risalto, con mirabili sintesi, tratti materiali ed immateriali che hanno modellato il paesaggio ibleo, nonché suggestioni ed emozioni scaturite da una terra che vuole continuare a trasmettere i suoi valori identitari alle future generazioni».  

Al termine della serata il Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica offrirà agli intervenuti una degustazione di cioccolato. 


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Autore: Carlo Ruta
Editore: Edizioni di storia e studi sociali
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Ragusa, 23 gennaio 2019 – Presentato ieri pomeriggio alla Libreria Paolino di Ragusa il libro "Teoderico. Il re barbaro che immaginò l'Italia", di Carlo Ruta (Edizioni di Storia e Studi Sociali, 140 pp.).

Dopo l'introduzione di Enzo Piazzese, consigliere nazionale Archeoclub d'Italia, che ha organizzato l'evento, l'archeologo Giovanni Distefano ha conversato con l'autore, lo storico e saggista Carlo Ruta, alla presenza di numeroso pubblico.

«Non è una biografia – ha esordito il prof. Distefano –, è piuttosto l'analisi precisa e puntuale della figura di un re illuminato che ha immaginato una nazione, l'Italia». Ed in particolare il libro tratta del rapporto con due figure che ispirarono Teoderico I il grande re dei Goti, in relazione al non facile incontro tra due popoli e culture, quella romana e quella germanica, quella cristiana e quella ariana. Le due figure sono Boezio e Cassiodoro che insieme a Festo e Liberio furono suoi consiglieri e ministri. Quel Flavio Magno Aurelio Cassiodoro da Squillace che con le sue opere – si pensi alla Chronica o al De origine actibusque Getarum – e poi con il Vivarium, il monastero fondato in Calabria favorì l'incontro tra Goti e Romani; e ancor più quell'Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, formatosi ad Atene che al re portava usi e cultura bizantini ed ellenistici – rafforzando in lui che era stato da giovane ostaggio per la pace a Bisanzio – e il cui programma era la traduzione in latino delle opere di Aristotele e di Platone. Teoderico ambiva fortemente a fondere l'elemento romano e quello goto, le leggi e il diritto di Roma con le consuetudini germaniche e soprattutto aspirava a unificare l'Italia in un'unica Nazione. La sua vicenda «rispecchia – scrive Ruta – la complessità di un'epoca di transito: disordinata, ambigua, travagliata da radicalismi ma percorsa da esperienze di convivenza etnica, di pluralità, di compostezza civile, di decoro urbano e di contagio religioso e culturale».

L'etichetta di "barbaro", tanto cara a romani e greci (che così chiamavano gli stranieri: quelli che non sanno "parlare greco"), mal si addice a Teoderico, che volle essere arbitro di mondi distanti, senza minimamente voler distruggere le loro culture, piuttosto integrarle, fonderle nel suo ambizioso progetto di di convivenza etnica in uno stato chiuso, sì, ma anche plurale, «con rigidi protocolli identitaria», come scrive Ruta.

Non fu tutto facile, specialmente tra ariani e cristiani cattolici. Anche con l'amico e consigliere Boezio, grandissimo pensatore e autore di opere illuminate, che cadde in disgrazia – probabilmente per una congiura tra i senatori e non tanto per volontà del re –, fu imprigionato, in prigione scrisse la sua più famosa opera, la De Consolatione Philosophiae, e messo a morte nel 526, lo stesso anno in cui, morendo, si spengono le ambizioni di Teoderico. Nel 526 – scrive l'autore – «il regno goto precipitava in una profonda instabilità ed infine, per iniziativa di Costantinopoli, in uno stato di guerra che in un paio di decenni ne avrebbe determinato la fine».

I Bizantini, riprendendo possesso di gran parte dell'Italia (d'altra parte vi furono i Longobardi), non seppero imitare la forza unificante del re goto e i loro possedimenti erano fragili e disgregati. Di lì a poco le prime incursioni islamiche (preludio dell'occupazione del IX secolo) lasciavano intendere che la Sicilia e l'Italia sarebbero state pervase da dominazioni, frammentate, dal destino incerto. Tutto il contrario del sogno di Teoderico.

 

Salvo Micciché

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Domani, 24 gennaio 2019, il libro sarà presentato alla Libreria Feltrinelli di Palermo.

 


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Autore: Gaspare Cudia
Editore: Albatros
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Pozzallo, 23 gennaio 2019 – Il 26 gennaio 2019 alle 18:30, allo Spazio Cultura Meno Assenza (Corso Vittorio Veneto 341 Pozzallo) sarà presentato, a cura della Libreria Parnaso, il libro “Mondo - Il diavolo non ama la brava gente” di Gaspare Cudia (Albatros, 350 pp., con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Pozzallo.

 

«A Mondo, piccolo e singolare paese del Nordest, popolato già da anni da nordafricani, musulmani e italiani di varia provenienza, è arrivato un nuovo prete: i suoi abitanti non sono mai stati particolarmente fortunati con i religiosi di vario genere, per questo inizialmente diffidano di don Giuseppe, un sacerdote sulla quarantina che pare sia stato trasferito lì dalla Calabria per punizione. La sua affabilità e il suo carattere aperto e diretto divengono ben presto facile combustibile per alimentare le chiacchiere di paese, tanto da cagionargli la nomea di “fimminaru”. La maldicenza, veicolata con troppa leggerezza di bocca in bocca, sarà la causa di una terribile tragedia, da cui Mondo rinascerà come una comunità del tutto nuova, quasi utopistica: i suoi abitanti, rinunciando ad alcuni presunti vantaggi del progresso, riscopriranno antiche tradizioni, si apriranno a nuove culture e diverranno ben presto esempio di pacifica e proficua convivenza tra popoli. Un equilibrio delicato, che nuovi arrivati potrebbero turbare... Ambientato sul finire del Novecento, poco prima che i nodi dell’intolleranza venissero al pettine nella maniera più terribile ed eclatante, Mondo disegna con grande lucidità e un pizzico di ironia un’alternativa possibile, sebbene difficile, a una realtà che ormai da troppo tempo ha mostrato il suo lato più disumano».

 

Gaspare Cudia è nato in Francia nel 1958. A 3 anni arriva a Firenze col resto della famiglia. La formazione è quindi fiorentina integrata però dall’amore per la Sicilia, regione da cui provengono i genitori e in cui va regolarmente in vacanza fin dall’infanzia. Impegnato da decenni nel volontariato, da più di dieci anni vive insieme alla moglie, sposata oltre 37 anni fa, a Pozzallo in provincia di Ragusa dove svolge la professione di agente di commercio nel campo delle energie rinnovabili. Mondo è la sua prima pubblicazione.


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Autore: Luca Bianchini
Editore: Mondadori
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Luca Bianchini Sabato 26 Gennaio alle 18.30 sarà a Scicli, dove a palazzo Spadaro (via Francesco Mormina Penna) dialogherà con Giuseppe Pitrolo

 

Scicli, 18 gennaio 2019 – L’incontro è organizzato dal Comune di Scicli, dal “Brancati” e dalla Libreria Giunti al Punto di Ragusa. L’ingresso è libero.

Luca Bianchini è nato nel 1970 a Torino. Ex venditore di tè a Londra, ex intervistatore telefonico, ex redattore filatelico, oggi Bianchini è scrittore e conduttore radiofonico. Nel 2003 ha esordito per Mondadori con Instant Love, vicenda sentimentale, ironica e ambigua, costruita intorno a una serie di rapporti che cambiano, si dissolvono e si ricompongono. Inaugura così lo stile leggero, spiritoso, ironico e pungente che caratterizzerà  tutti i suoi libri. Nel 2004 esce ancora per Mondadori Ti seguo ogni notte, storia d'amore di un duro di borgata, mentre l'anno successivo Eros Ramazzotti decide di raccontarsi in un libro attraverso la penna di Luca: esce così, sempre per Mondadori, Eros lo giuro, che venderà più di centomila copie. Nel 2007 Mondadori pubblica Se domani farà bel tempo, dove Bianchini, dopo essersi infiltrato tra i giovani del jet-set milanese con la garanzia di assoluto anonimato e aver raccolto le loro confidenze, racconta con ironia vizi, debolezze e (anche) virtù della generazione dei ricchi venti-trentenni. Del 2011 è il romanzo Siamo Solo Amici, pubblicato da Mondadori, una commedia agrodolce ambientata a Venezia. 

Nel 2013 esce il romanzo Io che amo solo te (Mondadori): Ninella ha cinquant'anni e un grande amore, don Mimì, con cui non si è potuta sposare. Ma il destino le fa un regalo inaspettato: sua figlia si fidanza proprio con il figlio dell'uomo che ha sempre sognato, e i due ragazzi decidono di convolare a nozze. Il matrimonio di Chiara e Damiano si trasforma così in un vero e proprio evento per Polignano a Mare, paese bianco e arroccato in uno degli angoli più magici della Puglia… Il romanzo è diventato un film, grazie alla regia di Marco Ponti, e con un cast che vede tra gli altri Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Luciana Littizzetto, Maria Pia Calzone, Alessandra Amoroso, Eva Riccobono, Dario Bandiera, Dino Abbrescia

Del 2015 è «Dimmi che credi al destino»: svolge a Londra e ha come protagonista la cinquantenne Ornella, che si considera una campionessa mondiale di cadute, anche se si è sempre saputa rialzare da sola. Del 2017 è Nessuno come noi. 

 

So che un giorno tornerai” (2018) è un romanzo sulla ricerca delle nostre origini, la scoperta di chi siamo e la magia degli amori che sanno aspettare. Angela non ha ancora vent’anni quando diventa madre, una mattina a Trieste alla fine degli anni Sessanta. Pasquale, il suo grande amore, è un mercante di jeans calabrese, affascinante e già sposato. Lui le ha fatto una promessa: “Se sarà maschio, lo riconoscerò”. Angela fa tutti gli scongiuri del caso ma nasce una femmina: Emma.Pasquale fugge dalle sue responsabilità, lasciando Angela crescere la bambina da sola insieme alla sua famiglia numerosa e sgangherata. I Pipan sono capitanati da un nonno che rimpiange il dominio austriaco, una nonna che prepara le zuppe e quattro zii: uno serio, un playboy e due gemelli diversi che si alternano a fare da baby sitter a Emma. Lei sarà la figlia di tutti e di nessuno e crescerà così, libera e anticonformista, come la Trieste in cui vive, in quella terra di confine tra cielo e mare, Italia e Jugoslavia. Fino al giorno in cui deciderà di mettersi sulle tracce di suo padre, e per lui questa sarà l’occasione per rivedere Angela, che non ha mai dimenticato…


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Una nuova storia di navi e nuova avventura. La storia racconta un Natale particolare, quello del 2007, vissuto da tutto l’equipaggio della ‘Polar Aegle’

Nel 1969 iniziò l’avventura in grande stile, forse la prima al mondo, di trasporto di Gas Naturale Liquefatto, tra l’America (Alaska) e il Giappone. Le Compagnie petrolifere americane, Phillip 66 o Phillips Petroleum Company (in seguito divenuta ConocoPhillips) e la Marathon Oil Corporation proprietarie di alcuni pozzi di Gas Naturale in Alaska, avevano concluso un contratto ventennale con le società giapponesi Tokyo-Gas (TG) e Tokyo Electric Power Company (TEPCO). Alla scadenza il contratto veniva ridiscusso e rinnovato in base quinquennale. Agli inizi del nuovo secolo, avvicinandosi l'esaurimento dei pozzi di Gas delle due compagnie americane, si cominciò a vociferare della fine del contratto e della possibile vendita delle navi a nuova Compagnia per impiego su altre rotte. Agli inizi del 2007 la voce della compravendita delle navi si fece sempre più insistente e certa. Cominciò allora una contrattazione tra gli equipaggi e la Marathon circa la fine degli equipaggi e un eventuale compenso economico in base agli anni di servizio prestati sino al momento della compravendita nei mesi tra agosto e ottobre dello stesso anno fu raggiunto un accordo tra le parti, la Marathon e la ConocoPhillips che a compravendita avvenuta avrebbero noleggiato le navi dal nuovo armatore sino allo scadere del contratto con il Giappone previsto a fine 2010.

Il capitano Gaetano D’Agostino è protagonista di questo viaggio e di questo racconto. A Dicembre 2007 infatti, si trovava a bordo e al comando della nave denominata ‘Polar Eagle’ mentre sulla gemella ‘Arctic Sun’ si trovava il suo collega M. Bianco.

 

Capitano, ricorda cosa accadde il 16 dicembre del 2007 quando lei si trovava a bordo della “Polar Eagle”?

Con la Polar Eagle siamo partiti in zavorra da Yokohama il 16 dicembre alle 08:30 ora locale (JST) mentre la Artic Sun era partita carica qualche ora dall'Alaska, dopo qualche ora ad un orario prefissato (GMT) quando ormai entrambi le navi ci trovavamo in acque internazionali ci hanno comunicato telefonicamente e in simultanea l'avvenuta vendita delle navi e quindi la dismissione (cambio) ufficiale di bandiera da quella della Liberia a quella delle Marshall Islands. A bordo abbiamo dovuto registrare il tutto autocertificando anche il giuramento di fedeltà alla nuova nazione di bandiera acquisita dalla nave. Mi è stato ordinato di dirigermi nel porto giapponese di Muroran in Hokkaido. Arrivammo il giorno dopo all’alba e verso le ore 11 salpammo e ripartimmo alla volta del porto di caricazione, Nikiski (Alaska).

Durante la traversata fummo avvisati che avendo la nave, avendo cambiato ufficialmente il nome da Polar Eagle a Polar Spirit e cambiato anche il colore e il logo di Compagnia della ciminiera, non poteva ritornare in Giappone se non avesse cambiato il nome scritto sui due masconi e a poppa della nave stessa e contemporaneamente il colore della ciminiera e il logo sociale di appartenenza. Cosa questa impossibile da fare in navigazione e non facile da fare anche in porto in Alaska in quel periodo dell'anno.

 

Ricevette dunque un ordine praticamente impossibile... Ci racconti del grande sforzo e del lavoro del suo equipaggio per onorare quella richiesta…

Si doveva a tutti i costi cambiare la vecchia scritta  con il nuovo nome e con i colori e il logo sulla ciminiera per evitare che al prossimo arrivo in Giappone potessimo avere problemi burocratici che ci avrebbero costretto a grossi ritardi e pesanti sanzioni pecuniarie. Feci quindi radunare tutto l’equipaggio libero dal servizio, ufficiali e comuni, ed esposi loro le richieste della Compagnia. Collaboratori e professionali come sempre tutti mi dissero: «Faremo ciò che è necessario anche se le condizioni di tempo non ci saranno favorevoli». Studiammo e stilammo il piano come procedere per minimizzare rischi e prevenire qualsiasi possibilità di incidente.

Arrivammo in porto il mattino del 24 Dicembre 2007, era molto freddo, la temperatura era oltre i 10 - 15 gradi sottozero, in mare lastroni di ghiaccio andavano su è giù strusciando sulla fiancata della nave, a tratti nevicava. Avevamo preparato tutto il materiale necessario per il lavoro e appena finite le pratiche burocratiche e iniziato le operazioni di caricamento, con tutto il personale disponibile organizzammo tre squadre di lavoro, una per cambiare il nome della nave sui masconi di prua, una a poppa e una per iniziare a cambiare colore alla ciminiera per poi dipingere il nuovo logo sociale. Il personale si alternava, un paio di ore di lavoro con brevissime pause per bere qualcosa di caldo e un paio di ore di riposo.

Gli ufficiali si alternavano tra il turno in sala controllo carico e quello che seguiva le squadre all’opera. Io mi alternavo tra la sala radio da dove comunicavo e mandavo foto agli uffici di terra per mostrare lo stato di avanzamento del lavoro, il mio studio dove di tanto in tanto riposavo una mezz'oretta e i vari posti di lavoro per vedere come andava, per far vedere ai ragazzi che ero con loro e per assicurarmi che di tanto in tanto gli addetti alla cucina provvedessero a portare latte e caldo per riscaldare chi lavorava.

 

Un’operazione in cui remavano contro sia il tempo a disposizione che le condizioni atmosferiche e il mare ghiacciato dell’Alaska. Quante ore impiegaste per riuscire in questa difficile operazione?

Quel giornosmettemmo che erano le 22 passate, mandai tutti a riposare dicendo che il giorno dopo, che era Natale, si sarebbe ricominciato alle 5 dell'alba e si sarebbe proseguito sino la fine. Non avremmo otuto festeggiare il santo Natale, non avremmo fatto pranzi speciali, potevamo avere solo brevi pause per far riposare e scaldare chi era sottoposto maggiormente al tempo poco amichevole, per mangiare qualcosa di leggero e caldo. Il lavoro doveva essere completato il prima possibile: il giorno seguente, il 26 dicembre dovevamo ripartire e il lavoro doveva essere completato. Avevo anche ordinato che un rimorchiatore stazionasse nei pressi della nave pronto ad intervenire nel caso disgraziato che qualcuno, non seguendo tutte le norme di sicurezza ce avevamo stabilito, potesse cadere in mare (con quelle temperature pochi minuti in acqua potevano essere letali).

Tutto il personale lavorò sodo, senza tregua, erano ammirevoli, alla mia richiesta avevano risposto senza indugio alcuno, sapevano che io ero con loro. Ricordo che un marinaio mentre si trovava sulla sommità della ciminiera per pitturarne l'esterno, con una mano calzata da un guanto ormai bagnato, toccò erroneamente uno dei tubi di scarico della ciminiera che era molto caldo, rischiando una brutta scottatura. Ebbe la sveltezza di togliersi il guanto e scendere giù per essere assistito, gli feci immergere la mano in acqua ghiacciata per alcuni minuti affinché il calore preso si disperdesse e non avesse il tempo di procurargli scottature alla pelle e bolle… Andò bene, non si manifestò nessuna bolla dovuta alla scottatura e dopo un'oretta di riposo, decise di ritornare a lavorare.

Durante l'avanzamento progressivo dei lavori di tanto in tanto scattavo foto sia da bordo che da sopra il pontile per documentare. Il meteo variava: nevischio, neve, nuvoloso, ma fortunatamente non soffiava un alito di vento, calma piatta; se fosse stato altrimenti tutto sarebbe stato vano, direi impossibile da farsi. Quando finalmente, dopo un giorno e mezzo di lavoro, tutto fu finito, abbiamo consumato tutti insieme un pasto più abbondante, che niente aveva a che fare con i nostri soliti pranzi luculliani delle feste natalizie.

 

Un Natale particolare, senza fasti o grandi pranzi ma col morale alle stelle per il lavoro ben riuscito. Come si sentivano i suoi ragazzi?

Erano contenti del lavoro fatto e fatto professionalmente bene e senza intoppi. Io ero e sono ancora orgoglioso di loro. Pensai che si meritavano a pieno titolo un’ottima ricompensa. Ma le cose non andarono proprio in questo modo… Ripensandoci oggi, però, mi sento ancora mortificato per quei ragazzi che hanno dato l’anima per completare il lavoro e sacrificare il giorno di festa.

 

Cosa accade di preciso il giorno dopo?

Il giorno seguente partimmo, con il nostro carico di Gas Naturale Liquefatto alla temperatura di 161° C sotto lo zero, dentro le nostre stive , alla volta del Giappone. Destinazione Negishi-Yokohama.

Il 27 di mattina contattai il ‘Vessel Team Manager’ che era responsabile del gruppo di navi al quale appartenevamo Team Libra mandandogli il resoconto dettagliato di tutto ciò che era stato fatto e le foto di prima e dopo del lavoro. Gli chiesi pure di farmi sapere come e con cosa la Compagnia avrebbe compensato coloro che fisicamente avevano fatto il lavoro, disagiato, in condizioni avverse e sopratutto non di routine, fatto senza neanche festeggiare i Natale.  La risposta mi lasciò di stucco.

 Vessel Team Manager mi rispose il giorno seguente con una email, scrivendo che era orgoglioso del lavoro fatto e che come premio avrebbe potuto pagare 5 - 6 ore extra di straordinario (in più della normale paga prevista come straordinario fatto), come regalo, a coloro che lo avevano eseguito.  Mi sentii fortemente offeso: ciò che offriva equivaleva a circa 20-30 dollari a persona, in tutto più o meno 500 dollari. Risposi con distacco che ringraziavo a nome dell'equipaggio ma che a nome loro non accettavo elemosine alcune e che 500 dollari al mio equipaggio eventualmente avrei potuto darli prelevandoli dal mio stipendio. Sinceramente mi aspettavo qualcosa di molto più congruo, qualche centinaio di dollari a persona almeno. La precedente Compagnia mi avrebbe sicuramente risposto: «Comandante, vedi tu cosa pensi che meritano e facci sapere».

 

Come reagirono i suoi uomini?

Chiamai a raccolta l'equipaggio e feci leggere loro tutta la comunicazione avvenuta, dicendo che quella somma se loro avessero accettato l'avrei pagata io poiché io avevo rifiutato l'offerta della Compagnia. In coro mi risposero: «Comandante, abbiamo fatto il lavoro perché ce lo hai chiesto tu, questi nuovi padroni non li conosciamo ancora, come loro non conoscono noi. Non vogliamo niente. Scrivilo pure a Glasgow, che abbiamo fatto questo regalo a loro perché noi a bordo da anni ormai siamo un vero team». Mi si rigavano gli occhi, e li avrei abbracciati uno ad uno.

Alcuni mesi dopo l’autore dell’email cadde in disgrazia da parte del Consiglio di Amministrazione della Compagnia (Board of Directors) e fu epurato in maniera che potrei definire ‘poco ortodossa’. In quell'occasione scrisse a tutti i Comandanti delle navi del Team Libra, come a chiedere supporto affinché lo sostenessimo per non farlo mandar via. Gli risposi: «Ognuno ha quel che si merita, umanamente mi dispiace, ma non ho altro da dire», solo queste parole...

Il nuovo Vessel Team Manager, era un indiano, che una volta assunta la responsabilità del suo nuovo incarico societario, mi chiamò al telefono per dirmi che sapeva tutto ciò che era accaduto e che probabilmente sarebbe venuto a trovarmi a bordo e fare una traversata con noi. E infatti fu così. Da allora cominciammo ad avere nuovamente un rapporto umano, ci siamo rivisti diverse volte, sia a bordo che durante alcuni seminari professionali, in Spagna, in Scozia, in Norvegia. Un vero amico.

  

***

Una storia di navi e una storia di uomini. Uomini diversi che popolano il mondo, che solcano mari, che soffrono, che amano il loro lavoro, che fanno la differenza. Appare chiaro che gli uomini dell’equipaggio ci misero il cuore oltre che le braccia per eseguire un ordine del loro comandante. Chi un cuore non lo possedeva non avrebbe potuto apprezzare quel piccolo grande gesto sotto Natale. Onore al merito!

Giovannella Galliano


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Ragusa, 17 dicembre 2018 – Il Natale in Sicilia, si sa, è incredibilmente suggestivo ed emozionante, ricco di tradizioni sacre, profane e gastronomiche. Una triade, quest’ultima, non di poco conto che tiene conto di tanti fattori, non ultimo quello del territorio.

Fino a qualche anno fa l’atmosfera natalizia iniziava ad avvertirsi solo a partire dall’inizio di dicembre, quando per la celebrazione dell’Immacolata Concezione ogni famiglia addobbava l’albero di Natale e, soprattutto, si preparava il tradizionale Presepe. Oggigiorno, influenzati dalle usanze provenienti dai paesi del nord Europa, il clima natalizio anche in Sicilia fa il suo ingresso con un po’ di anticipo.

Ogni luogo dell’Isola secondo le proprie usanze si tinge di Natale non solo con luci e decori, ma anche con profumi gastronomici che solleticano l’olfatto fino a lambire dimensioni che si sposano bene col gusto. Connubio vincente di un buon piatto, specie quello natalizio.

Nasce, pertanto, la classica domanda che le signore – ma non solo – si pongono, ovvero “cosa preparare per la cena di Natale?”. Anche noi di Ondaiblea.it siamo incappati nel medesimo interrogativo e abbiamo subito girato il quesito a Giuseppe Maurizio Favara, cuoco di alta gamma, accreditato in F.I.C. (Federazione Italiana Cuochi), componente della Associazione Provinciale Cuochi Etnei e membro dell’Unione Regionale Cuochi Siciliani.

 

Prima di passare alla domanda clou (sopra evidenziata e virgolettata), stuzzichiamo Favara chiedendo: Come si può raccontare, in ambito culinario, la cucina popolare iblea in occasione del santo Natale?

«Raccontare la cucina popolare iblea, in particolar modo in occasione del santo Natale, rappresenta un viaggio nella storia di un territorio che parte dal mare per arrivare sino alle colline, dai boschi rigogliosi alle brulle sterpaglie, con paesaggi, territori e microclimi talmente diversi da dare facilmente l’opportunità di vagare tra profumi e sapori totalmente differenti sia nella natura della materia prima sia nelle preparazioni finali».

 

Viene subito in mente il suino la cui carne è molto apprezzata nel territorio ibleo e, soprattutto, perché si utilizzano tutte le sue parti.

«Certo. La carne di suino è sicuramente uno degli alimenti principi della tavola natalizia iblea. Non dimentichiamo che la gelatina si può gustare in tutta la provincia iblea e, in particolare, a Giarratana, Monterosso Almo e Chiaramonte Gulfi. Da non trascurare l’antica preparazione del cosiddetto “Sancieli” (sanguinaccio). Se ci spostiamo a Ispica troviamo i “miliddi e baccalà”; a Pozzallo i buonissimi polipetti di scoglio “ammuttunati”, e poi i ravioli, cavati e “tomasini” a Modica.

 

Una cucina che si avvicina molto al territorio?

«Una cucina comunque povera, non ricercata, figlia di un territorio per lo più votato alla pastorizia ed agricoltura, un territorio produttivo dove molto tempo si dedicava al lavoro e quindi pochissimo ne rimaneva da dedicare ad altro, figurarsi ai fronzoli culinari. Oggigiorno tutto sembra stravolto o comunque cambiato. Il territorio ragusano è meta di turismo d’élite. Gli abitanti stessi diventano più esigenti. Non bisogna dimenticare che la città di Ragusa è divenuta l’élite delle stelle Michelin, trasformandosi nella provincia più stellata di Sicilia. Segno questo di una evoluzione culturale e di una presunzione gastronomica che affonda le radici nella tradizione strizzando, consapevolmente, l’occhio all’innovazione e alle preparazioni gourmet».

 

Detto questo, quale menu consiglia per la cena di Natale?

«Da parte mia, girovago del gusto e accanito sostenitore della tradizione anche se conditissima d’innovazione, per questo Natale 2018, sulle tavole dei ragusani vedrei: 

- come ANTIPASTO, dei “tomasini” di pasta fillo conditi con ricotta allo zenzero e ciccioli di maiale serviti con una riduzione di cerasuolo di Vittoria (Rg); 

- il primo lo farei riempendo, di cavatelli ai cardoncelli, una melanzana perlina (Comiso) che andrei poi a adagiare su una passata di pomodorino di pachino e infine guarnita con chips di pancetta; 

- mai d’accordo che terra e mare non possono entrare nello stesso menù, come secondo farei dei polipetti di scoglio di Pozzallo, cotti sottovuoto a bassa temperatura adagiati su una mousse di baccalà macchiata con la riduzione del loro liquido di cottura, e finiti con del finocchietto selvatico fritto; 

- al dolce, considerato che il panettone non può mancare mai, andrei a farcire - con una crema di ricotta setacciata con zucchero di canna, e condita con grappa di frappato docg, e scaglie di cioccolato di modica - la fetta che andrà servita su un piatto con una colata di crema al basilico». 

 

Ci può dare un anticipo almeno con una ricetta?

«Inizierei con i “tomasini” natalizi.

Per la pasta fillo: 200 gr di farina manitoba, 105 ml di acqua calda, 2 cucchiai di olio di oliva, 1 cucchiaino di sale fino.

Per preparare la pasta fillo iniziate ad impastare tutti gli ingredienti con l’aiuto di una planetaria o di un robot da cucina fino ad ottenere un panetto elastico. Dividete l’impasto ottenuto in tante palline dello stesso peso e poi bagnatele sulla superficie. Coprite con un panno da cucina e lasciate riposare per 40 minuti. Successivamente stendete con l’aiuto della macchinetta per la pasta e trasferite su di un piano infarinato, spennellate con l’olio e sovrapponete quattro fogli di pasta. La pasta è pronta per essere utilizzata o congelata.

Per la ricotta ordinatene una da 1/2 kg e tenetela un giorno a spurgare in frigo affinché possa rilasciare il liquido in eccesso risultando in tal modo asciutta. Poi amalgamatela con lo zenzero e/o ginger grattugiato nella proporzione di un pezzetto di radice da tre centimetri per 1/2 kg di ricotta; se utilizzate quella vaccina mettete anche 1/2 cucchiaino di sale, se usate quella di pecora va bene così come si trova.

Prepariamo adesso i ciccioli.

Prendiamo un chilo di pancetta di suino e la facciamo bollire a fuoco lento. Appena si sarà formato il liquido per effetto dello scioglimento dei grassi, filtriamo il tutto in modo che la parte liquida lasci la carne. La parte liquida, così ottenuta, conservatela, solidificata non è altro che una buona sugna fatta in casa; la carne, invece, spremetela con lo schiacciapatate in modo da privarla totalmente dei liquidi. Avete ottenuto così i famosissimi ciccioli!

Adesso prepariamo la riduzione al vino:

500 ml di vino rosso, 250 ml di brodo vegetale, 50 g di burro, 1 scalogno, 30 g di farina, sale q.b. e 1 foglia di alloro.

Usciamo il burro dal frigo e lo facciamo ammorbidire. Poi, facciamo sciogliere in padella, a fuoco basso, metà del burro facendolo dorare per alcuni minuti e badando bene a non farlo bruciare. Aggiungi lo scalogno tagliato finissimo. Quando lo scalogno sarà leggermente imbiondito, aggiungiamo il vino.

Alziamo per un paio di minuti la fiamma (in questo modo faremo evaporare l’alcool dal vino). Uniamo la farina setacciata con il restante burro e il brodo; uniamo il tutto e cuociamo a fiamma moderata sino a quando il liquido si sarà ridotto di più della metà; logicamente prima dell’utilizzo filtrare il tutto.

Passiamo alla preparazione del piatto:

cerchiamo di riprodurre la forma del “tomasino” con l’aiuto del ripieno di ricotta a cui avremo aggiunto i ciccioli. Questi vanno fritti in un tegame con la sugna prima ottenuta dalla loro scolatura e quando raggiungono un colore ben dorato, adagiamoli sul piatto completandoli con un filo di riduzione che faremo scendere sul prodotto aiutandoci con un cucchiaio!

Sicuramente è un piatto di molto effetto e ricco di gusto e anche di calorie. Questa è la tradizione che guarda all’innovazione,

Vi auguro buon appetito, e alla prossima ricetta». 

 

a cura di Giuseppe Nativo

 


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Storie di Navi tocca, in questo breve racconto dell’artista internazionale Dina Smadar, i luoghi della memoria con l’incagliamento del barcone Pentcho, carico di ebrei, nel 1940. 

Grazie all’intervista effettuata per noi dalla scrittrice Marinella Tumino, a Dina Smadar, figlia di Zvi e Gitta Newman protagonisti del naufragio, abbiamo potuto ricostruire in sintesi l’accaduto. Altri sopravvissuti hanno avuto modo di raccontare questa storia in modo più dettagliato, poiché testimoni diretti. Possiamo trovare altre angolature del naufragio del Pentcho, infatti nel libro Odissey di John Bierman, o in quello di Gianfranco Moscati  in Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah o ancora in un blog  del giornalista nonché storico Mario Avagliano, Stori@,  in cui l’autore  raccoglie la testimonianza dell’ebreo tedesco Heinz Wisla. Inoltre, l’intera vicenda la troviamo documentata nel Bollettino d’archivio della Marina Militare: Il salvataggio di naufraghi ebrei nelle Isole Italiane dell’Egeo (1939-1942). L’avventura del Pentchodi Giuliano Manzari.

 Il nostro intento è stato quello di riportare una fonte diretta corredata da notizie storiche. Con la testimonianza di Dina Smadar, forse siamo riusciti ad aggiungere un altro tassello a questa incredibile storia. I suoi genitori si conobbero nel campo di internamento diFerramonti ed è lì che lei nacque.  La premessa e la conclusione di questa storia l’affidiamo alle parole di Marinella Tumino la quale ci fa partecipe delle sue ricerche storiche sull’accaduto ma la testimonianza, ovvero l’intervista ,riporta  le parole  esatte della Smadar che ha risposto per iscritto , in inglese,  al nostro invito.

 

C‘è un luogo, in un angolo di Italia, che pochi conoscono; profuma di dolore, di speranza, di storia.

È il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, situato a pochi km da Cosenza, nel cuore della Calabria. L’inizio delle attività del campo di Ferramonti fu il 20 giugno del 1940 quando vi giunse un primo piccolo gruppo di 160 ebrei provenienti da Roma. Proprio in questo campo arrivarono anche i sopravvissuti Ebrei (circa 500) partiti da Bratislava a bordo di un barcone fluviale chiamato Pentchoe dopo aver percorso il Danubio giunsero nel Mar Egeo.

Il vento, che li aveva scortati per tutto il percorso quasi senza tregua, si era calmato ma quando tutto sembrava andasse per il meglio accadde la sciagura: un guasto al motore invalidò ogni tentativo di procedere. Allora tentarono di creare delle vele con delle lenzuola. L’obiettivo immediato era quello di raggiungere degli isolotti avvistati poco distanti ma ecco che il vento riprese prepotente e presto il “Pentcho”, in prossimità di un isolotto disabitato, si incagliò e si frantumò. Oggi la storia del piroscafo è documentata, ma ce la raccontano ancora alcuni sopravvissuti, testimoni preziosi di uno dei periodi più bui del Novecento, come l’artista internazionale Dina Smadar, nata nel 1944 nel Campo di Ferramonti e con la quale sono entrata in contatto dopo aver visitato con corpo e anima il Campo in questione e dove l’artista, che vive in Israele, cura il Museo. Dina è figlia di Zvi e Gitta Newman che convolarono a nozze proprio all’interno del Campo.

 

La storia

Mio padre Zvi Newman lasciò la casa dei suoi genitori in Slovacchia quando l’antisemitismo era in aumento. Partì da solo all’età di 17 o 18 anni. Essendo sputato, deriso ed essendogli vietato studiare in accademia, non lasciò spazio a dubbi e decise di partire per la Palestina con alcuni compagni…A questo punto inizia la sua avventura sul piroscafo Pentcho, una storia a sé stante.

C’erano 514 rifugiati sulla barca fluviale, un'ex imbarcazione utilizzata per trasportare animali o grano, che, secondo quanto ha scritto Halevi, “La funzione del battello era di trasportare centinaia di Ebrei in rive sicure, viaggiando su un percorso non segnato.

Nessuno dei passeggeri si è mai illuso di fare un buon viaggio; le difficoltà, le avventure e il rischio del pericolo di vita erano stati presi in considerazione in anticipo. La piccola imbarcazione già debole per la vecchiezza poteva difficilmente galleggiare nel Danubio. Ha resistito a tempeste, scossoni e colpi. Con pochi viveri e scarse riserve d’acqua, senza carte nautiche e al timone un ex ufficiale della marina zarista avevano ridisceso il Danubio attraversando ben cinque Stati (Slovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Bulgaria e Romania), per poi sfociare nel mar Nero e, dopo aver attraversato lo Stretto dei Dardanelli, sbucare nell’Egeo.Durante il difficile viaggio, il battello, a causa del forte vento, si incagliò sull’isolotto di Kamilonisi nel mare Egeo. Tutti i passeggeri raggiunsero la riva dove provarono a recuperare eventuali parti rimanenti dell’imbarcazione che potevano essere utili. La mattina, i sopravvissuti si resero conto che l’isolotto roccioso era desolato e disabitato. Essi inviarono una barca a cercare aiuto ma essa non tornò mai. Dopo, appresero che i passeggeri furono ricoverati in ospedale in Egitto. Dopo molti giorni, una nave di salvataggio italiana arrivò e i sopravvissuti furono trasferiti a Rodi e da lì al campo di Ferramonti in Calabria…

In effetti, un grande plauso va alla motonavedella Reale Marina Italiana Camoglie al suo comandante Carlo Orlandi. La nave italiana riuscì a trarre in salvo i naufraghi, nonostante fossero stati avvistati dagli inglesi che non andarono in soccorso. I superstiti avevano affrontato il viaggio della speranza tra affanni e imprevisti, tra amori e dolori, un viaggio lungo quasi cinque mesi durante i quali nessun Paese che attraversarono volle dare loro cibo, acqua e il prezioso olio combustibile indispensabile per la navigazione. Gli unici aiuti arrivarono dalle comunità ebraiche locali. Un viaggio dunque che finì nell’Egeo, all’epoca zona di guerra sotto il controllo italiano.

La Camogli giunse fino all’isola di Rodi e lì gli sfortunati furono internati in un campo di tende e poi in una caserma fino agli inizi del 1942.Uno degli internati riuscì ad ottenere un visto per il Portogallo e a lasciare l’isola greca, quindi passò da Roma, dove fu ricevuto da papa Pio XII, al quale raccontò la storia dei naufraghi del Pentcho rimasti a Rodi. Il papa prese a cuore la vicenda e, grazie alla sua intercessione, una nave della Croce Rossa prelevò i naufraghi e in due momenti (febbraio e marzo 1942) li condusse in Italia. Un provvedimento provvidenziale, visto che le autorità italiane avevano chiesto ai nazisti di prendersi carico dell'intero gruppo per trasferirli in Germania.

Gli ebrei furono destinati al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove la maggior parte di loro riuscì a salvarsi grazie alla liberazione nel settembre 1943 ad opera degli Alleati, scampando così alla deportazione. 

Giovannella Galliano


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Febbraio 2006: la Seabulk Pride, petroliera a doppio scafo di 46,000 tonnellate in difficoltà tra i ghiacci dell’Alaska

 

Le Storie di navici portano in Alaska, con un altro racconto del capitano Gaetano D’Agostino che ha operato a bordo di navi adibite a trasporto di Gas naturale.

In Alaska, lo stato più grande ma meno popoloso degli Stati Uniti, le temperature sono rigide e possono scendere anche sotto i -20°C. Il ghiaccio in certi punti può raggiungere anche 2 metri di spessore e a febbraio, quando nella parte nord comincia a sciogliersi può essere molto pericoloso poiché le correnti di marea lo trasportano dappertutto.

Dalle parole del capitano D’Agostino apprendiamo che il pericolo maggiore era rappresentato durante la marea montante quando la corrente di marea raggiungeva una velocità che spesso superava anche i 5 nodi. Questa nuova avventura sulle navi non è stata vissuta direttamente dal capitano ma i fatti gli sono stati raccontati da persone che hanno assistito, a volte indirettamente. Il capitano ripete sempre di portare dentro questi racconti, perché ognuno di essi è stato vissuto da uomini che ogni giorno hanno solcato quei mari proprio come lui, con mille pericoli in agguato. I dettagli hanno un linguaggio specialistico, quello di chi sa cosa significa comandare una nave in condizioni altamente critiche.

 

Capitano D’Agostino si è mai trovato in situazioni critiche in quei mari?

Personalmente ho dovuto affrontare diverse volte serie emergenze dovute al ghiaccio, ma grazie alla perizia del mio equipaggio e forse anche ad un po’ di fortuna ne siamo usciti sempre bene.

 

I suoi racconti ormai stanno appassionando diversi lettori anche sulla sua pagina Facebook e le chiedo: quale storia vorrà condividere con loro questa volta?

Vorrei raccontare cosa accadde alla petroliera Seabulk Pridenel febbraio del 2006, premettendo che io mi trovavo in navigazione a pochi giorni dall'arrivo in porto e che i fatti mi sono stati raccontati da amici del posto che lavoravano nella raffineria dove andavamo noi. Le foto qui pubblicate, infatti, sono state scattate da loro…

 

Può raccontarci qualcosa del suo lavoro e di questa terra, l’Alaska, per far entrare il lettore nel suo mondo?

Certamente! Da luglio 1975 sino all'ottobre del 2010 ho operato a bordo di navi (LNG) adibite al trasporto di Gas Naturale Liquefatto (Metano quasi puro) tra il porto del villaggio di Nikiski (Alaska) dove caricavamo e il Giappone dove si andava a scaricare. L'Alaska è una bellissima terra ancora poco contaminata, stupenda in primavera ed estate, un po’ meno in autunno e inverno. Normalmente con inizio dal mese di ottobre si cominciava a coprire di neve sempre di più e la temperatura a volte scendeva ben sotto i -20°C. In queste condizioni, sull'acqua salmastra della parte nord del Cook Inlet, a nord di dove operavamo noi, si formava spesso una spessa lastra di ghiaccio che ricopriva tutta l'area. Ghiaccio che a volte in certi punti raggiungeva anche i due metri di spessore. Nell'area dove operavamo noi il ghiaccio non era sempre presente e difficilmente raggiungeva spessori così consistenti, però nel periodo di febbraio quando cominciava a sciogliersi o rompersi nella parte nord della baia e cominciava ad essere trasportato su e giù per essa, dalle correnti di marea, rappresentava grossi problemi specialmente se eravamo ormeggiati in panchina per le rituali operazioni commerciali. Il pericolo maggiore era rappresentato durante la marea montante quando la corrente di marea raggiungeva una velocità che spesso superava anche i 5 nodi (circa 10 km orari) muovendo spesse lastre di ghiaccio che a volte superavano i 50 metri quadri, lastre che insinuandosi tra la nave, la spiaggia e il pontile e sovrapponendosi l'una all'altra, spingevano la nave sino a farla staccare dal pontile con il rischio di rottura dei cavi di ormeggio e conseguenze varie. Noi eravamo ormai abbastanza esperti e preparati a contrastare il tutto. A volte, durante le ore più critiche, sospendevamo le operazioni e stavamo in panchina con la macchina a mezza velocità avanti per contrastare l'impatto e con l'elica trasversale prodiera (Bow Thruster) sempre in stand-by, inoltre era nostra buona pratica far rimanere sempre il pilota del porto (pratico della zona) a bordo durante queste occasioni in modo che in qualsiasi momento si rendesse necessario potevamo mollare tutto e allontanarci dall'area di pericolo sino a raggiungere un'area di sicurezza priva di ghiacci. Chi invece si trovava ad andare in quei posti per le prime volte in situazioni simili, era spesso impreparato a dover affrontare emergenze inaspettate.
A Nikiski esistono tre diverse raffinerie una vicina all'altra di proprietà di compagnie diverse e che trattavano prodotti diversi. La più a nord della Tesorotratta prodotti petroliferi, poi c'è quella della "ConocoPhillips-Marathon" che tratta Gas Naturale e poco più a sud quella della Unionche trattava ammoniaca, urea e prodotti simili. Quest'ultima è stata però fermata e non più operativa credo nei primi anni 2000.

 

Il racconto

Il due febbraio 2006 la Seabulk Pride, petroliera a doppio scafo di 46000 tonnellate di stazza, lunga 183 m, larga 32 m, costruita nel 1998, operata dalla Seabulk Tankersdi Ft. Lauderdale, Florida, si trovava ormeggiata al pontile della Tesoroper operazioni commerciali quando a causa forte corrente di marea entrante che faceva risalire grosse e spesse lastre di ghiaccio che cominciarono ad insinuarsi tra lei e il pontile ha dovuto sospendere le operazioni e prepararsi a lasciare la panchina in emergenza. A causa del forte e continuo impatto dei lastroni di ghiaccio con lo scafo della nave alcuni cavi di ormeggio di manila andati troppo sotto sforzo sino a superare il proprio carico di rottura si spezzarono cadendo in acqua, ad uno ad uno tutti i cavi si spezzarono lasciando la nave libera dal pontile in balia di sé stessa.

Pare che uno di questi cavi caduto in acqua sia andato a finire tra le pale dell'elica inibendo così l'uso della stessa e lasciando la nave libera di essere trascinata, dalla corrente di marea, lontana dal pontile. Una volta liberi dal pontile una o entrambi le ancore sono state filate a mare per frenare o fermare la deriva della nave, ma ciò non è stato sufficiente ad evitare che la corrente di marea spingesse la nave verso terra facendola arenare sulla spiaggia poco a nord del pontile, dove era ormeggiata. Fortunatamente essendo il fondo non roccioso, ma alquanto sabbioso, non ci furono danni consistenti e sopratutto grazie anche al doppio scafo non ci fu nessuna perdita di carico in mare e quindi nessun inquinamento delle acque.

La nave si fermò e rimase incagliata sino al giorno dopo quando con l'assistenza di alcuni rimorchiatori fu liberata, ispezionata e ritornata ad essere operativa. In conclusione, una grande paura, finita senza grossi danni a persone o all'ambiente. La stessa nave ha avuto nuovamente difficoltà nello stesso pontile nel gennaio del 2007 quando sempre a causa di condizione di ghiaccio estremo è stata costretta a lasciare il pontile ma questa volta pur se con mille difficoltà riuscì a riprendere il largo senza nessuna conseguenza.

In seguito a queste due situazioni di emergenza e in considerazione della possibilità del ripetersi, la USCG emanò un'ordinanza che tutte le petroliere che operavano in quel pontile dovevano essere assistite da rimorchiatore durante le operazioni di ormeggio, disormeggio e durante tutto il tempo di permanenza in pontile.

Noi che operavamo nel pontile vicino della suddetta nave, pur essendo soggetti alle stesse condizioni atmosferiche, non avevamo nessun obbligo di assistenza di rimorchiatori pur considerando che la nostra nave era più grande (239 metri di lunghezza con 40 m di larghezza), ma con una macchina di potenza ben superiore, fornita di elica di spinta laterale (Bow Thruster) a prora e con equipaggi che da anni operavano sempre su quelle navi quindi con esperienza sufficiente a fronteggiare situazioni di emergenza similare. Abbiamo quindi continuato ad operare nell'area ormeggiando e disormeggiando sempre da soli senza ausilio di rimorchiatori ma soltanto avvalendoci dell'esperienza e consigli fornitaci dai piloti del luogo, persone tutte con grande esperienza professionale.

 

 Un racconto, questo del capitano D’Agostino, che ci ha sicuramente catapultati in una realtà diversa dalla nostra dove cielo e mare sembrano toccarsi veramente, sul tetto del mondo.

Giovannella Galliano


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Il 19 gennaio 1915 l’Endurance, capolavoro dei maestri d’ascia norvegesi, affonda nelle acque dell’Antartide

 

Storie di Navi, rubrica a cura di  Giovannella Galliano

 

La rubrica, “Storie di navi” questa volta ci porta molto lontano nel tempo,  il 19 gennaio 1915, quando la nave Endurancefallì l’Imperiale Spedizione Transantartica mentre viaggiava nel mare di Weddel a sole 80 miglia dall’Antartide.

Enormi lastre di pack, infatti, la imprigionarono costringendo l’intero equipaggio ad abbandonare la nave salvando il salvabile. Ce la racconta uno scrittore ragusano, Vincenzo La Monica, conosciuto come Responsabile Immigrazione della Caritas di Ragusa che in un suo blog ha raccolto varie fonti, scritte e filmate, per creare di suo pugno un racconto entusiasmante per gli appassionati del genere. Ne riportiamo qui una riduzione ad opera dello stesso Vincenzo La Monica.

A questo avvenimento fu dedicata anche una puntata di Superquark e le foto qui pubblicate sono del regista free lance Frank Hurley, su carta Kodak.

 

La Storia

Thoralf Sørlle era il direttore della stazione baleniera di Stromness, nella Georgia Australe. Un uomo avvezzo alla macellazione delle balene, al gelo mischiato di fumo e di grasso, ai tetri fusti in metallo per la conservazione dell’olio, alle maniere dei marinai. La persona di fronte a lui aveva la barba lunga e i capelli che gli arrivavano alle spalle, la faccia nera e i vestiti laceri. Quando lo sentì parlare, Sørlle scoppiò in lacrime. Quell’uomo aveva detto: “Mi chiamo Ernest Shackleton”.

 

Seicentocinquattonto giorni prima, l'uno di agosto del 1914, il capitano che portava quel nome levava l’ancora da Londra a capo della Imperiale Spedizione Antartica. Era diretto verso l’Antartide, una terra incognita, più vasta dell’Europa, per tentarne l'attraversamento da mare a mare, partendo da est.

Shackleton, che i suoi uomini chiamavano semplicemente “Il boss”, partì a capo di un equipaggio di 27 persone tra marinai, cuochi, artisti, scienziati, un clandestino poi promosso cambusiere e una muta di 69 cani da slitta. Curiosamente aveva aggregato all’equipaggio anche l'attrezzatura fotografica del regista free lance Frank Hurley, ma non una radio trasmittente, considerata all’epoca un affare di poca utilità, nonostante avesse già salvato centinaia di vite umane nei giorni del Titanic.

 

La nave su cui salparono si chiamava Endurance ed era uno degli ultimi capolavori dei maestri d'ascia norvegesi, costruita con tronchi che avevano già in natura le curvature necessarie all'uso navale e propiziata ponendo una moneta da una corona sotto l'alberatura.

L’Imperiale Spedizione Transantartica fallì ufficialmente a poche settimane dalla partenza, il 19 gennaio 1915, per un caso imprevedibile. Mentre viaggiava nel mare di Weddel e a sole 80 miglia dall’Antartide, l'Endurance si trovò stretta da enormi lastre di pack spinte dal vento e rimase imprigionata, così come scrisse nel suo diario il magazziniere di bordo: “in mezzo ai ghiacci, come una mandorla in una tavoletta di cioccolato”.

Gli uomini, nei primi mesi, rimasero fiduciosi in attesa del vento che avrebbe spazzato via i blocchi ammassatosi intorno all’Endurance. Quando iniziò l’inverno australe e la lunga notte polare, Shackleton non nutrì più speranze sulla sopravvivenza dell’imbarcazione. L'equipaggio si preparava ad affrontare sulla nave mesi lunghi e bui con temperature che scesero fino a 45 gradi sottozero. L’agonia della Endurance fu maestosa. Le foto di Hurley ce ne mostrano lo spettro fluorescente nel ghiaccio della notte artica. Il 27 ottobre 1915, dopo 9 mesi di prigionia nei ghiacci, la pressione del pack sullo scafo divenne insostenibile e l’Endurance si piegò, squarciata su un lato. Gli uomini abbandonarono la nave, che si inabissò il 15 novembre.

Le correnti, nel frattempo, avevano portato l’equipaggio alla deriva per più di mille miglia nautiche, lontanissimi da terre abitate e dalla loro meta, nei cui pressi si sarebbero aggirate eventuali squadre di soccorso. Shackleton diede l’ordine di salvare dalla nave le provviste, i cani, il materiale fotografico e le tre scialuppe di salvataggio. Prigionieri su un blocco di ghiaccio di qualche chilometro quadrato, con temperature sempre sotto lo zero, i 28 sopravvissero con una dieta basata su carne di pinguino e la costante minaccia del congelamento e della cecità da neve. Per mesi  la corrente portò alla deriva Shackleton e i suoi uomini in condizioni sempre più estreme, tanto che il boss fu costretto ad ordinare l'abbattimento degli animali per risparmiare provviste e alleggerire il carico.

L'iceberg su cui si erano accampati e su cui avevano trascinato con enorme fatica le tre scialuppe si assottigliava sempre di più e il 9 aprile 1916 Shackleton dispose di salire sulle imbarcazioni per rimettersi in mare. Saranno 5 giorni di navigazione terribili, tutti trascorsi ai remi e alle vele senza chiudere occhio. La destinazione finale fu l’isola di Elephant, un enorme scoglio innevato,  spazzato da venti gelidi ed impetuosi. La malridotta Imperiale Spedizione Antartica toccava terra dopo 497 giorni. Il tratto di costa che accoglieva gli uomini non era più largo di trenta metri e profondo quindici. Tutti sapevano che il resto del mondo che ancora si ricordava di loro, li aveva dati per morti.

A Shackleton fu subito chiara la necessità di ripartire prima dell’arrivo dell’inverno per portare soccorsi. Si imbarcò il 24 aprile del 1916 con 5 compagni sulla scialuppa "James Caird", una nave di sette metri di lunghezza, con l’obiettivo di raggiungere la Georgia Asutrale, un'isola di circa 20 Km di lunghezza a oltre 1.500 chilometri di distanza, attraversando uno dei mari più tempestosi al mondo, dove le onde si sollevano ordinariamente per oltre 7 metri, fino a raggiungere spesso i 20.

Per centrarla avevano a disposizione solo un sestante ed un cronometro, con cui provavano a tracciare la rotta quando le nuvole lasciavano intravedere il sole. Le onde spinte da un vento a 150 Km orari si abbatterono sulla Caird con furia inaudita e gli uomini a bordo lotteranno duramente per riportare lo scafo e se stessi alla vita. Con un capolavoro di perizia nautica approderanno alla meta il 10 maggio 1916, presso la Baia di re Haakon. Non era l’ultima fatica di Shackleton.

 

L’approdo, infatti, distava una decina di miglia in linea d’aria dalla base baleniera e il boss, lasciati i tre uomini più stanchi sulla piccola spiaggia di approdo, percorse con due compagni, per la prima volta al mondo e senza nessuna attrezzatura, la catena di monti e ghiacciai che lo separava dalla salvezza. Si presenterà così allo sbigottito Sørlle.

Messi in salvo i 3 della Baia Di Re Haakon, Shackleton organizzò ben 4 spedizioni per recuperare i superstiti dell’isola Elephant, che nel frattempo attendevano sopportando un inverno rigidissimo e tribolazioni di ogni genere. Solo ad agosto la banchisa lascerà passare il rimorchiatore cileno Yelcho con a bordo il boss.

 

Il 30 agosto del 1916 sull’isola Elephant era un giorno plumbeo come sempre. L’artista George Marston si trovava su un picco per disegnare il paesaggio intorno quando si accorse di un filo di fumo all’orizzonte.  “Tutti bene? Tutti salvi?” sono le parole che il boss rivolge dall’imbarcazione di soccorso ai suoi. “Tutti bene” gli rispondono gli uomini sull’isola, che contro ogni logica non avevano dubitato mai della salvezza.

A bordo del vapore Yelcho quegli uomini si lasciavano alle spalle il vasto silenzio del desolato sud  che avevano abitato per oltre due anni. Dietro di loro, nel tepore della salvezza, si scioglieva un tipo d'uomo e affiorava minaccioso un secolo che avrebbe annullato il gesto individuale per preferirgli l’organizzazione di tipo militare, sostituendo la responsabilità personale con il dovere astratto. Negli stessi mesi in cui Shackleton lottava con fede disciplinata (certamente di radice vittoriana) contro una Natura dello stesso tipo che si parò di fronte all’Islandese di Leopardi e ne prendeva a schiaffi la faccia attonita, salvando tutti i suoi uomini, stupidi generali a cui abbiamo dedicato piazze e monumenti utilizzavano noncuranti i loro uomini come quantità da mandare al massacro per conquistare col sangue un palmo di terra che avrebbero perso il giorno dopo, a un prezzo di sangue ancora maggiore.

L'avventura dell'Endurance, nel congedare un’epoca, parla oggi un linguaggio, per usare un termine più insidioso dei ghiacci antartici, religioso. Il capitano che torna a riprendere i suoi uomini che lo attendono anche quando la logica imporrebbe la disperazione è la potente metafora di ogni fedele che salmodia al buon pastore, al dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, a colui che tra i 99 nomi ha quello di chi provvede e vigilia.

La nave di Shackleton che si avvicina alla terra desolata e promette di nuovo casa ed abbracci e tabacco profumato e cibo dolce e poi di nuovo avventure, è l’immagine commovente che ognuno dei 28 uomini della spedizione e tutti noi, in fondo, vorremmo si svolgesse sotto le nostre palpebre chiuse nel momento supremo; quando nel buio che ci avvolgerà aspetteremo di vedere apparire qualcuno che eroico ed ostinato verrà a salvarci.

 

***

Nelle foto l’Eendurance prigioniera dei ghiacci, gli uomini dell'equipaggio che provano a liberarla, il trasporto della James Caird sul ghiaccio, la partenza della James Caird, e una foto di gruppo della spedizione.


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La Costa Concordia, il naufragio del 13 gennaio 2012: il racconto di due ragazzi di Ragusa e la  promessa di matrimonio salvata in tempo, grazie ad un ‘angelo’

 

Eccoci qui con un’altra storia di navi. Due i protagonisti, tra 4229 persone che hanno vissuto quell’assurdo naufragio sulla Costa Concordia il 13 gennaio del 2012.  

L’urto contro lo scoglio de Le Scole in prossimità dell’isola del Giglio  ha provocato una falla di circa 70 metri  sulla carena, il mayday lanciato quasi un’ora dopo l’impatto. Sono stati 32 i morti tra passeggeri ed equipaggio. 


[…il comandante Schettino (salito in plancia alle 21:34), poco dopo una breve conversazione telefonica sulla profondità del fondale con il comandante a riposo Mario Terenzio Palombo, ha assunto la conduzione della navigazione, ordinando subito dopo rotta 300° e velocità 16 nodi, e, mezzo minuto più tardi, rotta 310° e poi 325° in modo da proseguire l'accostata per avvicinarsi all'isola del Giglio per il saluto. Alle 21:42 e poi alle 21:43 Schettino ha ordinato rotta 330° e poi in rapida successione 335°, 340° e 350°, per passare davanti all'abitato di Giglio Porto tenendosi più sottocosta possibile ed emettere dei fischi di saluto. Fonte: www.wikipedia.org]

 

Ricordi che non vorrebbero mai affiorare ma che ricompaiono quando pensi di aver dimenticato, di aver superato quella paura. Martina e Salvatore si erano imbarcati il giorno prima a Palermo sulla Costa Concordia per la loro prima crociera. Lui aveva avuto la brillante idea di regalare a Martina questo viaggio per il suo compleanno e nello stesso tempo poterle organizzare una festa a sorpresa  con annessa promessa di matrimonio. L’anello l’aveva già consegnato allo chef che l’avrebbe tirato fuori insieme alla torta e ai fuochi pirotecnici. Ma purtroppo il giorno dopo, venerdì 13 gennaio alle 21:45, qualcosa non andò come previsto. Si erano appena seduti a tavola per la cena, lui era trepidante nell’attesa della sua proposta…

 Martina e Salvatore oggi quasi ricordano a fatica quella sera. Molte cose risultano ancora sbiadite dalla paura, altre riaffiorano durante il racconto, altre ancora risultano inspiegabili per entrambi. 

Partiamo dall’inizio, lì sul molo di Palermo, Martina Scribano, 23 anni e Salvatore Capizzi (24), di Ragusa, due giovani felici di imbarcarsi, mano nella mano, come sempre. La foto scattata da un amico a ridosso della Costa Concordia è l’unica rimasta perché sia il telefonino che la macchina fotografica sono rimasti in fondo al mare. Nessun altro ricordo visivo da poter mostrare.

 

La loro storia

 «Siamo entrati sulla nave, una sensazione fantastica – inizia Salvatore –tutto bello,  grande e luminoso. Appena metti piedi là dentro ti scordi subito che stai su una nave; pensi piuttosto di essere in una vera città dove tutto è possibile fare: un attimo prima sei in piscina, nella SPA, subito dopo sei già in giacca e cravatta per la serata di gala. Non facevo altro che pensare al giorno dopo, poiché avevo organizzato una serata speciale per dichiarare a Martina nuovamente il mio amore e farle la proposta di matrimonio. Il primo giorno da Palermo a Civitavecchia ci siamo goduti il piacere della crociera, eravamo felici, tutto era perfetto ma eravamo solo all’inizio ed era troppo presto per cantare vittoria.

Avevamo grandi aspettative per quel viaggio –continua Martina –dal momento che i nostri genitori, che avevano fatto l’anno prima la stessa crociera, ci avevano raccontato storie bellissime. Ma la nostra storia era tutta da raccontare: tornati da una serata al teatro ci siamo diretti nella sala ristorante dove nei buffet e sui tavoli il cibo era il protagonista principale. Avevamo lasciato in cabina telefoni, documenti, macchine fotografiche e quant’altro.  Ad un tratto un forte scossone come se la nave avesse urtato qualcosa e nello stesso tempo avesse fatto retromarcia. Se non fosse stato per la pila dei piatti e bicchieri che incominciavano a cadere, nessuno si sarebbe allarmato più di tanto. I camerieri che i filippini a bordo non mostravano segni di paura e si muovevano con normalità. Cos’è stato? Qualcuno disse che era scoppiato il generatore. Le luci si sono spente di colpo e sono iniziate grida di paura. Tutti abbiamo cercato una via di fuga. Alcuni, purtroppo, quella sbagliata! 

Ci trovavamo al quarto piano, credo, e uno chef ci ha aperto una porta di servizio. Nelfrattempo era ritornata la luce. Da questa porticina, interdetta ai passeggeri, siamo arrivati ad una scala di servizio che ci ha portato subito sul ponte dove si trovavano le scialuppe di salvataggio. Appena in tempo. Subito dopo hanno chiuso le porte stagne dietro di noi. Ma noi eravamo già fuori.

Gli avvisi ripetevano che bisognava recarsi nelle muster station[sala adunate, ndr] e molti lo hanno fatto. Altri ancora, soprattutto gli stranieri che avevano già cenato, purtroppo si trovavano già a letto e non si sono mossi da lì.  Dopo tanto tempo da questo annuncio (un ora, forse) è suonata la sirena d’allarme, i 7 fischi che  indicavano l’evacuazione…

Il cuore batteva a mille all’ora, tenevo Martina per mano, eravamo impietriti – continua Salvatore – abbiamo pensato che la nostra vita fosse già finita li su quel ponte e la nave, che prima si era inclinata da un lato e dopo si era quasi livellata, poi ha iniziato ad inclinarsi proprio dal nostro lato. La parete stava diventando il pavimento. Due ore di terrore, “la morte con gli occhi”, ma mi sono messo accanto ad un barile, quello che pare si gonfia in acqua. Non mi sarei mai buttato in acqua senza un appoggio perché era tutto buio pesto.  Alcuni però si buttavano giù e qualcuno è morto risucchiato dal vortice provocato dall’incagliamento della nave.  Grida, pianti di bambini, un fuggi-fuggi generale.

[Al momento dell’abbattimento sulla dritta, diciotto delle persone che stavano attraversando il corridoio trasversale poppiero nei pressi dell'atrio ascensori per spostarsi da sinistra a dritta  sono scivolate nella zona allagata di poppa dritta del ponte 4 o nei vani ascensori, perdendo la vita  Wikipedia]

Martina impietrita pensava di rivivere dal vivo scene dal film Titanic. Dopo circa due ore di panico  sono iniziate le operazioni di salvataggio. È stato lì che come in  quel film nella scena “Mi fido di te”, Martina mi ha seguito: ci siamo avvicinati alla scialuppa 27. Era quella che toccava a noi ma ahimè non si era aperta. Fortunatamente per noi dico oggi poiché è stata quella che poi in mare si è capovolta.

…Infatti siamo scesi con la 26 – aggiunge Martina – ma i filippini non riuscivano a farla partire  e così siamo finiti sopra lo scoglio  e successivamente siamo andati a sbattere sulla nave e alzando gli occhi vedevamo le pareti sulla nostra testa con la scritta Costa Concordia. La nostra scialuppa si era bucata.  

Ancora panico, ancora grida. Non era ancora finita! Ho pensato di morire e la cosa più brutta per me era quella di non poter sentire i miei genitori per l’ultima volta.  Ma un angelo ci è venuto incontro. Vedendo questa situazione, un ufficiale coraggioso si è buttato in acqua, ci ha disincagliati e ci ha portato a riva, a circa 150 metri dalla nave, sul molo dell’isola del Giglio. Ecco, eravamo in quell’isola. Ora lo sapevamo!  Solo dopo abbiamo appreso che quello era stato un inchinoche la nave era solita fare da quelle parti. 

La tragedia però ha vinto sulla cortesia. Man mano che ci allontanavamo dalla nave si sentivano meno le grida delle persone e noi ci sentivamo già fortunati nella sfortuna, stavamo per toccare terra. Il freddo era tremendo, non avevamo nulla addosso, solo abiti leggeri. Io avevo una magliettina leggera e tremavo. Tremavamo entrambi e non so se  più per il freddo che per la paura, poi sulla terra ferma ci hanno portato in una chiesa e poi ancora in una palestra dove ci hanno dato indumenti e coperte.  L’organizzazione è stata impeccabile.

Ci ha ospitati una signora, madre o nonna di un ragazzo imbarcato – dice Salvatore – Ma prima di entrare in quella casa, sul molo con le lacrime, senza abiti che ci riscaldassero, senza cena, senza luci e senza sfarzi, senza torta, senza anello,  nel nulla e sotto il cielo, togliendoci i giubbotti di salvataggio, io ho voluto a tutti i costi chiedere a Martina, proprio là, in quel momento: “mi vuoi sposare?” Il suo sì e le nostre lacrime di gioia per un attimo hanno cancellato il trascorso.  Per troppo tempo però non abbiamo voluto parlare dell’accaduto.

Supporto psicologico e tanto amore ci hanno quasi liberato da quella paura– conclude Martina –.Due anni dopo la disavventura su quella nave ci siamo sposati ed oggi abbiamo Mattia, il nostro grande amore. Non so se gli racconteremo mai questa storia, magari quando sarà in grado di farlo, leggerà su Ondaiblea questo nostro racconto. Adesso è ancora presto.

Io ho ancora paure da superare e me ne sono accorta da poco nel tragitto  da Venezia a Murano su un vaporetto. Ho stretto in braccio il mio bambino poiché in quel momento un temporale e il vento forte hanno increspato parecchio le acque e ho provato una sensazione già conosciuta, ho avuto ancora paura. Forse non farò più una crociera, chissà… se dovessi  farla e dovessi portarmi dietro il mio bambino sono sicura che non lo lascerei nell’area bimbi. Molte persone quel giorno avevano lasciato i loro bambini nella sala animazione e non riesco ad immaginare l’angoscia che abbiano potuto provare nel dubbio di non poter riabbracciare più i loro piccoli».

 

– E Schettino?, chiediamo noi. Nel vostro racconto manca la figura del comandante. Non lo avete neanche nominato. Cosa provate per quest’uomo?

Nulla, – dicono – non lo giudichiamo. In fondo è un uomo, con le sue debolezze ed i suoi errori. Oggi è libero, la giustizia italiana pensiamo lo abbia assolto.

– E quella divina?

Non rispondono…

 

Giovannella Galliano


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Un infortunio a bordo della nave Arctic Sun e l’evacuazione con un elicottero della JCG (Guardia Costiera Giapponese) nel Novembre 2005

 

Continua la rubrica  “Storie di Navi” che permette ai lettori di ascoltare dalla voce dei protagonisti alcuni racconti che hanno suscitato all’epoca l’attenzione e lo stupore dei media. Sono storie di navi, di guerra o semplicemente storie che sono rimaste impresse nella memoria di qualcuno e che noi raccoglieremo per condividerle con i nostri lettori.

Il capitano Gaetano D’Agostino, dopo averci raccontato la storia dellascomparsa in mare della nave greca da carico alla rinfusa  Pasithea, oggi ci regala un altro ricordo, risalente al 6 novembre del 2005. La sua premessa è importante per capire l’intero racconto di cui lui fu soltanto testimone ‘via radio’ poiché si trovava a bordo della Polar Eagle in navigazione nel Mare di Bering diretto in Giappone, mentre l’accaduto si riferisce alla nave gemella Arctic Sun diretta verso l'Alaska

Dalla sua premessa ricordiamo che il capitano Gaetano D’Agostino, in pensione dal 2010, ha navigato per ben 36 anni con una Compagnia che aveva due navi metaniere (addette al trasporto di LNG-Liquefied Natural Gas o GNL -Gas Naturale Liquefatto) che operavano tra Alaska (porto di caricazione) e Giappone (porti di discarica), generalmente quando una si trovava in Alaska l'altra era in Giappone e viceversa. Durante le traversate oceaniche si incrociavano circa a metà viaggio nei pressi dell'isola di Attu (Aleutine), nel mar di Bering o in Oceano Pacifico ad ovest delle isole russe Kurili.  Per anni gli Ufficiali Superiori (Comandante, Direttore di Macchia, Primo Ufficiale e Primo Macchinista) si alternavano di volta in volta su una o sull'altra nave. Navi perfettamente identiche che solo gli addetti potevano riconoscerne le minime differenze.

Dopo il 2000, avendo ridotto i periodi a bordo e aumentati i periodi di licenza a casa, avevano stabilito una nave fissa per ognuno di loro. Cioè, a fine vacanza, si ritornava sempre sulla stessa nave da dove si era sbarcati, tanto che ognuno lasciava a bordo molto del proprio bagaglio personale. Quasi giornalmente le due navi erano in contatto tra di loro via radio. I nomi delle due navi sulle quale operava il capitano D’Agostino dal 1993 sino a 2007 erano la Polae Eagle e la Arctic Sun. Nel 2007 essendo state vendute ad una nuova compagnia cambiarono i rispettivi nomi in Polar Spirit e Arctic Spirit.

 

Il racconto del Comandante D'Agostino

Ero a bordo della Polar Eagle, in navigazione nel mar di Bering diretto in Giappone, ero in stazione radio sul ponte di comando, dove normalmente rispondevo alle varie email e messaggi degli uffici di terra, quando arrivò una chiamata radio da parte della nave gemella Arctic Sun. Era una chiamata privata che normalmente di tanto in tanto gli ufficiali facevano per scambiarsi informazioni e notizie varie. L’Arctic Sun circa due giorni prima aveva lasciato il Giappone ed era diretta verso l’Alaska, in pratica in viaggio inverso al nostro. Il mio ufficiale di guardia risponde alla chiamata e dall'altro lato sente la voce del collega che dopo aver salutato diceva: «Ma non sapete niente di cosa ci è successo?» -  «No, cosa è successo?» - «Abbiamo avuto un incidente a bordo ed una persona è stata evacuata con l’elicottero». Il collega mi ha quindi raccontato l’accaduto nei particolari.

La Arctic Tokyo era partita il giorno prima dal porto di Negishi (Giappone) dove aveva scaricato ed era diretta in Alaska per il prossimo carico. Il Comandante, valutando le condizioni meteo previste, aveva tracciato la rotta per mantenersi quando più vicino alle isole giapponesi di Honshu e Hokkaido, poi delle isole russe Kurili, prima di attraversare l'oceano sino a raggiungere le prime isole americane delle Aleutine. Era mattino, orario di colazione, e alcuni Ufficiali si trovavano in sala pranzo per consumare la loro colazione quando dalla cucina di bordo, adiacente alla sala pranzo, sentono arrivare un urlo e una richiesta immediata di aiuto. Si alzarono e corsero a vedere cosa stava succedendo e con loro grande sorpresa trovano il capocuoco (Ch. Steward) italiano a terra con il sangue che usciva fortemente dal braccio sinistro e che in brevissimo aveva impregnato gran parte della cucina.

Devo premettere che tutti a bordo erano in possesso di Certificati di Pronto Soccorso e un paio anche di quelli di Pronto Soccorso Avanzato, ma che avendo anche seguito dei corsi interni di Bloodborne Pathogencioè di come evitare possibili infezioni patogene venendo a contatto con liquidi umani (sangue, urine, saliva, vomito etc...) di persone possibilmente infette, sapevano bene che prima di dare soccorso a qualcuno dovevano proteggersi loro stessi per ridurre il rischio di possibile contagio. Tutto normale e risaputo,  dunque, ma in una situazione di estrema emergenza come quella che si era parata loro dinanzi agli occhi non avevano tempo per indossare mascherine, grembiuli, occhiali, guanti ed altro e si son prodigati subito a cercare di stagnare, fermare o ridurre al minimo, lo zampillo di sangue che l'infortunato aveva copioso dal braccio.

Uno degli ufficiali alla vista del sangue sparso dappertutto si è quasi sentito mancare, un altro invece senza curarsi di imbrattarsi tutto lui stesso afferrò un asciugamano bianco pulito e lo attorcigliò stringendolo al braccio dell'infortunato cercando di fermare la perdita di sangue. Nel contempo il comandante avvisato di quando stava succedendo si recò sul ponte di comando mettendosi in contatto con gli uffici di terra e con la guardia costiera giapponese, questi appena compreso la gravità del fatto e avendo visto che la posizione della nave era ancora entro la portata degli elicotteri dell'isola di Hokkaido, fu ordinato di cambiare rotta e dirigersi in una certa direzione verso l'isola in modo da abbreviare la distanza tra terra e nave. Intanto, a bordo, si cercava al meglio di tamponare la ferita al braccio del cuoco, posizionando anche lacci emostatici e fasciando al meglio la parte lesa, senza però riuscire a fermare completamente la fuoruscita di sangue e incoraggiando l'infortunato che sbiancato completamente in viso era in panico e quasi al collasso, da terra si sono alzati in volo un aereo di ricognizione e un elicottero per raggiungere la nave e provvedere all'evacuazione dell'infortunato e al suo trasferimento in ospedale dove poter intervenire adeguatamente.

Il Comandante restava sul ponte di comando e dirigeva la nave secondo le istruzioni inviate da terra per il rendez vous fissato, la squadra di pronto soccorso di bordo teneva sotto controllo l'infortunato e lo preparava sulla barella per essere trasportato all'aperto sul ponte principale all'avvicinarsi dell’elicottero. Dopo qualche tempo l'aereo di ricognizione sorvolava la nave e dava direttive all'elicottero per avvicinarsi verso di essa.

Quando anche l'elicottero arrivò in zona il pilota e il comandante della nave concordarono la prora e la velocità che la nave doveva assumere e mantenere per facilitare il tutto. All’arrivo dell’elicottero, due dell’equipaggio, guardia costiera giapponese e personale medico, scesero a bordo della nave, sulla parte sinistra prodiera, tramite cavetto d'acciaio guidato da un verricello da bordo lo stesso elicottero. Una volta a bordo verificarono lo stato dell'infortunato, che nel frattempo era stato trasportato con la barella rigida di bordo dalla cucina alla zona designata, e lo trasferirono su di una barella a cestello fatta scendere dall’elicottero. Tutto ciò mentre il velivolo permaneva quasi statico a una decina di metri di altezza dalla nave e fuori dal suo piano di coperta per evitare il rischio di possibile coinvolgimento con le strutture di bordo.

La barella a cestino con l’infortunato dentro fu quindi virata indietro su l'elicottero e l'infortunato preso in carica da personale medico a bordo. Poi, uno per volta, i due membri della guardia costiera giapponese scesi a bordo per prendersi cura dell'infortunato risalirono sull’elicottero, sempre sospeso in aria, tramite lo stesso cavetto che li aveva portati a bordo. Una volta risaliti tutti, l’elicottero riprese il viaggio e si diresse verso Hokkaido.

Apprendemmo in seguito che il ferito una volta ricoverato in Ospedale nell’isola di Hokkaido i medici lo hanno sottoposto ad intervento. Hanno ricollegato e suturato l’arteria dell'avambraccio tranciata per ripristinare il normale flusso sanguigno e fermare l’emorragia, oltre che riparare anche un tendine tranciato.  Dopo essere stato dimesso dall’ospedale giapponese egli è rientrato in Italia dove ha subito un altro intervento e dopo il dovuto tempo di riabilitazione, è ritornato a navigare».

 

L’incidente fu discusso durante le riunioni di sicurezza su entrambe le navi sociali stabilendo che la causa sarebbe stata l’errore di non indossare il guanto di maglia d'acciaio mentre veniva affilato un coltello e che quindi venne ricordata a tutti gli addetti l’importanza dell’uso di questo oggetto di protezione da usare ogni volta che si affilano coltelli. Inoltre, si è deciso di provvedere la nave con un affilacoltelli professionale elettrico in modo da evitare il più possibile l'uso manuale dell'acciaino. 

Giovannella Galliano


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Il 5 agosto 1990 scomparve in mare la nave greca da carico alla rinfusa Pasithea, a bordo era un equipaggio di 31 persone

 

Storie di navi, di uomini, di carichi ma non sempre sono storie di felici crociere. Questo nuovo appuntamento di Ondaiblea con le storie che colpiscono il cuore vuole essere uno sprono per tutti a volersi raccontare. Sono ricordi che affiorano per caso, altre volte sono tormenti lasciati in fondo all’anima.

 

Abbiamo raccolto una storia di un triste destino toccato ad una nave Pasithea, risalente al 5 agosto 1990: «la Pasithea - Chios, nave da carico alla rinfusa greca di 80000 tonnellate di stazza».

 Ce la racconta Gaetano D’Agostino, Comandante in pensione dal 2010 ma all’epoca comandante in servizio su navi da carico. 

La notte prima della tragedia lui ed il suo equipaggio avevano schivato il terribile tifone Vernon al largo dell’isola giapponese di Honshu, mentre erano diretti a Negishi-Yokohama per scaricare la nave. Nello stesso mare un’altra nave, appunto la greca Pasithea, non aveva avuto la stessa fortuna. La mattina del 5 agosto, alle 6:40, il comandante Gaetano D’Agostino col suo binocolo ha scorto qualcosa in lontananza…

Ed ecco il suo racconto. Un diario di bordo a distanza di 28 anni ma descritto con la stessa lucidità del momento, perché le storie di navi per chi ha un cuore marinaro rimangono là per sempre.


«Era l’alba del 5 Agosto 1990. Come al solito verso le sei del mattino mi ero alzato dal letto, lavato, vestito e preso il caffè che mi ero preparato nel soggiorno del mio appartamento, il giorno precedente e durante la notte eravamo stati sballottati un po’ dal passaggio nelle nostre vicinanze del tifone denominato Vernon. Fortunatamente eravamo riusciti a scansarlo abbastanza bene immettendoci nel suo semicerchio maneggevole (i marinai sanno cosa vuol dire). Verso le 6:40 sono stato chiamato telefonicamente dall’ufficiale di guardia sul ponte, che mi avvisava di aver avvistato in lontananza qualcosa che gli sembrava un relitto o meglio una lancia di salvataggio in mare.

Dissi di avvisare immeidatamente in macchina di ridurre a velocità di manovra e mi apprestai ad andare sul ponte di comando. Navigavamo al largo dell'isola giapponese di Honshu dove eravamo diretti verso il porto di Negishi - Yokohama per la discarica. Navigavamo a circa un centinaio di miglia nautici a nord-est dal porto di Kashima; il mare era lungo, a causa al passaggio del tifone in quell’area il giorno prima. Arrivato sul ponte assunsi il comando di guardia, e cominciai a dare ordini per manovrare la nave e dirigersi lentamente verso un punto del mare che mi veniva indicato dal personale di vedetta.

Preso il binocolo personale, guardai nella direzione che mi indicavano e vidi chiaramente che si trattava di una scialuppa vecchio tipo, di quelle ancora scoperte ormai quasi in completo disuso. Ordinai al Primo Ufficiale di mettere in allerta tutto l’equipaggio e di preparare una delle nostre scialuppe in caso di necessità. Avvicinandoci sempre più al bersaglio in mare, non si notava altro, tutto intorno, nessun segno di persone, assolutamente nulla. Manovrai la nave in modo tale di trovarmi con la scialuppa in mare quasi sottobordo e a nave ferma sull’acqua.

Ci trovavamo esattamente nella posizione “Lat. 36° 09'.4 Nord / Long. 141° 51'.7 Est”. Non c’erano ancora le prodigiose macchine fotografiche digitali, neppure i telefonini con la fotocamera. A bordo avevamo solo due macchine fotografiche Polaroid e sei cartucce per fare foto.  Avvicinandoci alla scialuppa cominciai a fare delle foto, quando ebbi la scialuppa sottobordo riuscii a leggere il nome della nave e il compatimento marittimo della nave cui apparteneva “Pasithea - Chios”, da una veloce ricerca sui libri di bordo venni a conoscenza che si trattava di una nave da carico alla rinfusa greca di 80000 tonnellate di stazza. La lancia in mare si presentava con un grosso squarcio al giardinetto (lato posteriore) destro, non c’era nessun segno di persone nei pressi, né di altro materiale galleggiante.

Come prima cosa ho pensato che la scialuppa fosse stata persa dalla nave a causa cattivo tempo durante il passaggio del tifone il giorno precedente. Però mi pareva strano che non avessimo ricevuto nessun messaggio della nave che l’avrebbe persa, In casi del genere, infatti, si avvertono tutte le navi in zona e le autorità costiere.  Avvisai immediatamente via radio la Guardia Costiera Giapponese  (JCG - Japan Coast Guard) fornendo loro tutte le informazioni in mio possesso,  la posizione geografica dove ci trovavamo, il nome della mia nave, il mio nome e il mio grado a bordo. Dopo circa due minuti dalla trasmissione del messaggio radio, mi chiamarono al telefono. Era il Comando della  Guardia Costiera di Tokyo che mi chiedeva se potessi confermare ciò che avevo scritto nel messaggio radio e quando risposi di sì mi fu detto di restare in zona e cominciare una ricerca accurata, seguendo un certo schema, nell’area di mare attorno la scialuppa e mi informano che alla Pasithea era stata fatta sospendere la discarica di minerale di ferro che aveva in atto e mandata via dal porto di Kashima, dove si stava avvicinando pericolosamente il tifone Vernon e che era dal pomeriggio di ieri che non avevano più notizie ne di lei ne dell'equipaggio.

Avvisai del fatto anche il rappresentante della mia Compagnia e il nostro agente a Yokohama dove ero atteso alle ore 11 del giorno dopo. Avevo ben 5 ore di anticipo e quindi perdere qualche ora di tempo non mi preoccupava più di tanto e poi in casi del genere tutto diventa secondario nei confronti della ricerca in mare in caso di sospetto disastro.  Dopo meno di mezz’ora vidi levarsi in volo verso di noi alcuni elicotteri e un paio di aerei di perlustrazione della JCG, dopo circa altre due ore si avvicinarono anche un paio di motovedette (sempre della JCG), una volta che loro furono sulla scena nei pressi della scialuppa in mare mi dissero che io potevo proseguire il mio viaggio e che avrebbero continuato loro le ricerche del caso.

Il giorno dopo, appena arrivato in porto, il mio agente marittimo e il rappresentante della mia Compagnia venuti a trovarmi mi informarono che non era stato trovato assolutamente niente oltre la scialuppa da me segnalata e che si sospettava che la nave fosse affondata con l’intero equipaggio, possibilmente in pochi minuti durante una virata in mezzo al cattivo tempo causato dal tifone, virata che magari aveva fatto spostare nelle stive il carico parziale che aveva ancora a bordo causandone un equilibrio instabile e un subitaneo capovolgimento con seguente affondamento senza il tempo di poter fare qualcosa. 

A Tokyo, il giorno prima della scomparsa della nave, erano arrivati anche alcuni membri dell’equipaggio che dovevano rimpiazzare altri che andavano in vacanza e la moglie del Comandante che desiderava passare un periodo di ferie a bordo con il marito. Da quel momento non ho mai saputo più niente dell'accaduto, tranne alcune notizie lette sui giornali e l’essere stato contattato circa un paio di settimane dopo via telefono da un familiare, il padre, di un ufficiale della Pasithea che voleva sapere qualcosa di più preciso. Purtroppo io non avevo niente altro da dirgli oltre che a cercare di consolarlo per la scomparsa in mare del figlio.

In seguito, non è mai stato trovato niente altro oltre la scialuppa da me segnalata. La nave è stata dichiarata presumibilmente affondata con tutto il suo carico umano di cui non si è mai più saputo niente. Il viaggio dopo ritornando dall’Alaska e diretti sempre allo stesso posto, i miei ufficiali avevano comprato delle piccole corone di fiori e mi hanno chiesto di passare nuovamente sulla stessa posizione per lanciare in mare quei fiori in memoria dei nostri colleghi greci scomparsi.

 Qualche tempo dopo, alcune delle foto che ho scattato con la Polaroid e due stralci di giornali che riportano in breve la notizia della scomparsa della nave con i suoi 31 componenti dell'equipaggio. 

Altre volte siamo stati coinvolti in altri casi di assistenza in mare a pescherecci o navi in difficoltà, ma mai finiti tragicamente, ma sempre bene e passata la bufera ognuno ha ripreso il suo viaggio.

Di tanto in tanto mi viene in mente che in quell'occasione la Pasithea è scomparsa circa  12 ore prima che noi arrivassimo in quell’area e a circa 200 miglia nautici distante da dove mi trovavo io. Credo che non sia giusto che la gente possa morire così, senza dare ai loro familiari nemmeno la possibilità di piangerne i corpi.
Raccontando questa avventura che tra tante altre ha segnato la mia vita, non vorrei annoiare i lettori ma soltanto farli riflettere sul valore della stessa vita.

Sono certo che se avete letto tutto sino in fondo è perché anche voi avete un cuore».

Il comandante Gaetano D’Agostino attualmente vive a Giarre.Ha solcato i mari di tutto il mondo ma la pensione è arrivata nel gennaio 2010. Dopo la pensione però ha fatto un altro imbarco, navigando fino ad ottobre 2010. Da allora ha lavorato un po’ da indipendente per conto di una società come Ispettore alla Sicurezza (Safety Inspector) facendo ispezioni su navi che operavano a Santa Panagia (Siracusa) e Porto Empedocle (Agrigento) e come Loading Masterresponsabile delle operazioni di trasferimento carico per l’Adriatic LNG sulle navi che scaricano metano sul primo rigassificatore off-shore d'Italia che si trova al largo di Rovigo. Adesso non naviga più, si dedica alla cucina inventando e proponendo piatti i cui sapori abbracciano i porti del mondo, e racconta il suo diario di bordo, come ogni buon marinario.

Riportiamo una foto dell'epoca (ph. FotoFlite) e due delle polaroid originali scattate dal Comandante D'Agostino sul teatro del tragico incidente (1990).

Giovannella Galliano


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A seguito della tragica e improvvisa scomparsa di Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale e Assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, Ondaiblea propone ai lettori una scheda sintetica sulla indimenticabile figura sia in ambito professionale che umano

 

«Ciascun momento della storia della Sicilia sarà documentato attraverso reperti di provenienza marina che spaziano dalla statuaria ai complementi di navigazione, dalle suppellettili da mensa in metallo prezioso ai più comuni contenitori da trasporto delle diverse tipologie ed epoche (anfore puniche, greche, romane, tardoantiche, arabe, normanne), ai poderosi strumenti da guerra quali alcuni dei rostri navali in bronzo della battaglia delle Egadi del 241 a.C. che sancì l’epilogo della I Guerra Punica, originando, così, l’inizio del dominio romano nel Mediterraneo. Saranno anche presenti cimeli di epoca rinascimentale e moderna come uno dei cannoni della nave genovese di Sciacca e una ricca documentazione di navi disperse tra la prima e la seconda guerra mondiale. La collezione ripercorrerà circa 3500 anni di storia della Sicilia evidenziando anche il difficile lavoro degli archeologi subacquei con un tributo ai pionieri di questa disciplina ma anche con particolare attenzione alle nuovissime metodologie d’indagine e prelievo in alto fondale offerte dalla tecnologia a supporto della ricerca».

Queste le riflessioni introduttive di Sebastiano Tusa, Soprintendente del mare, esperto di archeologia subacquea di fama internazionale, al catalogo della mostra “Mirabilia Maris. Tesori dai mari di Sicilia” tenutasi a Palermo, Palazzo Reale (Sale duca di Montalto), da novembre 2016 a marzo 2017. 

La mostra, ideata e realizzata dalla Soprintendenza del Mare, è stata un esempio di collaborazione internazionale poiché condivisa con alcuni prestigiosi musei europei. E’ stato possibile ammirare l’articolata raccolti di oggetti che hanno fatto comprendere quale sia stata l’importanza dei commerci nei quali la Sicilia è stata coinvolta nel corso della lunga storia del Mediterraneo. Il mare non ha restituito soltanto tracce delle rotte, ma anche dei grandi conflitti che videro l’isola al centro di eventi politico-militari epocali. In tale ambito ci viene in aiuto l’archeologia subacquea di cui era tanto innamorato Sebastiano Tusa.

A novembre scorso Tusa è stato presente a Modica parlando di radici identitarie del popolo siciliano in occasione della presentazione della sua ultima opera “Sicilia archeologica” (Edizioni di Storia e Studi Sociali), nell'ambito di una serie di incontri curati da Daniele Pavone per l'anniversario della libreria La Talpa (in questo articolo il reportage). A marzo a Scicli si è occupato della promozione di un parco archeologico (Chiafura, San Matteo), in due dibattiti con Paolo Nifosì, Pietro Militello e altri studiosi e con le autorità civiche.

Docente e scrittore assai prolifico, prima di approdare all’incarico nella Giunta regionale siciliana, è stato soprintendente per i Beni culturali e ambientali di Trapani e a capo della “sua” creatura, la prima Soprintendenza del Mare istituita in Italia con compiti di ricerca, censimento, tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle isole minori. 

Tra le tantissime ricerche, sempre nell’ambito dell’archeologia subacquea, è stato proprio Tusa che nel 2014 ha rivelato particolari inediti sui rostri recuperati nel mare delle isole Egadi, nello specchio acqueo dove, secondo una ricostruzione storica ormai consolidata, si consumò la prima guerra punica (nel 241 a.C.), un’area di mare tra le isole di Levanzo e Marettimo. Notevoli i suoi studi paletnologici e dedicati al Mediterraneo nella preistoria e al Mediterraneo dei viaggi.

Molteplici le iniziative culturali cui ha partecipato qui in Sicilia nel corso di quest’ultimo decennio. A Pozzallo, nel 2016, ha presieduto il Comitato organizzatore della sedicesima edizione del “Trofeo del Mare”. “Un appuntamento – come ebbe modo di precisare nel corso di quella serata - di rilevante interesse ed importanza come punto di riferimento per coloro che amano il mare e sono fortemente convinti che la sua salvaguardia e valorizzazione ecocompatibile sia fondamentale per il futuro del pianeta”.

Quando si parla di Sebastiano Tusa la mente varca i confini della terra per immergersi in un ambiente in cui l’uomo è ospite e da cui c’è ancora molto da imparare: il mare. Tusa da parecchi anni si è speso molto per promuovere e valorizzare il patrimonio storico archeologico subacqueo recuperato, nel tempo, in Sicilia e promuoverlo in un contesto unitario attraverso un percorso storico di notevole livello. Lo conobbi a maggio del 2008 quando venne a Ragusa, in occasione del convegno su “L’archeologia tra terra e mare” promosso ed organizzato dal Centro Studi “Feliciano Rossitto”, in collaborazione con l’Assessorato Regionale Beni Culturali e Pubblica Istruzione, e tenutosi a Ragusa Ibla presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Catania.

Fu un’occasione unica, come ebbe modo di spiegare il Presidente del Centro Studi, on. Giorgio Chessari – «per illustrare le ricerche e le nuove prospettive di indagine sul versante dell’archeologia e, in particolare, nell’ambito della conservazione e fruizione dei reperti che vengono alla luce non solo dagli scavi di terra ma anche dal mare. Tutto ciò grazie all’impegno, ultradecennale, da parte di valenti studiosi da anni dediti alla ricerca di un prezioso patrimonio che viene dal passato». Presenti in sala come relatori Sebastiano Tusa e il padre, 87enne, Vincenzo (accademico dei Lincei; fondatore e direttore di “Sicilia Archeologica”). A Sebastiano (all’epoca responsabile del Centro regionale per l’archeologia subacquea), fu affidata la seconda giornata di studi. Col suo fare pacato ma preciso tenne un’articolata discettazione sui ritrovamenti dell’archeologia subacquea in Sicilia (dai relitti delle isole Lipari al sito preistorico di Pignataro, dal relitto normanno di S. Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, alle ricerche su porti ed approdi). Tali ritrovamenti non fanno altro che confermare ciò che emerge dai documenti archivistici attestanti notizie circa le antiche rotte seguite nei secoli scorsi dalle imbarcazioni. 

Il viaggio archeologico e professionale di Sebastiano Tusa nel Mediterraneo è stato un percorso esistenziale, che ha investito non solo la sua dimensione di archeologo ma anche quella di uomo di cultura che a questo mare piccolo-grande appartiene e apparterrà per sempre.

Un assurdo incidente aereo, il 10 marzo 2019, ha portato via un amico, uno studioso di chiara fama e impegnatissimo assessore regionale. Rimane la sua opera, su cui molto tempo ancora si dovrà riflettere.

 

Giuseppe Nativo e Salvo Micciché

 

***

Nella foto (Salvo Micciché): l'archeologo Giovanni Distefano, l'assessore alla cultura modicana Maria Monisteri, l'archeologo e assessore Sebastiano Tusa, lo studioso Daniele Pavone e Francesco Trombadore (Libreria La Talpa), a Modica.


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Ragusa, 20 febbraio 2019 – A TourimA, Firenze (Palazzo dei Congressi, Sala 4), per promuovere la Sicilia e in particolare Siracusa, ci saranno anche la dottoressa Stefania Santangelo (archeologa numismatica CNR IBAM, Catania) e il dottor Lorenzo Guzzardi (archeologo, direttore del Polo Regionale di Siracusa per i Siti Culturali).

La loro partecipazione è prevista per sabato 23 febbraio 2019.

Stefania Santangelo, sciclitana – al suo attivo diverse pubblicazioni, di recente anche un contributo nel libro “Scicli. Storia, cultura e religione (secc. v-xvi)” nella collana Studi Storici Carocci –  relazionerà su “Bizantini, arabi e normanni nella monetazione della Sicilia”.

Lorenzo Guzzardi, archeologo ragusano – anche lui autore di tante pubblicazioni in particolare sugli Iblei, Ragusa e Siracusa – relazionerà su “Siracusa, luogo d’incontro di culture diverse”.

Tra gli altri partecipanti in Sala 4, il sindaco di Bronte, Graziano Calanna.

 

Di TourismA Ondaiblea ha già parlato presentando la promozione dedicata in particolare a “Modica oltre il barocco. Storie di Archeologia Architettura Paesaggio e… Quasimodo”, che vedrà la partecipazione, in Sala Onice, di Sebastiano Tusa assessore Beni culturali e Identità siciliana, Ignazio Abbate sindaco di Modica, Maria Monisteri assessore Beni Culturali Comune di Modica, Catia Bernava responsabile Collezioni Museo di Modica, Giovanni Distefano direttore Polo Museale di Ragusa e direttore onorario del Museo di Modica, Massimo Cultraro CNR e Università di Palermo, Marcella Pisani Università di Roma “Tor Vergata”, e in chiusura dei lavori Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva.

 

Salvo Micciché

 

Modica oltre il barocco: Storie di Archeologia Architettura e ...Quasimodo, a Firenze

 

Sito web di TourismA

 

ll programma di sabato 23:

SABATO 23 FEBBRAIO 2019

Sala 4 14:00 – 18:00

L’ITALIA NEL MEDITERRANEO

Incontro di culture tra passato e presente

A cura di Agostino De Angelis attore e regista teatrale

Ingresso libero e gratuito

 

Stefano Minerva  sindaco di Gallipoli e Presidente Provincia di Lecce

Francesca De Vito sindaco di Calimera (Le)

Cosimo Piccione sindaco di Sannicola (Le)

Massimo Lecci sindaco di Ugento (Le)

Alessio Pascucci sindaco di Cerveteri (Rm)

Graziano Calanna sindaco di Bronte (Ct)

Dario Allevi sindaco di Monza (Mb)

Pietro Tidei sindaco di Santa Marinella (Rm)

Alessandro Grando sindaco di Ladispoli (Rm)

Andrea Barone sindaco di Alezio (Le)

Raffaele Stasi sindaco di Taurisano (Le) Città d’Arte

Carlo Salvemini sindaco di Lecce

Interventi:

Lorenzo Guzzardi direttore Polo Regionale di Siracusa per i siti culturali

«Siracusa, luogo d’incontro di culture diverse»

Valentino Nizzo direttore Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

«Il colore del mare»

Simona Rafanelli direttore Museo Civico Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia

«Etruschi, Fenici, Greci e gli altri un “mare” di incontri nell’alto Tirreno»

Stefania Santangelo archeologo numismatico, CNR Catania  

«Bizantini, arabi e normanni nella monetazione della Sicilia»

Vincenzo Leone  cap. di Vascello, direttore Marittimo del Lazio

«Mediterraneo… mare che unisce»

Marcello Aprile  docente Filologia e Linguistica italiana all’Università del Salento

«Greci e latini nel Salento. Una storia di convivenza multietnica»

Emanuele Licci  musicista “Incanto Griko” e Massimiliano Morabito  musicista ricercatore

«Il tarantismo, un rito che cura»

Ombretta Del Monte  artista e critico d’arte

«1607: l’arte di Caravaggio a Malta»

Sonia Signoracci  direttore artistico “Santa Marinella Short Film Festival”

«Terra d’approdo… il Cinema nel Mediterraneo»

Massimo Bacci direttore “Orchestra Giovanile Massimo Freccia”

«Note dal Mare»

Gianluigi Petrucelli direttore artistico Teatri Riuniti Italia&Schipa di Gallipoli

Stefano Colombo presidente Associazione “Libertamente” e direttore Compagnie Teatrali Monzesi

Valerio Faccini foto d’arte

Coreografi: Antonio Lombardo Lombardo Academy di Bronte, Matteo Capizzi DanzArt Academy di Biassono, Anna Rizzello

e Tania Stamerra Art Mood Ballet di Gallipoli

RoadShine Production Filmiamo Sogni

Giulio Cesare Pacchiarotti CineFantasy Productions

«Time Machine VR Experience»

Desirée Arlotta presidente Associazione Culturale ArchéoTheatron di Cerveteri e curatrice Progetto Nazionale Promozione e Valorizzazione


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La scrittrice Marinella Tumino: “Una esperienza toccante da condividere con i miei studenti” 

 

La prima volta che varcai il cancello, sentii per diversi minuti solo il calpestio dei miei passi che rompevano il silenzio di un luogo che profuma di storia e narra storie ed eventi che in nessuna pagina di testi scolastici è possibile ritrovare.

Inizia così l’esperienza emozionale della scrittrice Marinella Tumino a Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza. Proprio lì, in quella zona, il 20 giugno 1940 inizia la storia sconosciuta a molti ma la cui eco penetra in molti cuori.

Il 10 giugno l’annuncio della dichiarazione di guerra da parte di Mussolini. Sono gli anni in cui sono coinvolti quasi tutti i paesi del mondo, combattuto dal 1939 al 1945. I principali contendenti sono Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica da una parte, Germania, Italia e Giappone dall’altra. Si tratta di una guerra totale sotto diversi aspetti: geografico, perché interessa tutti i continenti; economico, perché costringe i paesi coinvolti a uno sforzo produttivo senza precedenti; ideologico, perché combattuta per ideali radicalmente contrapposti; demografico, perché coinvolge la popolazione civile.

Il 20 giugno, a Ferramonti di Tarsia, nasce uno dei più grandi campi di internamento per ebrei stranieri d'Italia. «È una storia poco conosciuta quella del campo fatto costruire da Mussolini, sul modello di quello di Dachau, ubicato in una zona paludosa», spiega, col fiato in gola, Marinella Tumino. «In quel campo transitano, nei cinque anni e mezzo in cui rimane attivo, circa quattromila cittadini ebrei provenienti da tutta Europa, antifascisti italiani e stranieri, profughi politici. L’Italia è appena entrata in guerra e i cittadini ebrei, anche se appartenenti a nazioni alleate dell'Italia, sono considerati nemici e devono essere arrestati e internati». In quella triste giornata vi giunge un primo piccolo gruppo di ebrei provenienti da Roma. Sono poco di più di 150 persone. Anche se il campo di Ferramonti viene liberato dal Comando Alleato nel settembre del 1943, sono in molti a restare a viverci anche negli anni a seguire. Dal punto di vista cronologico, è il primo campo di concentramento per ebrei ad essere liberato e anche l'ultimo ad essere formalmente chiuso l’11 dicembre 1945. All'interno del campo la vita non è facile, ma comunque ben lontana da quella cui sono costretti gli ebrei imprigionati nei campi di concentramento tedeschi.

«Per molti, troppi anni, il Campo è stato lasciato in stato di abbandono, vittima dell’incuria. Molte delle 92 baracche (così come buona parte del campo!) furono distrutte per la costruzione dell’autostrada che lo attraversa e solo nel 2004, grazie all’accurato lavoro dello storico Francesco Folino e alla sensibilità delle Istituzioni Pubbliche, fu inaugurato il Museo».

 

Che effetto fa essere a Ferramonti?

«Ritornare a Ferramonti a distanza di pochi mesi dalla precedente visita, è stata un’appassionante e toccante esperienza. Sono stata invitata per la “Settimana della Memoria” per partecipare a un tavolo di lavori e presentare il mio ultimo lavoro, L’urlo del Danubio, Operaincerta Editore, 2018, con tema “Shoah”. E’ stata certamente un’occasione davvero speciale. Ho potuto assistere ad alcune delle iniziative ma sicuramente ad alcuni momenti commoventi che mi hanno lasciato il segno. Ho avuto l’opportunità di conoscere di presenza due ex-internate, Dina Smadar e Eva Rachel Porcilian, nate nel Campo ma dopo la liberazione trasferitesi in Israele. La loro presenza assieme a quella di Yolanda Bentham, figlia dell’ex-internato, David Ropschitz, è un prezioso dono. Tutte e tre incontrano gli studenti e a tutti gli ospiti regalano la loro testimonianza. Commuove ascoltarle perché con la loro umiltà raccontano la vita dei loro genitori che furono reclusi nel Campo, vivendo in condizioni molto dure e, a volte, estreme».

Che aria si respirava al Campo di Ferramonti?

«Il Campo di Ferramonti fu un campo “sui generis” perché era delimitato dal filo spinato, ma ha conosciuto la solidarietà del popolo tarsiano che porgeva agli sfortunati uova, patate e abiti pesanti, ma anche l’umanità del comandante del Campo, Paolo Salvatore. Grazie alla scelta non punitiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile accettabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Fu creata anche una scuola elementare, una biblioteca e spesso proprio lui, Salvatore, portava i bambini fuori dal campo, a Tarsia dove comprava loro il gelato, o li scorrazzava per il campo in motocicletta. Si organizzavano concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia. Molti di loro erano artisti, medici o professionisti stimati, una baracca venne adoperata come laboratorio e impiegata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore. Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Jugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta. Gli internati potevano sposarsi, avere figli, praticare la loro religione. Furono costruite tre Sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar».

Hanno perso la vita parecchie persone?

«Poche persone sono morte ma sempre e solo per malattie o morte naturale, mai per annientamento. Ferramonti, nonostante fame e freddo, fu un luogo di aggregazione e integrazione tra popoli.

Quali emozioni hai provato incontrando le ex-internate?

«È stata un’esperienza davvero toccante. Quando ho stretto loro la mano, mi sono sentita elettrizzare, per di più alloggiavamo nello stesso albergo a Tarsia. Conoscevo le loro storie, le avevo apprese nella precedente visita, ma poterle sfiorare dal vivo è stata un’emozione, a dir poco, stellare. Insieme abbiamo condiviso i vari momenti di attività all’interno del Campo per ricordare una delle pagine più buie e tristi dell’umanità».

Nel Museo del Campo cosa è custodito?

«Si tratta di una struttura in cui sono conservati vari documenti corredati da foto d’epoca e Dina Smadar, una delle ex- internate e grande artista internazionale, contribuisce all’allestimento delle sale documentarie, creando dei quadri con delle foto originali ritoccate».

C’è stato un altro momento toccante?

«Altro momento indimenticabile è stato quello della commemorazione del 27 gennaio, Giornata della Memoria in tutto il mondo, allorquando una Corona è stata deposta davanti al Monumento dedicato agli ex-internati. Mi ha fatto scoppiare il cuore il suono maestoso e potente dello Shofar, corno di montone vuoto; un gesto arcaico ed antico che accompagna le preghiere delle Selichot (del perdono) e che simboleggia il nostro animo di fronte a Dio. Allora, ho socchiuso gli occhi che hanno cominciato a inumidirsi e col nodo alla gola ho chiesto perdono a Dio. La visita al Campo di Ferramonti è stata per me un ulteriore momento di riflessione che, appena rientrata in classe, ho condiviso anche con i miei studenti; riflessioni sulla tolleranza che deve essere tradotta in azioni concrete, sull’indifferenza, che è il male assoluto, la ferita più profonda che un essere umano possa subire. Occorre darsi da fare con un’arma: l’Educazione. Esercitando, praticando l’Educazione possiamo provare a combattere quel trauma che paralizza il flusso della vita, rende freddi, separa. Non è semplice, ma non dobbiamo arrenderci…mai!». 

Giuseppe Nativo

 


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Ragusa, 16 novembre 2018 – La Sicilia offre tantissimi paesaggi spettacolari da poter ammirare e che permettono di toccare con mano la storia di questa regione meravigliosa.

 

Per questo Federica Miceli ha deciso di intraprendere questo avventuroso viaggio alla scoperta di alcune delle perle siciliane. Soprattutto si è concentrata nella parte meridionale, quella che per molti è nota come la culla della civiltà.

Tante testimonianze artistiche, patrimoni culturali e molto altro da scoprire in un viaggio letteralmente unico. Un'esperienza che qualsiasi turista potrebbe fare per capire cosa voglia dire effettivamente scoprire la Sicilia meridionale.

Il tour della Sicilia meridionale di Federica è partito da Ragusa, precisamente dall’aeroporto di Comiso. Proprio da qui ha avuto modo di spostarsi verso le varie località grazie ad un’auto a noleggio, in collaborazione con il sito www.tinoleggio.it.

 

Prima Tappa: Ragusa

La prima tappa di questo speciale viaggio nella Sicilia Meridionale non può che essere Ragusa.

La bellezza dei Monti Iblei rende l'atmosfera molto suggestiva. Senza dimenticare la distinzione particolare tra Ragusa Nuova e Ragusa Ibla, la divisione comunemente fatta della città. A collegarle vi è una scalinata storica.

 

Seconda Tappa: Modica

Federica, a pochi km da Ragusa, ha raggiunto Modica. Un autentico gioiello per la Sicilia e non solo: infatti è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Un posto letteralmente magico anche per via della sua lunga storia legata al cioccolato.

 

Esiste infatti una delle cioccolaterie più antiche del mondo dove gustare prodotti davvero unici.

Oltre a considerare le tante chiese storiche che si trovano a Modica e che vanno visitate.

 

Terza Tappa: Scicli

A 40 minuti da Comiso si trova questa cittadina barocca molto particolare e suggestiva: Scicli. Molto particolare soprattutto perché ci sono alcune attività tradizionali antiche. Basti pensare, ad esempio, ad una delle più antiche farmacie d'Italia.

Federica ha avuto la possibilità di scoprire lo splendore di un posto dove si respira un'aria diversa, immersa nella storia locale.

 

Quarta Tappa: Portopalo di Capo Passero

Si tratta del punto più a meridione dell'intera regione, escluse le isolette. Si caratterizza soprattutto per un clima gradevole in gran parte dell'anno: non bisogna sorprendersi nel vedere in inverno persone in spiaggia.

A pochi passi si trova la spettacolare Isola delle Correnti, un'isola molto bella che si può raggiungere direttamente a piedi godendo di una vista mozzafiato. Si possono vedere le onde del Mar Ionio che si incrociano con quelle del Mediterraneo.

 

Quinta Tappa: Ispica

Nella vicina provincia di Siracusa si trova questo posto ideale per chi ama il tramonto. Infatti qui si ha modo di vedere delle combinazioni cromatiche davvero spettacolari.

Oltre a dover considerare che Ispica è famosa soprattutto per gli amanti del relax, magari all'insegna del buon vino. D'altronde si tratta di uno dei posti migliore dove sorseggiare un bicchiere di vino del posto accompagnato da altri prodotti tipici.

 

Sesta Tappa: Siracusa

La granita di mandorla con la celebre brioche non può che essere la prima cosa da fare per chi vuole visitare Siracusa. Si può poi passare al Duomo di Siracusa che è un luogo particolarmente emozionante in quanto fu tempio di Atena, chiesa bizantina, moschea e ancora molto altro.

Fino ad arrivare a Piazza Archimede dove c'è la Fontana di Diana che da sempre è una grande attrazione. Inoltre è giusto considerare una tappa presso il laboratorio di Flavia Massara, l'unica donna siciliana che prepara la carta papiro.

Senza dimenticare gli arancini e le varie combinazioni di ingredienti che si possono assaporare in questa città spettacolare e dalle mille emozioni.


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Spettacolo teatrale al Centro Studi Feliciano Rossitto di Ragusa

 

 

Ragusa, 15 novembre 2018 – Venerdì 23 novembre 2018, alle ore 21, presso il Centro Studi “Feliciano Rossitto” (Via Ettore Majorana, 5 – Ragusa), in occasione della “Giornata mondiale contro la violenza sulle donne”, si terrà uno spettacolo dal titolo “Stasera parlo Io”.

Ideazione e regia di Alessandro Sparacino e Angelo Abela. La direzione tecnica è curata da Laura Frasca e Mario Lo Bianco.

 

La recitazione è affidata agli attori: Annamaria Abbate, Cinzia Alfano, Maria Luisa Alfano, Daria Batolo, Federica Bisceglia, Giorgia Monica Bisceglia, Ornella Cappello, Ornella Fratantonio, Marisa Gigliotta, Giada Lasagna Liuzzo, Natalina Lotta, Giada Ruggeri, Helga Taormina, con l’amichevole partecipazione in video di Rita Abela

 

Prenotazione obbligatoria.

Info line: 0932.246583 - 338.2427701

 

Giuseppe Nativo

 


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Ragusa, 6 Ottobre 2018 – Fake News e salute, comunicare in sanità. È il tema dell’incontro organizzato dall’Ordine dei Medici di Ragusa e che si terrà il 27 ottobre 2018 presso la sede dell’ordine di Via Nicastro 50, a Ragusa.

Il convegno, voluto fortemente dalla Presidente Rosa Giaquinta, rappresenterà il culmine di una campagna di sensibilizzazione che l’ordine professionale porta avanti da diverso tempo al fine di fare chiarezza rispetto ad alcune news che molto spesso si fanno strada sui social e che tendono a fornire informazioni false sul campo della salute e della medicina. Si tratta di un fenomeno diffuso quale quello di notizie su temi di carattere medico con false soluzioni farmacologiche o interventistiche. Inoltre si valuteranno le informazioni tendenziose su temi di carattere vitale quali quello della prevenzione, vedi vaccini, genetica o malattie di forte impatto emotivo quali quelle oncologiche. Durante l’incontro si proporrà una analisi sociologica ed etica del fenomeno chiamando in causa e alla collaborazione i giornalisti come operatori sui mezzi di comunicazione.

Il Convegno, che vedrà la partecipazione di importanti relatori, è patrocinato anche dall’ordine dei giornalisti di Sicilia ed è valido ai fini dei crediti formativi sia per i giornalisti (consultare la piattaforma Sigef) che per i medici.

È possibile iscriversi entro il 22 di ottobre.

 

Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.- +39.0932.254640

 


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Da sabato al Museo della Cattedrale di Ragusa una mostra sull’iconografia dell’Addolorata nell’arte iblea. Saranno esposte 12 opere tra cui una tela restaurata di recente



Ragusa, 14 marzo 2019 – Si inaugura sabato 16 marzo, alle 18, la mostra “Mater Dolorosa - L’iconografia dell’Addolorata nell’arte iblea”, promossa dall’ufficio diocesano per i Beni Culturali, diretto da don Giuseppe Antoci, e curata da Stefano Vaccaro e Alessandra Rovetto.

L’esposizione, ospitata nelle sale del Museo della Cattedrale di Ragusa, si potrà visitare sino al 21 aprile. Saranno esposte dodici opere (undici tele e una statua) provenienti da Comiso, Giarratana, Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo e Ragusa. Tra le opere presentate anche la tela raffig      

«Questa mostra – fanno sapere dall’ufficio diocesano Beni culturali – è un viaggio storico-artistico, ma anche religioso ed emozionale, che interessa il momento più drammatico della vita di Cristo e di Maria sua madre. Saranno presentate una selezione di pregevoli opere d’arte, dal Sei all’Ottocento, provenienti da tutta la Diocesi di Ragusa. Ai visitatori saranno restituiti brani di grande commozione e intensità per uno dei culti devozionali più celebrati in Sicilia».


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Siracusa, 8 gennaio 2019 – Si festeggia domani, mercoledì 9 gennaio, l’anniversario della Dedicazione della Chiesa Cattedrale a Siracusa.

Per la ricorrenza la Deputazione della Cappella di Santa Lucia ha stabilito ci sia una solenne esposizione del simulacro di Santa Lucia. Alle ore 7.30 sarà aperta la nicchia che custodisce il simulacro. 

Il programma dell'anniversario della dedicazione prevede alle 17 l'intervento di don Alessandro Genovese che guiderà una meditazione sul tema: "La Chiesa edificio dedicato a Dio, icona della Chiesa corpo crismato di Cristo". 

Alle ore 18 la concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Siracusa. Al termine della funzione verrà richiusa la nicchia. La preghiera di colletta della liturgia della dedicazione della chiesa cattedrale, nella liturgia ambrosiana, così recita: “Con pietre 

vive ed elette tu edifichi, o Dio, alla tua gloria un tempio eterno; effondi la tua santità sulla nostra cattedrale e fa’ che quanti in essa invocheranno

 il tuo nome sperimentino il conforto della tua protezione”. 

La Cattedrale è segno di ciò che siamo chiamati ad essere noi: Tempio vivente di Dio, capace di far risplendere nel mondo la grazia del Signore 

e di accogliere tutti coloro che sono alla sua ricerca.


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Siracusa, 28 dicembre 2018 – Esposizione straordinaria del simulacro di Santa Lucia. Domani, venerdì 28 dicembre, dalle 7.30 alle 12.30, il simulacro della patrona sarà esposto alla venerazione dei fedeli nella sua cappella nella Chiesa Cattedrale per ricordare il maremoto del 1908 conseguente al terremoto di Messina. 

La Deputazione della Cappella di Santa Lucia ha inoltre reso noto che un mazzo di fiori sarà  posto alle 9.30 nell'edicola votiva di Santa Lucia che si trova al piazzale delle Poste. Sarà Elena Artale, componente della Deputazione della Cappella di Santa Lucia, a donare i fiori alla presenza di mons. Salvatore Marino, parroco della Cattedrale, e del maestro di Cappella Benedetto Ghiurmino. Il pensiero andrà  alla popolazione catanese interessata negli ultimi giorni da un intenso sciame sismico dovuto all’attività  del vulcano Etna. «Come Lucia ci ha progetto preghiamo per i nostri fratelli che si trovano in difficoltà», ha detto mons. Marino.

Le cronache del tempo raccontano che la mattina del 28 dicembre 1908 Siracusa si svegliò sommersa dalle acque che avevano raggiunto il livello dell’attuale piazzale delle Poste riversando le barche ed i gozzi ormeggiati al ponte Umbertino. Venne deciso di portare in pellegrinaggio penitenziale il simulacro della Santa presso le rive per invocare la protezione sulla città. 

Le cronache narrano che le acque iniziarono a placarsi ed il livello del mare intorno a normalità. Nel luogo dove venne fermato il simulacro venne apposta una edicola votiva con all’interno la statua della Santa. Sotto la cappellina venne apposta una lapide marmorea che celebra e ricorda quel giorno.

 

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Superato il cosiddetto periodo dei “morti” ci si preparava a superare quel “periodo di mezzo”, antecedente a quello pre-natalizio, introdotto dal “novenario” dell’Immacolata. Era il periodo più bello in quanto si era catapultati, con la sana ed ingenua dolcezza di una volta, in un’atmosfera festiva il cui prologo era la consueta preparazione del presepe. Era come pianificare un’opera d’arte. Dal muschio ai ruscelli, dalle montagne agli sterrati e tortuosi sentieri, dalle capanne e botteghe alle statuette da disporre in modo spontaneo ma nella giusta postazione in base alle attività professionali rappresentate, non sempre fedeli ai luoghi e al tempo che vedevano la nascita di Gesù.

Tutto doveva avere un ordine quasi pre-costituito. Gli ultimi ritocchi erano fatti sistemando le luci intermittenti in modo tale da far entrare ciascuna “lucetta” in ogni casupola o grotta. I pastori, rappresentanti del ceto più semplice nonché destinatari privilegiati della buona novella, erano i protagonisti assoluti dopo, naturalmente, la “sacra famiglia” collocata, per consuetudine, in compagnia del bue e l’asinello. A cornice di tale impianto scenico – studiato fin nei minimi particolari dalla nonna - erano talora posti, quasi a delimitare i confini della zona presepe, un cospicuo numero di cioccolatini dalle variegate forme, colori e sapori.

L’apertura iniziale della scatola contenente i pezzi da disporre costituiva quasi un piacevole rito a cui nessuno della famiglia si sottraeva per la possibilità non solo di carpire i segreti della preparazione ma anche per dare eventuali suggerimenti o diventare promotore per l’acquisto di nuovi “personaggi”. Tutto si svolgeva con i tempi dovuti e necessari per la messa in opera di tutti i pezzi. Non potevano mancare “u ricuttaru”, “u furnaru”, “u cacciaturi” (il rivenditore di ricotta; il fornaio; il cacciatore). Ma anche pastorelli identificabili per l’atteggiamento: “u spavintatu” (chi prova spavento), l’arrotino, il barbiere e colui il quale ripara i piatti rotti. Un mondo a sé, ricreato in spazi angusti o che poteva occupare intere stanze della casa. Oggi di quel mondo, forse, è rimasto poco. Tuttavia, resiste la tradizione dei presepi, in particolare laddove è forte il legame con le tradizioni. 

Giuseppe Nativo

 


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Nel 1968 il panorama mondiale si presenta ricco di speranze e, al contempo, carico di problemi. In Europa i movimenti di rivoluzione studentesca cercano di rinnovare la società e in vari Paesi del mondo crescono movimenti di protesta. Nel continente latino-americano il Brasile si trova immerso in una crudele dittatura militare. In Argentina i “sacerdoti per il Terzo mondo” sono combattuti dai militari e malvisti dalla gerarchia ecclesiastica. Nel 1966 in Colombia i militari avevano assassinato Camilo Torres e l’anno dopo in Bolivia era stato ucciso Che Guevara. È questo l’orizzonte in cui si celebra, dal 18 al 25 agosto 1968, a Bogotà (Colombia) il 39° Congresso Eucaristico Internazionale.

Anche la città di Ragusa partecipa ai lavori del congresso con una delegazione di cui fa parte il dinamico parroco cappuccino della Sacra Famiglia, Padre Gregorio Lantieri da Palazzolo.

Si tratta, come riportato dal quotidiano “La Sicilia”, in cronaca di Ragusa, sabato 17 agosto 1968 (pag. 6), di una “nuova missione” che consentirà al frate “di condurre una indagine sulle condizioni religiose-sociali di questa parte tormentata dell’America”. Il vulcanico Padre Gregorio non è nuovo a queste incombenze in quanto l’anno precedente aveva fatto parte “di una delegazione in visita in Russia” soggiornando alcune settimane anche a Mosca dove aveva avuto modo “di conoscere da vicino le condizioni di vita del popolo sovietico con particolare riguardo alla sua evoluzione anche in campo religioso dopo gli ultimi fermenti” in parte frenati dal particolare regime politico. L’instancabile attività di Padre Gregorio si era già estrinsecata nel suo “giro attorno al mondo”, dopo essere stato in Asia, India, Venezuela, Australia, Stati Uniti. Al suo rientro da Bogotà “la Chiesa di via Archimede (Sacra Famiglia) – conclude l’articolo - verrà arricchita da una nuova opera d’arte”, ovvero quell’altorilievo in legno, che ormai tutti i ragusani conoscono, raffigurante la “Sacra Famiglia”.

Reca la data del 21 agosto 1960 il decreto di erezione della chiesa “Sacra Famiglia” a parrocchia. Per l’intera comunità ragusana è un momento importante suggellato dalla presenza, tra gli altri, dell’allora vescovo (mons. Francesco Pennisi), Padre Gregorio da Palazzolo (vicario parrocchiale), Padre Ferdinando da Sortino (provinciale), Carmelo Pisana (sindaco).

In quella caldissima giornata agostana è cospicuo il numero di fedeli che segue la cerimonia e gremisce la chiesa. Il vescovo Pennisi celebra la S. Messa e dopo aver raccolto il giuramento dà il possesso canonico a Padre Gregorio. “Il novello parroco – recita il numero unico di una pubblicazione parrocchiale editata nel 1965 – riceve la stola, prende possesso del confessionale e dalla balaustra tiene il suo discorso”. E’ molto emozionato in quanto il 21 agosto ricorre il giorno della sua ordinazione sacerdotale. Dal quel momento le sue omelie, le sue riflessioni teologiche, i suoi consigli, sono seguiti da parecchia gente proveniente anche da “fuori” parrocchia.

Nell’ottobre 1959 Padre Gregorio aveva ricevuto dai padri Superiori il compito di preparare la “nuova” parrocchia dei PP. Cappuccini in via Archimede. E’ con la festa di Cristo Re che è ufficialmente riaperto il culto nel tempio chiuso fin dal 1951, quando l’allora Superiore chiudeva il Convento di Via Archimede, trasferendo la Comunità in Piazza Sammito (oggi Piazza Cappuccini) e dando lo stabile in affitto alla Questura.

A Padre Gregorio si deve il completamento della chiesa e la costruzione della seconda ala del convento. Con la sua instancabile ed intensa attività pastorale dà impulso non solo a varie attività religiose, ricreative e assistenziali, ma anche ad importanti modifiche che hanno reso la parrocchia attraente e ricca di opere d’arte moderna. 

 

“Il Focolare”, notiziario mensile di Padre Gregorio

– “Padre Gregorio è stata una persona con una sensibilità umana e una intelligenza non comune”, così lo descrive Paolo Bozzaro (oggi psicoterapeuta in territorio etneo) all’epoca giovane studente universitario collaboratore del notiziario mensile “Il Focolare” che pubblicizzava le attività culturali e pastorali del Centro Sociale e che proponeva saltuariamente spunti di riflessione su temi ambientali, sociali e familiari. La redazione era curata dall’attivo e simpatico Padre Gregorio. “L’ho incontrato a Ragusa nel 1974 nell’ambito della mia prima esperienza di collaborazione giornalistica al notiziario. Padre Gregorio mi diede un 'credito di fiducia e di stima' così immediato e ampio, fin dai nostri primi contatti, che in un certo senso mi meravigliò e disorientò! Gli mandai così degli articoli per ‘Il Focolare’, che la mia 'arroganza' giovanile riteneva 'fortemente provocatori' (per il pubblico 'tradizionalista' del suo giornale), che lui puntualmente pubblicò senza alcuna esitazione né commento”.

 

Come lo ricorda?

– “Aveva una visione molto più ampia e meno 'clericale' dell'abito che indossava e questo nel tempo mi fece apprezzare ancora di più la sua persona e la sua attività religiosa, caratterizzata da una attenzione costante alla dimensione antropologica, psicologica e sociale dell'esistenza umana, in sintonia con le aperture promosse all'interno della chiesa dal Concilio Vaticano II. Poter parlare di 'aborto' o di una lettura 'laica' dei vangeli (attraverso i testi di De Andrè) o di 'compromesso storico' su un 'giornale cattolico di provincia', mi sembrò allora un atto di coraggio e di apertura, del quale solo un tipo come padre Gregorio poteva essere in grado di assumersene la responsabilità con una 'disinvoltura' francescana disarmante. E di questo gliene sono stato grato a vita”.

Bozzaro seguiva “a distanza” (abitando a Catania) le attività del consultorio familiare che Padre Gregorio aveva aperto a Ragusa e le numerose iniziative che promuoveva nell'ambito della parrocchia Sacra Famiglia, ma “ne condividevo lo spirito e l’impronta essendo anch'io, come psicologo, impegnato nella promozione della rete dei primi consultori familiari, avviati in Sicilia proprio in quegli anni”. 

Giuseppe Nativo


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Scicli, 22 Maggio 2018 – Non poteva non essere sabato 26 maggio, il giorno in cui Scicli festeggia la sua Vergine guerriera, quello scelto da Tanit Scicli per rimettersi in cammino e portare sciclitani e viaggiatori alla scoperta di tesori d’arte e fede Sulle Orme di Maria. 

Il secondo appuntamento annuale con i Cammini Sacri di Tanit, promossi all’interno del circuito regionale di Vie Sacre Sicilia, è, infatti, un itinerario affascinante, tracciato in una città profondamente mariana come Scicli, nella quale si trovano numerosi edifici e testimonianze artistiche dedicate al culto della Vergine Maria, venerata e pregata in tutte le manifestazioni del ciclo mariano, profondamente presenti nelle fede locale. 

L’itinerario, snodandosi fra viuzze medievali e grandi spazi barocchi, farà scoprire le chiese di San Giovanni Evangelista, la Matrice, di San Bartolomeo, della Madonna del Carmine, di Santa Maria la Nova, nelle quali simulacri, dipinti, bassorilievi raccontano di una fede mai estinta e sempre viva.

Raduno e partenza sabato 26 maggio alle ore 10.00 presso il Museo dell’Antica Farmacia Cartia.

 

Vincenzo Burragato

 

Per informazioni e prenotazioni, Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


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«Nel cinema non esistono “originali”, tutte le copie di un film sono uguali, e nonostante questo accade una magia: a ogni visione il film cambia, perché siamo cambiati noi».

(Alessandro Avataneo, regista cinematografico e teatrale, docente di cinema e storytelling alla Scuola Holden di Torino)

 

La crisi del Cinema è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, a parere di chi scrive (facente già parte della cosiddetta “vecchia generazione”) il Cinema riveste ancora un “fascino” particolare. Questo, forse, è un giudizio di parte in quanto appassionato della settima arte. 

 

E’ veramente così? Abbiamo girato il quesito ad Alessandro Avataneo, regista cinematografico e teatrale. «A tutt’oggi, il Cinema rappresenta l’esperienza narrativa più potente, completa e accessibile, anche se questo primato si esaurirà in pochi anni, forse venti o trenta, quando il cinema, probabilmente, verrà sostituito da una forma ibrida di film interattivo e videogame. Ciò consentirà allo spettatore di essere protagonista di una realtà alternativa, indistinguibile dalla nostra e personalizzabile secondo una serie di parametri e gusti individuali che consentiranno ai più “drogati” di narrazione tra noi di restare immersi nel mondo virtuale e interagire da lì con il mondo reale, e magari guadagnare palate di soldi passando la vita a “giocare” – cosa che peraltro già accade oggi, se pensiamo al fenomeno degli influencer digitali».

Il buio della sala attira ancora?

«Nel buio della sala cinematografica subiamo una mutazione temporanea: entriamo in una specie di letargo, di intorpidimento dei sensi, e viviamo un sogno che si connette con gli strati più profondi della nostra fantasia e del nostro inconscio, fino a incidere il nostro immaginario in maniera indelebile».

Ciò accade con i libri, ma nella lettura è più faticoso, perché il nostro cervello deve tradurre le parole in immagini, suoni e azioni, mentre nel cinema è tutto lì, proiettato sullo schermo e immaginato per noi.

«Certo. Questo non vuol dire che al cinema siamo spettatori passivi, anzi, il nostro cervello ha molte informazioni in più da assorbire e su cui lavorare, ma in una situazione – il più delle volte – di piacevole abbandono e non di sforzo intellettuale. Questo accade tramite un complesso meccanismo di segni, gesti e codici cinematografici che prendono il nome di “messinscena”. Possiamo tranquillamente dire che noi siamo, per associazione e per contrasto, non solo il risultato delle nostre esperienze reali, ma anche di quelle immaginarie, cioè quelle che derivano da tutti gli oggetti narrativi che abbiamo amato e che ci hanno influenzato».

Il cinema, dunque, è l’esperienza più completa perché racchiude in sé tutte le arti, precedenti e posteriori alla sua invenzione. Nel cinema contemporaneo cosa troviamo?

«Troviamo le stesse meccaniche della letteratura, del teatro, della serialità e del videogame. L’arte propria del cinema, il montaggio, da quando esiste il cinema ha influenzato tutte le altre arti. Anche la musica, la pittura e la fotografia hanno influenzato il cinema e successivamente ne sono state condizionate. Essendo una struttura complessa fondata sul movimento, il cinema è anche danza, architettura, scultura, e da quando esiste il cinema anche i libri sono diventati via via più “cinematografici”, cioè più immersivi e coinvolgenti per il pubblico di massa. Basta considerare il fatto che i grandi best seller di oggi, cioè i libri che vendono globalmente più di 100 milioni di copie, sono scritti con tecniche cinematografiche; sono cioè, salvo rare eccezioni, esperienze cinematografiche scritte su carta». 

Cosa ci può dire sull’esperienza narrativa cinematografica?

«Il cinema è l’esperienza narrativa più accessibile, perché richiede meno tempo di un libro per essere vissuta. C’è da dire, inoltre, che nel cinema non esistono “originali”, tutte le copie di un film sono uguali, e nonostante questo accade una magia: a ogni visione il film cambia, perché siamo cambiati noi. Se provate a rivedere un film più volte, ritroverete sempre voi stessi, ma non solo. Ci sarà sempre qualcosa in più o in meno. Perché il Cinema è una scultura del Tempo, come diceva Tarkovsky, ma si può aggiungere che non solo scolpisce il tempo dei film così come immaginati dai loro autori, ma anche il nostro».

Allora perché si registra una crisi galoppante nel Cinema?

«Nonostante tutti questi pregi, la crisi nel cinema come spettacolo collettivo è irreversibile e ha radici lontane. Contrariamente a ciò che si pensa, non è un fenomeno recente. Il Cinema come spettacolo di massa è in crisi da quando esiste la TV, cioè dalla fine degli anni ‘30. Negli anni ‘40 il 75% della gente andava al cinema una volta alla settimana, oggi siamo al 4%, e più della metà della popolazione va al cinema meno di una volta al mese. Questo passaggio da intrattenimento collettivo a intrattenimento individuale riflette l’affermarsi progressivo dell’individualismo di massa, che ha cancellato il concetto di società e di industria novecenteschi, cioè le due categorie da cui e per cui è nato il cinema».

Quindi un fattore economico e sociale?

«Non solo. C’è anche un fattore antropologico: in buona sostanza, i film non ci bastano più. Il concetto cardine che spiega non solo l’intrattenimento, ma la realtà di oggi, cioè come funzioniamo noi umani, è quello di “universo narrativo”. Molti di noi oggi preferiscono restare immersi dentro gli universi narrativi che amano il più a lungo possibile, o per coltivare una versione alternativa di sé stessi sui social network, o per vivere altre vite oltre all’unica che hanno».

Quali sono questi universi narrativi?

«Sono quelli basati sui nostri gusti, da Harry Potter a The Walking Dead al Trono di Spade a Westworld, e veniamo catalogati in base ai nostri gusti da algoritmi che decidono cosa si deve produrre a livello globale. Le imprese operanti nella distribuzione via internet di film, serie televisive e altri contenuti d’intrattenimento funzionano così. Vanno a catalogare l’umanità in circa duemila nicchie di consumatori e, sulla base della dimensione e dei comportamenti di questi gruppi, stabilire quali film e serie produrre e quanto investire per ciascuna di esse. Le serie stanno ai film come il racconto sta al romanzo. Il filosofo tedesco Walter Benjamin aveva analizzato, nel suo saggio sulla narrazione del 1936, come la narrazione intesa nella sua forma più antica, cioè quella di racconto orale, fosse stata soppiantata dal romanzo e dall’informazione, per una serie di fattori tecnologici: invenzione della stampa e dei mezzi di comunicazione di massa. Questo aveva “ucciso” l’essenza della narrazione come mezzo primario per tramandare l’esperienza. Oggi assistiamo a una trasformazione analoga: la rivoluzione digitale sta “uccidendo” il cinema così come lo abbiamo conosciuto nel ‘900, cioè come specchio di un secolo».

Cosa accadrà nei prossimi anni? Riuscirà il cinema a adattarsi a questo nuovo mondo, oppure sarà per pochi eletti?

«Non è ancora detta l’ultima parola, ma possiamo osservare qual è la tendenza degli ultimi anni a livello globale: produrre film di genere seriali sempre più grandi e costosi per le masse e piccoli film sempre meno costosi, per nicchie sempre più piccole di spettatori cinefili e colti. Manca completamente la via di mezzo. Tutto lo spazio di sperimentazione che va dagli anni ’40 agli anni ’70 non esiste più. Significa che nell’ecosistema attuale autori come Fellini, Antonioni, Bergman, Orson Welles o Tarkovsky non riuscirebbero a produrre nemmeno un cortometraggio. C’è chi dice che lo spazio di sperimentazione si sia spostato alle serie TV, ma è vero solo fino a un certo punto, poiché questi investimenti devono rispondere necessariamente a studi e proiezioni basati su algoritmi che calcolano il rischio sulla base dei gusti del pubblico».

Il cinema fa quindi fatica a trovare i suoi nuovi autori.

«In Europa, per realizzare un’opera prima, ci vogliono anni di sviluppo, e molti film non trovano una distribuzione e non riescono ad arrivare a un pubblico che, per quanto piccolo, ancora esiste e cerca originalità e innovazione, non standardizzazione o remix di formule trite e ritrite. Se quindi da un lato le grandi piattaforme di film on line danno accesso a una grande quantità di contenuti, dall’altro, paradossalmente, riducono la possibilità di scoprire nuovi autori al di fuori della nostra limitata sfera di preferenze. Questo appiattimento è diseducativo per il pubblico, al quale film di maestri come Antonioni o Sokurov saranno sempre più inaccessibili. I giovani autori con una voce originale dovranno adeguarsi a logiche di mercato dettate da multinazionali e cercare di esprimersi entro i confini del nuovo impero digitale». 

Giuseppe Nativo 

 

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Alessandro Avataneo è un autore, produttore e regista cinematografico e teatrale. Laureato in Relazioni Internazionali con master in Storytelling, Performing Arts e Digital Entertainment, ha lavorato in più di 30 Paesi tra Europa, Stati Uniti e Giappone realizzando film, documentari, musical, format televisivi, videoclip, installazioni artistiche e di realtà virtuale. Ha pubblicato il romanzo Una storia delle colline nel 2009 e il primo Atlante del Vino Italiano nel 2015, scritto insieme a Vittorio Manganelli (enologo). Consulente dei governi italiano e olandese su progetti di tutela del patrimonio materiale e immateriale, ha curato negli anni numerosi eventi all’interno di siti UNESCO, gli allestimenti della Biennale di Architettura 2010 in Olanda e il dossier per la candidatura di Maastricht a Capitale europea della Cultura nel 2018. Insegna cinema e storytelling alla Scuola Holden di Torino.

 


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Entrare in una sala cinematografica un tempo richiamava non solo l’attenzione – rivolta a sapere che film era proiettato in quella serata – ma stimolava i sensi perché talora incuriosiva il titolo o la trama, anticipata, qualche settimana prima e in maniera molto sintetica, dai rotocalchi.

Oggi la situazione sembrerebbe cambiata, soprattutto per gli incassi al botteghino e per le presenze in sala sempre più ridotte. Sulla base dei dati statistici raccolti da Cinetel il 2017 ha fatto registrare dati non molto confortanti. Sembra che ciò sia dovuto a quella fase definita “di transizione” legata a nuove norme sul cinema i cui decreti attuativi sono arrivati a fine 2017. Ciò avrebbe inciso, in maniera significativa, sulla pianificazione dei film in sala perché molti operatori del settore sono rimasti in attesa di capire come muoversi.

Sarebbe necessario valutare la possibilità di promuovere iniziative volte a facilitare non solo il recupero del Cinema, ma anche del suo appeal con gli spettatori.

La lettura dei dati del circuito Cinetel si rivela poco confortante: l’intervallo di tempo che va dal 22 al 25 novembre ha fatto registrare un decremento pari al 4,17 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017. Tale tendenza sembra proseguire toccando numerose città. Anche il territorio della Sicilia non è immune dalla problematica. A tale proposito si è avuto modo di contattare Marco, che svolge la sua quotidiana attività lavorativa come collaboratore nella gestione di una rinomata sala cinematografica in zona iblea. La sua esperienza, ormai pluriennale, gli consente di esternare alcune riflessioni che possono aiutare a comprendere cosa sta accadendo al comparto.

«Il percorso di disintegrazione degli esercizi cinematografici è già in atto. La fruizione del cinema on line è in forte ascesa. Sono numerosi i siti e le applicazioni per computer, smartphone e tablet che offrono a prezzo da sala cinematografica la possibilità di vedere dei film usciti in sala appena qualche mese prima. Come se ciò non bastasse alcuni produttori hanno scelto di optare per una distribuzione dei film che possa bypassare il consueto passaggio dalla sala cinematografica. È questo il vero terreno di scontro tra gli esercenti cinematografici e i colossi della distribuzione on line. Basti pensare che per la prima volta il film premiato con il Leone d'oro a Venezia Roma di Alfonso Cuaron non avrà un passaggio in sala così come è stato per il film denuncia sulla storia di Stefano Cucchi. Si consideri ancora la crescita esponenziale delle serie tv, su cui da qualche tempo si concentrano i maggiori sforzi dell’industria cinematografica, che sono sicuramente più redditizie delle produzioni da grande schermo e che consentono una diffusione più capillare direttamente a casa dello spettatore. Si aggiunga a questo la diffusione difficilmente arginabile dello streaming illegale che vede come principali fruitori soprattutto i giovanissimi.

D’altro canto, a fronte di un calo vistoso degli incassi, l’avvento del digitale ha comportato un aumento sproporzionato dei costi per gli esercenti e una riduzione dei costi per i distributori che però continuano a imporre condizioni estremamente gravose per il noleggio dei film. A lungo andare questa situazione non potrà che consolidarsi a sfavore delle sale. A mio parere, non sono lontani i tempi in cui il cinema farà a meno delle sale e gli spettatori potranno usufruire del mezzo cinematografico esclusivamente su pc, tablet o smartphone pagandolo comodamente con la propria carta di credito. Il cinema perderà il suo primato a favore del web e tutto diventerà immediatamente fruibile a basso costo e comodamente seduti a casa propria». 

Giuseppe Nativo


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Ragusa, 12 novembre 2018 – Una versatile Lella Costa ha intrattenuto il pubblico del teatro Donnafugata con la messa in scena dell'appassionante rubrica “Lettere del cuore” di Natalia Aspesi che su Il venerdì di Repubblica ha ottenuto per 25 anni i consensi degli assidui lettori.  

Lo spettacolo è inserito nella Stagione Teatrale del Donnafugata di Ibla, professionalmente diretta dalle sorelle Vicky e Costanza Diquattro e da Clorinda Arezzo.  Stasera si replica e visto il consenso di pubblico di ieri sera, anche oggi sarà un successo. Il nome di Lella Costa ha sicuramente attirato parecchio pubblico, riconoscendole doti attoriali di indiscussa professionalità sia a teatro che come doppiatrice, La sua sicurezza scenica fa sì che per ore si possa stare ad ascoltarla senza mai annoiarsi ed i suoi numerosi successi in giro per l’Italia ne sono una valida testimonianza. Lo spettacolo, nato da un’idea di Aldo Balzanelli e della stessa Lella Costa, si avvale delle musiche di Ornella Vanoni, ed è un vero e proprio ritratto di un intero Paese. Un viaggio attraverso la vita sentimentale e sessuale degli italiani nel corso degli ultimi trent’anni che Lella Costa sa mettere in luce con ironia e intelligenza. I tradimenti, le trasgressioni, le paure, i pregiudizi.

Migliaia di storie intorno all’amore e alla passione che, incredibilmente, non cambiano con il passare dei decenni e l’evoluzione del costume. Centinaia di lettere consolatorie, ma mai banali. Argute, a volte taglienti, ma comunque rispettose. L’attrice ha saputo calarsi nei panni dei personaggi in cerca di risposte imitandone l’inflessione dialettale della regione di appartenenza e quindi dando loro quell’umanità che la carta stampata a volte non può dare poiché non ne riproduce la voce. Le figure che si sono alternate sul palco, quasi si fossero decisamente materializzati, portano i nomi più svariati poiché così si sono firmati nelle loro lettere.  Esilarante la lettera di una donna veneta, rimasta vedova che tra le altre cose scrive: “Ho ritrovato i vecchi amici che a lui non piacevano, vesto come mi piace e mi tingo anche le unghie di rosso che a lui non piacevano. E il dolore per l’abbandono? Niente. Ma allora che razza di amore era il mio se il dopo è così lieve?” E poi c’è chi si è perso l’amante dietro la saracinesca del suo garage, alcova che ogni 15 giorni soddisfaceva i suoi piaceri  alla ricerca della felicità..un “amore” basato su sms , causa  poi della fine del  rapporto poiché l’ultimo erroneamente il protagonista,   Giuseppe di Udine,  l’aveva inviato alla moglie;  qualche altro si è chiesto quanto amore ci fosse in un rapporto a distanza , un altro ha ritrovato il suo primo amore nella maturità e ha continuato a chiamarlo intrattenendo una relazione puramente telefonica chiedendosi se smettere o continuare.

Le donne, invece, sono quelle che nelle loro lettere hanno puntato molto alle conferme sul loro aspetto poco significante o altre, appena sedicenni hanno confessato di stare con più ragazzi contemporaneamente, altre trentenni di essersi invaghite di personaggi famosi tra cui Claudio Baglioni e poi anche Jhonny Depp. Molto belle anche le lettere di ragazzi gay o altri che pur essendo etero si erano invaghiti di transessuali o donne innamorate di Gianna Nannini…

Insomma una carrellata di personaggi tutti diversi gli uni dagli altri ma con l’unica caratteristica comune di rivolgersi alla bravissima Natalia Aspesi che col suo garbo e la sua arguzia, e con  la sua ironia sottile è riuscita a consolare i consolabili e a tener testa a chi a volte l’ha duramente criticata per la sua rubrica accusandola di correggere le lettere dei lettori prima di pubblicarle poiché in esse era praticamente assente ogni errore di sintassi o grammaticale.

Lella Costa è stata gli uni e l’altra, Natalia, prestando la sua inconfondibile voce ai vari personaggi resi sicuramente più reali e meno invisibili dietro quella penna che ha dato libero sfogo alle loro confessioni più intime, raccontandosi come dallo psicanalista.  Lella Costa ha faticato per scegliere un certo numero di lettere tra le numerose affidatele da Natalia Aspesi per raccontare questa Italia, intrisa di numerosi perché, sentimenti, gioie e dolori.

Le canzoni della Vanoni hanno piacevolmente intervallato la lettura e anche lei come per magia si è materializzata in quel palco in cui l’attrice Lella Costa davanti a quel leggio ha saputo dar voce a quelle centinaia di lettere in cui spesso “la risposta si è rivelata migliore delle domande”.

Un omaggio alla sua amica di sempre, Natalia Aspesi che per 25 anni ha saputo tenere una rubrica con la professionalità giornalistica che le appartiene.

Giovannella Galliano


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Ragusa, 31 ottobre 2018 – Strike Band (band rockabilly ragusana) spicca il volo al di là delle Alpi. Da febbraio 2019, infatti, sarà nei maggiori stati europei per una tournée che toccherà i festival Internazionali: Francia, Svizzera, Belgio, Ungheria, Germania.

Sempre on the road dal 2008, anno della sua formazione, la band ha già 7 album in attivoe numerosi successi in giro per l’Italia.Questo èsicuramente un altro dei tanti importanti consensi che la band ragusana annoveranel suo curriculum dopo aver collezionato ben 1200 live in tutta Italia portando il loro modo di fare musica americana anni ’50 nei più bei Festival, Clubs e contest Nazionali e internazionali come: Summer Jamboree (Senigallia), Vintage Roots Festival (Inzago), Good Rockin' Tonight (Francia), Bethune Retro (Francia), Sun Rock (Piacenza), Come On In (Pesaro), Freed Home Day (Treviso), Roma Vintage, Erchie Rock'n'roll Festival, Custom Party (Atessa), Summer Vintage, Maverik Rock'n'Roll Festival, Elvis Day (Treviso), solo per citarne alcuni.

La partecipazione a festival prestigiosi europei corona la carriera di questa gloriosa band tutta sicula ma soprattutto ragusana. I loro concerti registrano sempre un il “tutto esaurito” ovunque con grande partecipazione di pubblico che si lascia trascinare dai ritmi accattivanti del primitivo rock and roll americano degli anni 50 in cui il boogie woogie, il country e il jazz si fondono al bluegrass per dar vita ad una serata decisamente scoppiettante alla maniera Rockabilly.

A Ragusa abbiamo avuto modo di costatare tutto questo a settembre in Piazza Libertà in occasione della manifestazione Birrocco. Una piazza gremita ed in movimento ha dato ancora conferma di quanto questa band sia particolarmente apprezzata per le capacità professionali dei suoi componenti.

A giorni la band rockabilly partirà per vari live in Italia: il 2 novembre sarà al Terminal di Macerata, il 3 novembre al Be Vintage di Pesaro ed il 4 sarà a Brescia dove si esibirà al Blues club restaurant “Stranpalato”.

 Giulio Cascone, Mirko Narzisi Salvatore Lissandrello e Rocco Boccadifuoco sono sicuramente dei ragazzi che meritano questo grande salto dopo 10 anni di grande lavoro e suonare in Europa li rafforzerà maggiormente poiché avranno la possibilità di confrontarsi con altre realtà musicali internazionali.

Queste le date e gli Stati in cui si esibirà la Strike Band nel 2019:

  • 23 Febbraio Pre - Festival "Good Rockin Tonight " Attignat, Francia
  • 20 Aprile “Roxy Bar 50'S Diner ” Kreuzlingen , Svizzera
  • 3 Maggio “Rock ‘n’ roll City Jamboree ”Donaueschingen, Germania
  • 28 - 29- 30 Giugno “Viva Polinguen 'n' Roll “Les Pouliguen, Francia
  • 20 Luglio Lago Di Balaton, Ungheria
  • 30 Agosto e 1° Settembre “International Vintage Festival” Liège, Belgio

Ad Maiora! i presupposti per volare ancora più in alto ci sono davvero tutti.

Giovannella Galliano


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Noto, 6 settembre 2018 – Si concluderà domani sera a Noto la quinta edizione del Festival internazionale della chitarra “Tiempo de guitarras”, che si sta svolgendo a palazzo Nicolaci ed è promossa dall’associazione “Musica e arte”, guidata da Nello Alessi, in collaborazione con il Comune di Noto.

Una rassegna che ogni anno riunisce tanti musicisti e che si rinnova con successo. “Un’edizione importante – sottolinea Nello Alessi – caratterizzata dalla grande novità di quest’anno di non dare il programma di sala di ogni concerto, e questo ha permesso ad ogni artista di raccontarsi attraverso la sua musica. Due esibizioni a sera quest’anno, un’altra novità, che ha riscosso successo. E adesso pensiamo già alla prossima edizione”. Uno sguardo, quindi, al futuro, partendo dai risultati di questa edizione. E domani sera la serata conclusiva sarà caratterizzata dal concerto di Matteo Mela, chitarrista italiano tra i più attivi sulla scena internazionale, che punta alla ricerca e alla scoperta anche della musica contemporanea. Il concerto vedrà anche la partecipazione di Nello Alessi e Drew Henderson. 

La settimana di concerti è stata caratterizzata dall’apertura con “100 chitarre per Noto” direttore Vito Nicola Paradiso e solisti Alfredo Durso e Simone Alessi, concerto con l’esibizione di musicisti esperti e giovani al loro debutto, che si è svolto davanti la scalinata della cattedrale. Tra le altre esibizioni anche quella di Adriano Del Sal, Vincenzo Zecca e il duo di chitarra Alessi – Cafagna, il duo di chitarre Camelia – Tornello, Francesco Scelzo. Stasera spazio a Francesco Emmanuele e Aldo Popolano, Drew Henderson. Durante questi giorni c’è stato anche spazio per la formazione con le masterclass per i giovani musicisti. Appuntamento, quindi, a stasera e a domani sera alle 21,15 a palazzo Nicolaci.


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Ragusa, 16 luglio 2018 – Nei files allegati il programma di Cinestate 2018 (27ª edizione), la serie di film che saranno proiettati, a cura del Cinema Golden, al Cine-Arena-Teatro “Giardino d’Estate”, a Casuzze in Piazza Favorita, dal 20 luglio al 2 settembre 2018.


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Ragusa, 8 maggio 2018 – Patrocinio gratuito per la proiezione, da parte di  Soroptmist  club Ragusa e Vittoria per il film  “Pertini-Il combattente” in programmazione al Cinema Lumiére di via Archimede. 

Presenti lunedì in sala  per la proiezione del film la presidente del club di Ragusa  Antonella Rollo e le socie.  L’idea del patrocinio gratuito per la proiezione viene sia dalla presidente che da Carlotta Schininà, socia del club  di Ragusa e socia di produzione del film che è prodotto da Gloria Giorgianni per ANELE.  

Il film è stato realizzato da Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo  dal cui libro è tratta questa pellicola.  Ricordiamo che per ANELE, il regista Graziano Diana, che collabora abitualmente con Simona Izzo e Ricky Tognazzi,  ha scritto anche le sceneggiature sul docu-film su Vittorio Accorsi e Piersanti Mattarella, per il ciclo “Nel nome del popolo italiano”.  Inizialmente Diana e De Cataldo in collaborazione con Mario Almerighi, presidente dell’Associazione Pertini e magistrato, volevano fare una mini fiction di due puntate per la TV. 

L’idea non si concretizzò mai per la scomparsa di Almerighi.  Riprendere l’argomento è stata la prerogativa di questo film in cui lo stesso magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo funge da narratore, nonché da intervistatore delle varie figure politiche e non che hanno avuto un ricordo indelebile del presidente Sandro Pertini. Il film è corredato da documenti originali e da animazioni. 

La prima domanda che De Cataldo si è posto nel suo libro è come raccontare la figura di Sandro Pertini, uomo che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni del ‘900 italiano. E rispondere a  questa e ad altre domande è la sua sfida principale. Tra i suoi quesiti c’è anche quella di come cercare di spiegare la vita di un uomo così grande e popolare a suo figlio tredicenne. E l’obbiettivo del film e della casa di produzione ANELE,  è proprio quello di parlare ai giovani, raccontare loro quest’uomo nella sua  grandezza attraverso una raccolta di testimonianze, di documenti fornite dall’istituto Luce e anche delle figure animate,  usando un linguaggio POP, così come lo è stato Pertini del resto, uomo frizzante che si è avvicinato al popolo più di qualunque altro politico. 

La colonna sonora del film è di Pasquale Catalano ma durante il film non mancano brani di artisti di generi diversi  nelle cui strofe viene nominato  il presidente Pertini. Tra questi i noti  Toto Cutugno, Antonello Venditti,  Raphael Gualazzi ed altri ancora.  Il film è stato preceduto dal saluto della presidente del Soroptmist club di Ragusa Antonella Rollo e dall’intervento di Carlotta Schininà per ANELE. 

Presenti in sala alcune socie del club di Vittoria tra Antonella Giardina, giornalista e critica cinematografica. Un grande applauso finale da parte del pubblico in sala  ha suggellato la fine della proiezione.

 

Giovannella Galliano


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Scicli, 17 marzo 2019 – Si scaldano i motori della 19esima edizione del Raid Fiat 500 Città di Scicli organizzato dal "Gruppo 500 dei Tre Colli Scicli."

L’evento, divenuto maggiorenne lo scorso anno, è molto atteso da tantissimi club di tutta la Sicilia.

Anche quest'anno la manifestazione si svolgerà la seconda domenica di Maggio, in occasione della Festa della Mamma, il 12 Maggio. Non mancheranno le iniziative in ricordo di Leuccio Avola scomparso prematuramente a causa di un incidente sulla strada, il Raid Fiat 500 a lui è dedicato.

Nel corso degli anni gli organizzatori, assieme ai genitori di Leuccio Avola, hanno pensato per gli ospiti arrivati da ogni dove con le mitiche Fiat 500, ma anche per cittadini e turisti presenti in città, di organizzare anche eventi di intrattenimento e giochi in Piazza. 

Gli organizzatori suggeriscono ai Gruppi e Club legati alla Fiat 500 sono avvisati di non prendete impegni per giorno 12 Maggio: tutti a Scicli!

A breve il Gruppo 500 dei Tre Colli Scicli renderà noto il programma.


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Domenica 25 novembre sono stati convocati a Piazza Armerina le giovani atlete, classe 2004-2005, selezionate dal Centro Tecnico Federale Regionale per formare la rappresentativa regionale femminile

 

Scicli, 26 novembre 2018 – L’atleta della Ciavorella Marianna Miccichè è stata selezionata per la preparazione tecnico atletica delle giovani leve (classe 2004-2005) che andranno a formare la rappresentativa regionale femminile.

L’allenamento si è tenuto al Pala Ferraro di Piazza Armerina sotto la coordinazione del Referente tecnico territoriale unico per la Sicilia Ninni Gebbia e dei tecnici federali Lilia Malaja e Maurizio Giordano.

Viva è stata la soddisfazione espressa dai tecnici della società sciclitana Santo ed Alberto Carestia per la scelta effettuata dal Referente Tecnico Territoriale che in più di una occasione ha posto l’attenzione al vivaio giovanile societario sia maschile che femminile.

Sono diversi anni infatti che la società ha avuto giovani talenti del vivaio scelti a far parte dei selezionati per le rappresentative regionali o provinciali.

Questa attenzione verso il vivaio societario rappresenta motivo di soddisfazione per lo staff tecnico e per i programmi didattico formativi che la società annualmente approva.

Negli ultimi tempi questa attenzione si è avuta anche da parte di qualificati tecnici societari di importanti club provinciali e regionali.

La giovane atleta Marianna Miccichè, nel febbraio di quest’anno, è stata chiamata a far parte del progetto “Azzurro 2018”.

 

Giuseppe Carestia


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Scicli, 7 marzo 2019 – Scicli è un luogo magico, dove la vita delle persone è scandita da tradizioni ancestrali che affondano le loro radici da secoli nelle coscienze di ognuno. La primavera è una stagione speciale per la città, intrisa di colori filtrati da una luce piena e calda, ed esplode nel suo primo fine settimana, colorato e profumato dalla Cavalcata di San Giuseppe: la celebre infiorata a cavallo che quest'anno cade il 23 e 24 marzo.

Nei festeggiamenti in onore del Patriarca (così viene chiamato il Santo a Scicli), tutta la città è invasa dall'odore di violacciocche, i fiori dei quali sono composti i meravigliosi manti dei cavalli in sfilata lungo le vie alla luce dei falò, con il suono incessante dei campanacci a fare da corredo sonoro insieme alle urla dei bardatori e dei devoti che incitano San Giuseppe: il grido «Patrià, Patrià, Patriaaarcaaa!» è profondo e forte, in grado di emozionare sempre gli sciclitani e gli spettatori mentre si aprono in due per far passare la Sacra Famiglia in fuga verso da Re Erode verso l'Egitto.

Se vuoi anche tu immergerti in questo mondo senza tempo e circondarti dei profumi di Scicli, prenota il tuo soggiorno non convenzionale in Scicli Albergo Diffuso in camere uniche con colazione tipica inclusa: vivrai la Scicli più vera, sentendoti un vero devoto del Patriarca e uno sciclitano a tutti gli effetti.


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Unione Europea e trattati: a Ragusa al via il primo ciclo di seminari informativo-formativi 

 

Ragusa, 4 febbraio 2019 – La Sezione iblea del Movimento Federalista Europeo, nell’ambito delle iniziative aventi come obiettivo, tra gli altri, quello di portare al centro dell’azione di tutte le forze europeiste l’importanza e il significato della battaglia per la riforma dell’Europa a partire dall’Eurozona, ha promosso una serie di seminari informativo-formativi sui trattati dell’Unione Europea.

Gli incontri sono resi possibili grazie al patrocinio del Comune di Ragusa, Banca Agricola Popolare di Ragusa, Centro Studi F. Rossitto, Camera di Commercio di Catania-Siracusa-Ragusa, Centro di Documentazione Europea presso l’Università di Catania.

In rete con: Struttura Didattica Speciale di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Catania, sede di Ragusa, Ufficio Scolastico Regionale – A.T. Ragusa, Istituto d’Istruzione Superiore G.B. Vico – Umberto I - R. Gagliardi, Liceo Scientifico E. Fermi, Istituto Tecnico Commerciale Fabio Besta, Istituto d’Istruzione Superiore Galilei - Campailla di Modica. 

Gli incontri formativi, suddivisi in due cicli, hanno inizio il prossimo venerdì 8 febbraio con il seguente programma:

ore 16.30, Auditorium Centro Direzionale Zona artigianale Contrada Mugno di via on.le Corrado Di Quattro; presiede il prof. Luciano Nicastro, presidente Sezione Iblea del Movimento Federalista Europeo.

Apertura dei lavori: saluto del Sindaco di Ragusa, avv. Giuseppe Cassì, e intervento della dott.ssa Giovanna Licitra, Vicesindaco-Assessore allo sviluppo economico e finanziamenti europei del Comune di Ragusa.

Relazione del prof. Antonio Barone – Ordinario di Diritto Amministrativo, Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania - sul tema: “Diritto e Democrazia nell’Unione Europea”. 

In favore degli studenti degli istituti di Istruzione Superiore è previsto il rilascio dell’attestazione per crediti formativi.

Giuseppe Nativo

 

 


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Ragusa, 18 gennaio 2019 – Il cinema Lumière compie 15 anni. Tanti sono gli anni trascorsi da quando è stato inaugurato il 18 gennaio del 2004 con la rassegna Girando le pagine ideata e diretta da Sebastiano Gesù, storico del cinema, recentemente scomparso. Tra gli ospiti all’inaugurazione, i registi: Emidio Greco, Pasquale Scimeca, Francesco Maselli, Alberto Rondalli; le attrici Donatella Finocchiaro, Tiziana Lodato.

Nel corso degli anni il Lumière ha ospitato la rassegna Andate e Ritorni, Cinema e migranti, diverse edizioni del Costa iblea Film festival diretto da Vito Zagarrio, che ha visto a Ragusa la presenza di personaggi che hanno fatto la storia del cinema italiano come Ettore Scola, Dario Argento, Liliana Cavani e Gianni Amelio e ha visto mostre di pittura a cura del gallerista Salvatore Schembari, presentazione di libri, concerti e spettacoli teatrali.

Hanno, inoltre, calcato il palco del cinema artisti del calibro di Franco Battiato, Luca Zingaretti, Sabina Guzzanti, Veronica Pivetti e tanti altri attori e registi che hanno reso il Lumiere fulcro dell'offerta culturale della città di Ragusa.

La programmazione cinematografica ha sempre privilegiato la qualità attraverso la proposta di proiezioni d'essai. Spesso e volentieri è stata ospitata la proiezione di opere prime, locali e non, ed è stata data voce a richieste di spazi per prestigiosi incontri di vario tipo.

La direzione del Lumière ha organizzato il cineforum "I mercoledì da leoni" e da diversi anni collabora con il cineclub Fitzcarraldo per l'ormai consueta rassegna di cinema d'essai "Appuntamento al buio" e con l’ufficio diocesano per la cultura per la realizzazione di rassegne cinematografiche.

La direzione e lo staff ringraziano gli affezionati cinefili che hanno permesso con la loro presenza e il loro affettuoso sostegno di poter offrire alla città un cinema di qualità nell’unica sala rimasta nel centro storico di Ragusa.

 

La direzione del cinema Lumière

 

 


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Scicli, 7 gennaio 2019 – L’Italia e il Giappone sono divisi da più di diecimila chilometri e, all'apparenza, sembrano mondi lontani, diversi. 

La distanza, però, non amplifica le differenze ma sottolinea le similitudini tra due nazioni dalle civiltà e tradizioni millenarie, città d'arte e territori tormentati ma di una bellezza incredibile fatta di mare, montagne, vulcani.

Da questi spunti parte il progetto Hasekura, coordinato da Renata Piazza, esperta di turismo sostenibile e innovazione sociale, siracusana, residente in Giappone, che da anni collabora con la nuova generazione di imprenditori nipponici decisi a creare, dopo lo tsunami causa nel 2011 della distruzione della costa orientale del paese e della crisi nucleare di Fukushima, modelli di vita e fonti di reddito alternativi ai modelli già consolidati. 

Per il secondo anno consecutivo, quindi, un altro gruppo di imprenditori del Sol Levante tornerà a Scicli per una due giorni, dal 9 al 11 gennaio, per studiare e confrontarsi con una delle migliori realtà ricettive siciliane, Scicli Albergo Diffuso. 

I viaggiatori giapponesi, infatti, non solo saranno ospiti nelle camere di Scicli Albergo Diffuso ma potranno conoscere appieno, sperimentandola in prima persona, l'esperienza del vivere sciclitano, tra cene tipiche e visite guidate alla scoperta delle bellezze della cittadina barocca; non mancheranno, naturalmente, i momenti del confronto e della scoperta del modello di albergo diffuso che tanto ha affascinato il Giappone: dalla nascita, sei anni e mezzo fa, all'ideazione di quello che è un vero e proprio sistema di accoglienza territoriale, Sicilia Ospitalità Diffusa.

L'appuntamento è un nuovo attestato di stima per il lavoro svolto da Ezio Occhipinti e dal suo staff, Vincenzo Burragato, Sara Carbone ed Eva Speranza, grazie ai quali Scicli Albergo Diffuso è diventato un punto di riferimento nell'etica dell'accoglienza e della valorizzazione di tutti gli aspetti della cittadina iblea: dalla cura degli immobili storici alla scoperta di esperienze uniche tese a valorizzare un territorio meraviglioso, diventato riferimento nel campo dell'ospitalità anche a diecimila chilometri di distanza.

 

v. b.


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Scicli, 28 dicembre 2018 – Tempo di Natale e di presepi: a Scicli più che mai con la tradizionale Via dei Presepi, l’immaginario cammino capace di unire tutti i presepi, delle parrocchie e privati, composti in occasione delle feste natalizie. 

Il 29 dicembre e il 2 gennaio, però, la Via dei Presepi si arricchirà dei ciceroni di Tanit Scicli, le guide dell’associazione culturale sciclitana accompagneranno, infatti, i viaggiatori e gli sciclitani alla scoperta della più vera tradizione natalizia, con raduno entrambi i giorni alle 16.30 di fronte il Museo dell’Antica Farmacia Cartia.

Un percorso magico quello di Tanit, tra le viuzze medievali e le cave della cittadina iblea, vissuta all’imbrunire, raccontata sotto le luci di Natale, per accarezzare appieno la magica atmosfera della festa più suggestiva dell’anno, tra pastori di terracotta e gli effetti scenici più elaborati, fino ad ammirare la straordinaria bellezza del presepe di San Bartolomeo, gioiello tra i gioielli della nostra città.

 

Per informazioni e prenotazioni, chiamare o scrivere all’Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


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Scicli, 15 dicembre 2018 – Imparare l'italiano a Scicli, nella terra del Commissario Montalbano, soggiornando nelle stanze dei palazzi nobiliari ottocenteschi di Scicli Albergo Diffuso è diventata abitudine gradita per i britannici che decidono di approfondire la nostra lingua in patria per poi svolgere qui il loro viaggio studio.

Tutto ciò sta accadendo anche grazie ad un programma di destagionalizzazione messo in atto insieme ad altre realtà siciliane. 

Dopo aver ospitato a settembre studenti scozzesi, un altro gruppo di inglesi, in questi giorni, è arrivato a Scicli per praticare l'italiano tra le vie barocche del centro storico ma anche delle vicine Modica, Ragusa e Noto. Le lezioni si svolgono giornalmente presso le sale del Millennium, dove si trova anche la reception di Scicli Albergo Diffuso e culmineranno con il reading di poesia previsto al Circolo Culturale Vitaliano Brancati, domenica prossima. Naturalmente non mancheranno visite guidate e attività alla scoperta delle eccellenze del nostro territorio.

Una bella soddisfazione per la città e per l’Albergo Diffuso che guarda già al prossimo gruppo che arriverà a gennaio, questa volta dal Giappone: prosegue infatti l'interesse di viaggiatori e operatori del turismo nipponico, di ritorno a Scicli per una due giorni alla scoperta della nostra città, dopo il fruttuoso scambio culturale dello scorso anno (al quale parteciparono anche operatori cambogiani), desiderosi di esportare il modello dell'ospitalità diffusa nel paese del Sol levante, divenuto ormai riferimento ben fuori dai confini di Scicli.

 

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Tutte le attività osserveranno un minuto di silenzio in occasione della cerimonia funebre civile

 

Scicli, 8 ottobre 2018 – Il sindaco di Scicli, Enzo Giannone, ha proclamato il lutto cittadino per martedì 9 ottobre 2018, in seguito alla scomparsa di Piero Guccione. 

Domani saranno esposte le bandiere a mezz’asta nelle sedi comunali e in tutti gli uffici pubblici del territorio di Scicli. 

Un minuto di silenzio sarà osservato da tutte le attività cittadine in concomitanza con la cerimonia funebre civile, che si terrà in piazza Municipio alle 18, con l’allocuzione del sindaco di Scicli. 


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Scicli, 7 ottobre 2018 – Piero Guccione è stato molto più di un pittore di fama mondiale. Per Scicli ha rappresentato la figura dell’intellettuale impegnato nel civile, in maniera concreta e fattiva.

Il sindaco Enzo Giannone e l’amministrazione comunale esprimono il proprio cordoglio per la scomparsa del pittore che diede vita al “Gruppo di Scicli”, ricordando le doti di personaggio del mondo della cultura che ha contribuito, con la propria generosità, a finanziare campagne per la pulizia del territorio, contro il randagismo, per sostenere l’editoria locale e l’edizione di libri, che senza Piero Guccione non sarebbero mai nati. 

Piero Guccione fu anche, in una felice quanto breve stagione della Politica a Scicli, assessore alla cultura della giunta presieduta dal preside Pino Lonatica. In quella amministrazione era presente, nella veste di giovane assessore, l’attuale sindaco di Scicli. 

Piero Guccione ha legato il suo nome a Scicli in maniera non scindibile, dando testimonianza di amore per la propria terra, e per le proprie radici.

Dire Guccione, nel mondo, ha significato dire Scicli, e questo ha portato lustro, prestigio, fama alla città di suo padre, umile sarto che insegnò a Piero l’arte del disegno. 

Il Comune ha deciso di destinare l’ex Convento del Carmine a sede della nascitura Fondazione per ricordare l’opera del maestro. 

 

L’amministrazione comunale allestirà la camera ardente per l’ultimo saluto a Piero Guccione a palazzo Spadaro, martedì 0 ottobre, dalle 9 alle 18. Al termine, in via Mormina Penna, si terrà un rito funebre civile con l’allocuzione del primo cittadino. 


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Scicli, 17 Luglio 2018 – Torna l’estate e sale in voi la voglia di stare all’aria aperta, scoprire nuovi luoghi e conoscere persone? I venerdì con Tanit sono la giusta ricetta. 

Dal 20 luglio al 7 settembre, infatti, l’associazione culturale sciclitana vi porterà lungo percorsi storici, culturali e naturalistici unici a Scicli, per farvi così assaporare la vera essenza della cittadina barocca iblea.

Si comincia il 20 luglio con una delle passeggiate classiche di Tanit, quella dedicata alle chiese rupestri di Scicli, scrigni nascosti intrisi di misticismo e fede popolare, dove è ancora palpabile la sacralità di una fede antica. Passeggiata poi che si replicherà il 13 agosto, essendo anche un Cammino Sacro inserito nel calendario di Vie Sacre Sicilia.

Seconda tappa, il 27 luglio, alla scoperta degli antichi quartieri di San Giuseppe e dell’Altobello, con le loro ripide scalinate che si aprono su paesaggi meravigliosi, tra la chiesa settecentesca di San Giuseppe e una visita nella bellissima e suggestiva chiesa del Calvario a metà del colle di San Marco. 

Novità è la passeggiata del 3 agosto, dove si esplorerà il Colle San Matteo, sul quale sorge l’omonima chiesa, simbolo di Scicli. Si andrà alla scoperta delle origini della città, percorrendo gli antichi sentieri della Scicli preterremoto, visitando le chiese che costellano il colle, godendo, infine, della vista mozzafiato sulla città stessa.

Il 24 agosto sarà la volta del quartiere di San Bartolomeo. La passeggiata inizia da via Castellana e porta alla scoperta dei luoghi nascosti dell’antico quartiere di San Bartolomeo, percorrendo le stradine medievali tra i colli di San Matteo e San Marco, dalle quali emergono la meravigliosa chiesa di San Bartolomeo e quella rupestre di Piedigrotta, passando poi sotto il quartiere trogloditico di Chiafura, per arrivare alla torre medievale in Via Loreto.

Il 31 agosto si vestirà, invece, d’avventura tra il convento di Sant’Antonino e la Scala del Padre Eterno: una novità delle passeggiate di Tanit, un percorso storico e naturalistico allo stesso tempo, un trekking che porta alla scoperta del bellissimo convento di Sant’Antonino e della sua storia, salendo poi alla Scala del Padre Eterno, passando tra scale scavate nella roccia, chiese rupestri dimenticate e tombe di epoca castellucciana, fino al punto panoramico dove si ammira una vista mozzafiato su Scicli. 

Gli appuntamenti si concludono il 7 settembre con la passeggiata lungo la cava di Santa Maria la Nova, quartiere mariano per antonomasia, ricco di tesori architettonici e di luoghi del folklore sciclitano. Questo percorso ci porta alla scoperta delle chiese di Santa Maria della Consolazione e del Santuario di Santa Maria la Nova, costeggiando anche il convento domenicano dedicato alla Madonna del Rosario e finendo con l’Eremo di San Guglielmo Cuffitella, luogo di particolare fascino, e la Grotta delle Cento Scale.

Per informazioni e prenotazioni, chiamare o scrivere all’Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


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Ragusa, 7 Novembre 2018 – Nonostante il periodo che vede la disoccupazione al 10.1% (dati aggiornati al 31 ottobre 2018), in crescita rispetto alle stime, per i croupiers in Sicilia ci sono molte richieste e poche candidature.

Due giovani croupiers, Enrica Zuccarello e Andrea Zancla,  dopo aver sperimentato che  sulle navi crociera e nei più rinomati Casinò europei  la grande opportunità di lavoro, da qualche anno sono titolari della “Chilton Scuola Croupier” di Catania.

Sono anche ex allievi della Chilton. Enrica ha frequentato la scuola nel 2007 ed è partita sulle navi Costa Crociere, Andrea ha iniziato nel 2008 e dopo un anno nel casino di Malta (Dragonara) si è imbarcato sulle navi insieme alla sua collega. Nel 2012 hanno deciso di aprire la sede della scuola Chilton a Catania, nella quale, oltre ad essere i gestori, sono anche insegnanti delle tecniche di gioco.  Quest’anno sono 100 le richieste di personale qualificato da parte di importanti compagnie ma al momento in Sicilia le figure istruite non sono sufficienti a coprire la richiesta. Per questo motivo hanno deciso di riaprire le selezioni per trovare nuovi aspiranti croupiers a Catania il prossimo 24 Novembre. Enrica e Andrea ci spiegano come in un momento di crisi del lavoro questa è una grande opportunità per tantissimi giovani in cerca di occupazione.

«Sono richiesti 100 ragazzi/e per lavorare in Inghilterra, Malta o sulle navi MSC e Costa Crociere, – dice Enrica Zuccarello –. La richiesta di croupiers, infatti, è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni e in questi mesi ha subito un'ulteriore impennata. Questi ragazzi avranno l’opportunità di lavorare in prestigiosi casinò a terra o a bordo di navi da crociera. Le destinazioni sono le più disparate: Cuba, Messico, Canarie, Caraibi, Sud Africa, Asia, Nord Europa sono solo alcune delle mete toccate dalle prestigiose compagnie di crociera».

 

Come mai questa grande richiesta di personale e quali sono i requisiti per poter lavorare?

La figura del croupier è fondamentale all'interno dei casinò di terra o in nave – spiega Andrea Zancla – si occupa di accettare le scommesse dei giocatori, servire al tavolo da gioco, controllare la liceità delle puntate e pagare le vincite. È un lavoro a contatto col cliente, che permette di guadagnare cospicue mance, alle volte superiori allo stipendio stesso. Requisito essenziale è la conoscenza base dell'inglese, che può essere acquisita anche da noi con insegnanti madrelingua (altre lingue sono alquanto gradite) e l'attitudine adatta al contatto col cliente. È un lavoro dinamico che da anche la possibilità di girare il mondo: un impiego che permette di viaggiare e divertirsi. Gli stipendi base di un croupier si aggirano intorno ai 1400 euro di media al mese.

Attualmente le numerose richieste di occupazione non sono supportate dalle candidature. Cosa avete deciso di fare per far si che la vostra esperienza possa essere di aiuto per tanti giovani in cerca di lavoro?

 Io ed Andrea – continua Enrica – abbiamo aperto questa scuola e  molti ragazzi hanno creduto in noi e in questa nuova opportunità lavorativa. Oggi abbiamo deciso di far sapere ai giovani siciliani che tutti possono letteralmente mettersi in gioco in un contesto internazionale per avere la possibilità di iniziare un'esperienza unica nel suo genere. Entro Natale sono richiesti 100 casinò dealers per casinò inglesi, maltesi ed in nave. Arrivano richieste anche dalla Svizzera. Tuttavia, essendo la richiesta superiore all'offerta, la Chilton Scuola Croupier, con sedi storiche a Palermo e Catania, ha deciso di far fronte alle numerose richieste aprendo recentemente una nuova sede a Reggio Calabria. Inoltre, la Chilton Scuola Croupier di Catania, ha organizzato una sessione straordinaria di selezioni: giorno 24 novembre 2018. I candidati potranno, previa presentazione del curriculum vitae tramite mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., sostenere un colloquio selettivo ed accedere ad una settimana di corso totalmente gratuita. Inoltre, il 2019 sembra essere l'anno di vero e proprio boom per la figura del croupier: si prevedono assunzioni in costante aumento e una richiesta di casinò dealer che non ha precedenti.

 

Questa sembra essere una bella sferzata delle aziende estere che decidono di investire sui ragazzi siciliani superando l'idea dell'italiano choosye demotivato. Sembra proprio che il futuro dei siciliani possa risiedere in aziende estere che riconoscono nei ragazzi siculi una figura vincente nel lavoro a stretto contatto col pubblico.

Giovannella Galliano


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Da parte di tutti noi di Ondaiblea giungano a voi tutti e ai vostri cari sentiti auguri di Buon Natale, buone feste e felicissimo anno nuovo, in vista del 2019.

Grazie perché ci seguite sempre e condividete i nostri articoli!

Possano realizzarsi i vostri e i nostri sogni, per una società migliore e più giusta.

 

Merry Christmas, Joyeux Noël, Buon Natale, Happy New Year, Bonne Année, Buon Anno

с рождеством Христовым - с Новым годом


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Un brano evergreen del bravissimo Lucio Dalla recita “L’anno che verrà” portando con sé non poche riflessioni.

L’anno volge a termine e già si preannuncia il nuovo, e così via. Ogni volta, dunque, riflettiamo su quello che “sarà” o “potrebbe essere” l’anno nuovo che, come un bimbo ai primi passi, barcolla e incede con quella incertezza di chi è ancora alle prime armi.

Ci incontriamo per strada, dal parrucchiere, al bar, in ufficio, al market, in treno, in bus, in sala d’attesa dal dentista, ma l’augurio è sempre quello. Ci rinnoviamo non solo gli affettuosi saluti ma anche gli auguri di un “sereno fine anno” e un “buon inizio”. Ecco, buon inizio! L’inizio sarà senz’altro foriero di buoni propositi (ad esempio dieta, sport). Ma saranno davvero rispettati? Sicuramente è meglio non fare previsioni e affidarci a ciò che ci presenta l’immediatezza della giornata. Magari ci alzeremo scontenti per i problemi dell’indomani che, tra l’altro, è pure lavorativo. Saremo imbronciati perché abbiamo la nostra auto un po' vecchiotta. I pensieri si affastelleranno su come pagare la bolletta del gas e quella della luce. Non troveremo parcheggio perché c’è sempre qualcuno che ci precede. Dal fruttivendolo ci sarà sempre qualcuno, anche nel nuovo anno, che salterà la fila dicendo di aver fretta perché altrimenti perde il bus che passa nei prossimi minuti. Il cellulare squilla perché il capo ufficio chiede spiegazioni del nostro ritardo. I ragazzi a scuola guardano sempre il loro smartwatch che scandisce il tempo sognando l’ora dell’uscita perché devono condividere sui social il video riguardante l’ennesimo tatuaggio sul collo.

Tutto ciò è l’anno che verrà. E’ nuovo perché apparentemente è diverso. Noi saremo più maturi (forse) e avremo un anno in più. Allora quale sarà la novità? La novità l’abbiamo ogni giorno senza che ce ne accorgiamo. In che senso? Appena ci alziamo respiriamo aria nuova, apriamo la finestra e osserviamo la natura, il sole, le nuvole e, soprattutto, abbracciamo le persone che amiamo e che ci amano. Questa è la novità quotidiana che è sempre sotto i nostri occhi ma che, molto spesso (anzi quasi sempre), non riusciamo a coglierne l’essenza con il sorriso di chi ama la vita anche se questa ogni giorno ci riserva molte sorprese a volte spiacevoli.

A proposito di quest’ultime qualche giorno fa ho chiesto ad un ragazzo di colore, che svolge la sua attività nei pressi di un grande supermercato, come riesca ad affrontare la sua precaria quotidianità. Mi ha risposto con un emozionante sorriso. Questa è una lezione di vita che cercherò di non dimenticare per affrontare l’anno nuovo.

 

Giuseppe Nativo


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Ragusa, 29 aprile 2018 – Nei primi anni di questo secolo ho conosciuto un signore molto distinto, dai modi molto signorili, quasi ottocenteschi, modicano ma trapiantato nell’Urbe per motivi professionali, e con alle spalle oltre settanta primavere. Nonostante il divario notevole di età, abbiamo stretto un’affettuosa e sincera amicizia che prosegue, ormai, da quasi tre lustri (oggi è ultranovantenne). Quando lo sento telefonicamente, per le feste comandate, con ironia esordisce dicendo “Ci siamo ancora!”. 

Vorrei mutuare questo suo modo di dire anche per il nostro sito web Ondaiblea.it. Non tanto per la locuzione “Ci siamo”, che di questi tempi è già molto, quanto per l’avverbio di tempo “ancora”. 

Proprio da qui vorrei partire, ovvero dal significato di “ancora” che, anche nel nostro caso, vuole indicare la persistenza di un’azione durativa nel tempo.

Fra alcune settimane (a luglio prossimo) la Redazione, lo staff e, soprattutto, il nostro sito on line www.ondaiblea.it (l’erede di “Scicli on the web” degli anni ’90) andrà a soffiare sulle dieci candeline che virtualmente inseriremo nel nostro cuore, nella nostra mente, nel nostro intimo. Potremmo dire di essere cresciuti, in un certo qual modo, insieme. Abbiamo attraversato insieme una piccola, ma significativa, porzione del nostro tempo.

Nel 2008 ancora non facevo parte della “piccola-grande” famiglia di Ondaiblea.it, ma già ne sentivo gli echi. Ricordo, come se fosse ieri, la grande accoglienza (ma anche affetto) con cui mi accolsero Salvo Micciché (direttore editoriale e instancabile anima operativa) e Marco Iannizzotto (firma storica di Ondaiblea.it). Con loro è sorta una grande amicizia, sincera e duratura, che, tra l’altro, è ancora palpabile e profuma di fresco come il primo giorno! Con il direttore Carmelo Riccotti La Rocca ci conoscevamo per la mia collaborazione giornalistica prestata quando lui era il responsabile di altra testata. Nel corso di questi anni si sono aggiunte non poche collaborazioni che ci hanno arricchito su diversi fronti, non ultimo quello umano. In questi due lustri abbiamo navigato nelle “turbolente” e “tormentate” acque del web sotto l’egida di Salvo Micciché che ha tenuto le fila con quella che, idealmente, potremmo definire “forza erculea”.

La rete oggi comporta, innanzi tutto, numerose competenze per districarsi nell’ormai complicato campo dell’editoria on line. Il settore giornalistico, a volte, dà l’impressione di essere un campo minato. Le cosiddette “fake news” sono sempre in agguato. Le metodologie di fare giornalismo sembrano apparire in forme diverse rispetto al passato. Tutto sembra correre in maniera sfrenata e, talora, si perde anche il “gusto” della notizia. Oggi non basta essere “i primi” a pubblicare un contributo. Ciò perché emerge l’indifferibile necessità di un approfondimento della notizia stessa. Si è alla ricerca di un quid che possa interessare il lettore, ormai smaliziato e bombardato da notizie flash “usa e getta”. Da qui la nostra esigenza di distinguerci non solo per il doveroso principio di fornire la “giusta” informazione ma anche per il “come” questa viene data ai lettori. Gestire un sito on line come il nostro Ondaiblea.it non è facile e, su tale tematica, il nostro direttore editoriale (Salvo Micciché) potrebbe sicuramente scrivere diversi volumi al riguardo.

In aggiunta alle varie problematiche ci sono anche quelle di natura commerciale, purtroppo sempre più pressanti e che, non di rado, si riflettono anche sulle future sorti di una pubblicazione on line la quale – come le altre, del resto – risente dell’attuale congiuntura.

Ciononostante cerchiamo di dare il meglio di noi scendendo in campo ogni giorno e cercando di cogliere – ove possibile – il lato positivo delle molteplici problematiche.

Concludo questo mio modesto intervento non senza ringraziare coloro i quali quotidianamente ci incoraggiano ad andare avanti con la loro sempre gradita e preziosa collaborazione giornalistica (il pensiero va, ad esempio, alla bravissima collega Giovannella Galliano, ma anche – ovviamente – a tutti gli altri che non elenco – e me ne scuso – per evitare di dimenticarne qualcuno).

 

Quando la nostra testata giornalistica compirà il decimo compleanno, in libreria dovrebbe essere già presente (per i tipi di un rinomato editore romano) l’ennesima pubblicazione a stampa dell’ultima fatica storico-archeologica che porta le stimate firme di Salvo Micciché e Stefania Fornaro.

 

Ah! … Dimenticavo di augurare a Voi tutti una buona lettura!

 

Giuseppe Nativo


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