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La scrittrice Marinella Tumino: “Una esperienza toccante da condividere con i miei studenti” 

 

La prima volta che varcai il cancello, sentii per diversi minuti solo il calpestio dei miei passi che rompevano il silenzio di un luogo che profuma di storia e narra storie ed eventi che in nessuna pagina di testi scolastici è possibile ritrovare.

Inizia così l’esperienza emozionale della scrittrice Marinella Tumino a Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza. Proprio lì, in quella zona, il 20 giugno 1940 inizia la storia sconosciuta a molti ma la cui eco penetra in molti cuori.

Il 10 giugno l’annuncio della dichiarazione di guerra da parte di Mussolini. Sono gli anni in cui sono coinvolti quasi tutti i paesi del mondo, combattuto dal 1939 al 1945. I principali contendenti sono Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica da una parte, Germania, Italia e Giappone dall’altra. Si tratta di una guerra totale sotto diversi aspetti: geografico, perché interessa tutti i continenti; economico, perché costringe i paesi coinvolti a uno sforzo produttivo senza precedenti; ideologico, perché combattuta per ideali radicalmente contrapposti; demografico, perché coinvolge la popolazione civile.

Il 20 giugno, a Ferramonti di Tarsia, nasce uno dei più grandi campi di internamento per ebrei stranieri d'Italia. «È una storia poco conosciuta quella del campo fatto costruire da Mussolini, sul modello di quello di Dachau, ubicato in una zona paludosa», spiega, col fiato in gola, Marinella Tumino. «In quel campo transitano, nei cinque anni e mezzo in cui rimane attivo, circa quattromila cittadini ebrei provenienti da tutta Europa, antifascisti italiani e stranieri, profughi politici. L’Italia è appena entrata in guerra e i cittadini ebrei, anche se appartenenti a nazioni alleate dell'Italia, sono considerati nemici e devono essere arrestati e internati». In quella triste giornata vi giunge un primo piccolo gruppo di ebrei provenienti da Roma. Sono poco di più di 150 persone. Anche se il campo di Ferramonti viene liberato dal Comando Alleato nel settembre del 1943, sono in molti a restare a viverci anche negli anni a seguire. Dal punto di vista cronologico, è il primo campo di concentramento per ebrei ad essere liberato e anche l'ultimo ad essere formalmente chiuso l’11 dicembre 1945. All'interno del campo la vita non è facile, ma comunque ben lontana da quella cui sono costretti gli ebrei imprigionati nei campi di concentramento tedeschi.

«Per molti, troppi anni, il Campo è stato lasciato in stato di abbandono, vittima dell’incuria. Molte delle 92 baracche (così come buona parte del campo!) furono distrutte per la costruzione dell’autostrada che lo attraversa e solo nel 2004, grazie all’accurato lavoro dello storico Francesco Folino e alla sensibilità delle Istituzioni Pubbliche, fu inaugurato il Museo».

 

Che effetto fa essere a Ferramonti?

«Ritornare a Ferramonti a distanza di pochi mesi dalla precedente visita, è stata un’appassionante e toccante esperienza. Sono stata invitata per la “Settimana della Memoria” per partecipare a un tavolo di lavori e presentare il mio ultimo lavoro, L’urlo del Danubio, Operaincerta Editore, 2018, con tema “Shoah”. E’ stata certamente un’occasione davvero speciale. Ho potuto assistere ad alcune delle iniziative ma sicuramente ad alcuni momenti commoventi che mi hanno lasciato il segno. Ho avuto l’opportunità di conoscere di presenza due ex-internate, Dina Smadar e Eva Rachel Porcilian, nate nel Campo ma dopo la liberazione trasferitesi in Israele. La loro presenza assieme a quella di Yolanda Bentham, figlia dell’ex-internato, David Ropschitz, è un prezioso dono. Tutte e tre incontrano gli studenti e a tutti gli ospiti regalano la loro testimonianza. Commuove ascoltarle perché con la loro umiltà raccontano la vita dei loro genitori che furono reclusi nel Campo, vivendo in condizioni molto dure e, a volte, estreme».

Che aria si respirava al Campo di Ferramonti?

«Il Campo di Ferramonti fu un campo “sui generis” perché era delimitato dal filo spinato, ma ha conosciuto la solidarietà del popolo tarsiano che porgeva agli sfortunati uova, patate e abiti pesanti, ma anche l’umanità del comandante del Campo, Paolo Salvatore. Grazie alla scelta non punitiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile accettabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Fu creata anche una scuola elementare, una biblioteca e spesso proprio lui, Salvatore, portava i bambini fuori dal campo, a Tarsia dove comprava loro il gelato, o li scorrazzava per il campo in motocicletta. Si organizzavano concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia. Molti di loro erano artisti, medici o professionisti stimati, una baracca venne adoperata come laboratorio e impiegata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore. Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Jugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta. Gli internati potevano sposarsi, avere figli, praticare la loro religione. Furono costruite tre Sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar».

Hanno perso la vita parecchie persone?

«Poche persone sono morte ma sempre e solo per malattie o morte naturale, mai per annientamento. Ferramonti, nonostante fame e freddo, fu un luogo di aggregazione e integrazione tra popoli.

Quali emozioni hai provato incontrando le ex-internate?

«È stata un’esperienza davvero toccante. Quando ho stretto loro la mano, mi sono sentita elettrizzare, per di più alloggiavamo nello stesso albergo a Tarsia. Conoscevo le loro storie, le avevo apprese nella precedente visita, ma poterle sfiorare dal vivo è stata un’emozione, a dir poco, stellare. Insieme abbiamo condiviso i vari momenti di attività all’interno del Campo per ricordare una delle pagine più buie e tristi dell’umanità».

Nel Museo del Campo cosa è custodito?

«Si tratta di una struttura in cui sono conservati vari documenti corredati da foto d’epoca e Dina Smadar, una delle ex- internate e grande artista internazionale, contribuisce all’allestimento delle sale documentarie, creando dei quadri con delle foto originali ritoccate».

C’è stato un altro momento toccante?

«Altro momento indimenticabile è stato quello della commemorazione del 27 gennaio, Giornata della Memoria in tutto il mondo, allorquando una Corona è stata deposta davanti al Monumento dedicato agli ex-internati. Mi ha fatto scoppiare il cuore il suono maestoso e potente dello Shofar, corno di montone vuoto; un gesto arcaico ed antico che accompagna le preghiere delle Selichot (del perdono) e che simboleggia il nostro animo di fronte a Dio. Allora, ho socchiuso gli occhi che hanno cominciato a inumidirsi e col nodo alla gola ho chiesto perdono a Dio. La visita al Campo di Ferramonti è stata per me un ulteriore momento di riflessione che, appena rientrata in classe, ho condiviso anche con i miei studenti; riflessioni sulla tolleranza che deve essere tradotta in azioni concrete, sull’indifferenza, che è il male assoluto, la ferita più profonda che un essere umano possa subire. Occorre darsi da fare con un’arma: l’Educazione. Esercitando, praticando l’Educazione possiamo provare a combattere quel trauma che paralizza il flusso della vita, rende freddi, separa. Non è semplice, ma non dobbiamo arrenderci…mai!». 

Giuseppe Nativo

 


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