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Cultura
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I Musulmani iniziarono la conquista dell’Isola con le truppe guidate da Assad Ibn al Furat che, nell’827, sbarcarono a Mazara, ed essa poté dirsi conclusa nel 902 con la conquista di Taormina. Nell’846 fu espugnata Modica e fu occupata l’importante e ricca città di Noto. Ragusa e Scicli si arresero qualche anno dopo[1].

A due secoli dalla conquista, cioè attorno al 1030, s’era formato un popolo con una qualche omogeneità specie nei più grossi centri. Per quanto riguarda il rapporto con i cristiani, tutti di rito greco, la gerarchia ecclesiastica non fu completamente liquidata anche se molti religiosi furono all’inizio massacrati. E si deve al monachesimo basiliano quel tanto di cultura cristiana che rimase nella Sicilia musulmana. Dopo il primo urto, segnato dal sangue e dal saccheggio, la convivenza tra cristiani vinti e musulmani vincitori non fu solitamente turbata da intolleranza religiosa o da persecuzioni: si viveva in una tranquillità relativa anche se l’incubo di una possibile persecuzione non era assente. L’esercizio del culto cristiano era libero, ma veniva proibita ogni forma pubblica di segni (esposizione di croci, suono di campane, processioni) e di propaganda religiosa. Si innalzarono le moschee e i cristiani furono emarginati in ruoli assai modesti, dopo essere stati esclusi dall’accesso al potere politico, a quello militare, alle cariche amministrative di rilievo, salvo che non abiurassero la loro fede. L’Isola rinnovò il suo volto, la cultura, l’assetto territoriale. L’economia migliorò le condizioni. Fu un periodo che ebbe degli alti e bassi, ma offrì certamente grandi vantaggi rispetto all’epoca bizantina. Sorsero all’interno della Sicilia numerosissimi centri, mentre si sviluppavano le città costiere come Palermo, Trapani, Messina con una cultura che aveva le sue sponde di riferimento verso la costa africana mediterranea.

La suddivisione della Sicilia in tre Valli[2] fu una rilevante operazione amministrativa. Il Vallo più esteso, dove la colonizzazione si svolse rapidamente, fu quello di Mazara, situato tra la punta occidentale e la vallata del Salso che ebbe come capitale Mazara e poi Palermo; a sud-est il Vallo di Noto, dove la penetrazione fu più lenta, con capoluogo Noto e poi Catania; infine, il Vallo di Dèmone, in cui la colonizzazione non ebbe alcuna durevole efficacia: era il più piccolo dei tre con capoluogo Messina e comprendeva anche la parte nord del territorio dell’Etna, a ovest Cefalù e a sud il territorio di Troina e di Nicosia. La suddivisione territoriale della Sicilia in Valli restò in vigore fino al dominio borbonico. Fu infatti con i Borboni che nei primi dell’Ottocento si pervenne alla loro abolizione, creando in sostituzione sette Province (Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani e Caltanissetta), amministrate da altrettanti Intendenti e suddivise a loro volta in Circondari o Distretti. Con gli arabi l’agricoltura e il commercio ebbero notevole impulso e fu operato il primo spezzettamento del latifondo, determinando la nascita di piccoli insediamenti rurali. Si diffusero i mulini ad acqua e si perfezionarono i sistemi di raccolta delle acque, regolamentandone l’uso per l’ irrigazione di orti e giardini nonché per la messa in moto  dei mulini. La coltura intensiva cominciò a prevalere sulla pasto­rizia per l’introduzione della coltivazione del cotone, dell’arancio, della canna da zucchero che dopo due secoli si sviluppò a livello industriale per l’aumentata richiesta di mercato. Le “gebbie”, le “conche”, le “senie” favorirono la piantagione degli agrumi. Sorsero i primi gelsi per il baco da seta, le palme lattifere, i pistacchi, i meloni, il sommacco per tingere il papiro, il riso.

L’aspetto più originale della cultura araba nella Sicilia del XII secolo è la poesia, già presente nel carovaniere beduino dove il poeta piangeva le frequenti separazioni che imponeva la vita nomade, lamentando il distacco dalla donna amata. Dell’XI secolo non può non ricordarsi Ibn Hamdis, poeta arabo-siculo dall’indole irrequieta che, nato a Siracusa intorno al 1055, trascorse a Noto l’infanzia e la giovinezza. Morì nel 1133 nell’isola di Maiorca, quando in Sicilia regnava Ruggero II e non dimenticò mai quel “paradiso” della gioventù spensierata, che egli, intorno ai ventiquattro anni, al tempo della penetrazione normanna, abbandonò per non farvi più ritorno. Alcuni sostengono che la sua fuga fu dovuta a un fatto d’amore; altri parlano di un esilio volontario per non volersi piegare agli stranieri invasori da lui chiamati “lupi rapaci”. Diffusissimo l’arabo soprattutto nelle classi sociali inferiori e della presenza araba si ha un riscontro nella toponomastica e nei cognomi. A quanto pare il nome “Donnafugata” deriva dall’espressione araba Ayn as jafât che significa “fonte della salute”. E va detto che Raffaele Solarino nel primo volume dell’opera La Contea di Modica fornisce un elenco dettagliato di casali che si moltiplicarono nel territorio, assumendo il nome arabo. Tra questi ricordiamo “Cutalia” (da Kutum, castello, e Alì, nome allora frequente), a “Mèusa” (da Menzil borgo, o luogo di fermata); contrade più importanti furono “Gulfi”, “Jhalmo” e “Iomiso”. Potremmo aggiungere le parole siciliane: dammusu, cafisu, coffa, saja, babbaluci, tuccena o tucchiena o jittèna a indicare quest’ultima il sedile di pietra presso un cancello o una porta esterna d’una casa di campagna. 

Due secoli e mezzo si protrasse la presenza araba in Sicilia. Quando tra il 1068 e il 1091 i Normanni, popolo di guerrieri, di politici e di uomini di potere, giunsero in Sicilia, ebbero la sagacia politica e l’accortezza di non distruggere ciò che trovarono. Essi non vennero in veste di crociati a imporre la fede, distruggendo ogni cosa, ma da grandi politici. Questo fu il loro merito principale: l‘essersi inseriti nella realtà musulmana dell’isola, dando così vita a quella singolare forma di civiltà che è l’arabo-normanna. Basti pensare a quel monumento straordinario della geografia medioevale che è il Libro di Ruggero, scritto dal musulmano al Idrîsi (Edrisi). Il titolo in italiano è: “Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo”, dove la rappresentazione della Sicilia è perfetta. Ragusa viene toccata brevemente: è ricordato il fiume che sfociando al mare fa un bel porto dove le navi entrano per lasciare e prendere i carichi e vengono evidenzi­ati i mercati in cui affluiva gente da tutti i paesi: «Da Scicli a Ragusa, 13 miglia; questa è nobile terra di antica civiltà e di fondazione primitiva, circondata di fiumi, di riviere, ricca di macine e di mulini, bella di edifici larga di piazze; possiede una ricca pianura con vaste e fertili terre da seminare; sta a 7 miglia dal mare; le scorre a levante il fiume che da lei prende il nome e sfociando al mare fa un bel porto dove le navi entrano per lasciare e prendere i carichi; così avviene che nei mercati di Ragusa affluisca gente da tutti i paesi, da tutte le regioni».

Con gli arabi a Ragusa si sviluppò il paesaggio fluviale del fondovalle (o della “cava”), rafforzando il rapporto uomo-terra. E sorsero casali, e nuove colture (canapa e lino in particolare). I metodi d’irrigazione per l’intera isola sono evidenziati nel “libro dell’agricoltura” dello scrittore arabo-spagnolo Ibn Awwan dell’XI secolo. Con i Normanni – ha scritto Giorgio Flaccavento – sorse la “città murata” con il tempio di San Giorgio, per tradizione non molto distante dal castello sulla cima del colle. Con essa presero l’inclusione e l’esclusione: dentro i “Latini”; fuori i “villani cosentini” che s’insediarono nei quartieri del Raffo (San Paolo), delle Scale (Santa Maria), della cava San Leonardo e quello bizantino di San Basilio. 

 

Federico  Guastella

 

 Note a cura di Salvo Micciché

[1] Sulla presenza di arabi e berberi nel Sudest della Sicilia (Val di Noto), in particolare a Scicli, Modica e Ragusa, cfr. (tra gli altri) il volume Salvo Micciché e Stefania Fornaro, Scicli. Storia, cultura e religione (secc. V-XVI), Carocci Editore, 2018. Ovviamente le opere fondamentali da cui partire rimandano ai pregevoli volumi dell'arabista Michele Amari: Biblioteca arabo-siculaStoria dei Musulmani di Sicilia. Cfr. poi gli studi moderni di Gabrieli, Scerrato e Bausani, in particolare con riguardo all'apporto scientifico e culturale degli arabi in Sicilia e in Italia, cfr. A. Bausani, Il contributo scientifico, in F. Gabrieli, U. Scerrato, Gli Arabi in Italia, Garzanti- Scheiwiller, Milano 1997.

[2] Valli, termine maschile, dall’arabo wâlî (والي‎), distretto, governatorato; non “valle” (plurale di “la valle”) al femminile, come a volte si legge in pubblicazioni non scientifiche.

 

 


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