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Ragusa Ibla (ph ©salvomic / Biancavela Press)

Cultura
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Argomento: Archeologia, Storia
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Il fascino "delle Ibla", nessuna conferma dai dati archeologici, ma forti consonanze lasciano il mistero aperto alla portata degli studiosi.

di Federico Guastella

 

Sulla storia e la geografia “delle Ible” si è soffermato Raffaele Solarino, lo storico della Contea di Modica, le cui minuziose ricerche sono rinvenibili nel primo volume della sua opera “La Contea di Modica. Ricerche storiche”, stampato nel 1885.

Parlando dei Sicani, i primi popoli che occuparono il territorio ragusano, utilizza la notizia fornita da Diodoro per il quale essi adoravano sul monte Erice l’Afrodite: «o sotto altro nome, una divinità con gli attributi di questa “dea”, chiamata “Ibla” da Pausania». Poi si sofferma sull’etimologia del termine. “Hiblis” il primitivo celtico-erso, cui i Greci diedero il significato di “voluttuosamente sorridente, lieta di riso”. Infine, conclude sostenendo l’identità delle due dee: Afrodite e Hybla.

Una medesima radice gli sembrava che accomunasse anche Hybla e Cybele. Seguendo il Bizantino e Cluverio ne contava tre di Ible (la “maggiore”, la “minore” e la “piccola”: una di esse, che sorgeva sui monti Erei (oggi Iblei), doveva essere la sua Ragusa, stando alla maggior parte degli scrittori consultati, tra cui l’Holm.

Non siamo in grado di dire se l’ipotesi possa essere credibile. Trasmigrando da una località all’altra per le nuove immigrazioni, le Ible si sdoppiavano: quante furono? Da chi vennero fondate e dove? Certo è che in Sicilia ve ne furono diverse, ma le controversie sul nome, sull’origine, sul sito, sul numero e su altre questioni sono insolute. E, attratti dal fascino dell’argomento, vorremmo credere alla dea Hybla e alla sua presenza come sede abitativa, dapprima sicana e poi sicula, collocata sul posto della Ragusa Inferiore.

Riprendiamo ora il filo della narrazione, accennando alla presenza dei Sicani, ai quali gli archeologi riconoscono l’uso di armi di ossidiana o di basalto e anche la ceramica decorativa a motivi lineari. Vivevano di caccia e di pesca; ignoravano l’uso del cavallo e vivevano in piccoli agglomerati di capanne.

I Siculi, giungendo in Sicilia, li cacciarono nella parte occidentale dell’Isola. Dimorarono negli ingrottamenti rocciosi ed ebbero le necropoli nicchiate a forno segnalate da Paolo Orsi nella Cava Velardo. «Un altro gruppo – scrive Giorgio Flaccavento – si trova nella salita da Ragusa Ibla a Ragusa Centro sotto la chiesa di Santa Maria delle Scale e infine un terzo e un ragguardevole gruppo di sepolcri siculi esiste sulla roccia alla confluenza del torrente San Leonardo con il fiume Irminio».

A partire dalla seconda metà dell’VIII secolo si stanziano in Sicilia i coloni greci. I Dori di Corinto edificarono Siracusa nel 733 e i siracusani nei tempi successivi fondarono Akrai, Casmene e Camarina (598-7), la quale, situata tra l’area siracusana e quella gelese, fu attraversata da tragiche vicissitudini.

Degno di rilievo l’abitato siculo-greco di contrada Castiglione che mostra segni di impianto urbano. Recentemente se ne è riparlato per due importanti ritrovamenti archeologici: uno nella necropoli occidentale raffigurante in un’unica lastra di calcare un “guerriero” (rinvenimento, scavo e studio si devono all’archeologo Giovanni Di Stefano): «un cavaliere in armi, con il suo destriero, simbolo di aristocrazia equestre» con una iscrizione usa (o simula) un alfabeto arcaico greco; l’altro una sfinge con il corpo di leone alato e la testa di donna, il cui sguardo enigmatico forse ammoniva chi entrava nella cittadella.

Con la fine della seconda guerra punica la Sicilia divenne una provincia di Roma. Anche Hybla e Motuca – di quest’ultima si parla di fondazione fenicia come importante centro commerciale in cui i le popolazioni sicule facevano convergere i loro prodotti per essere condotti fino a Cartagine e a Cirene –, furono vessate dai tributi come tutte le città decumane costrette a pagare la decima dei prodotti del suolo. Poi stipendiarie con l’alleggerimento della pressione fiscale. Nel protagonismo della campagna, noto per le “massae” (insieme di fondi / aziende di rilevanti estensioni), pochi i grandi proprietari fondiari residenti in ville signorili, tra cui quella di età imperiale di Orto Mosaico di Giarratana per restare nel nostro territorio, e molti gli schiavi della terra.

Dopo il dominio dei Vandali (440-491) e quello degli Ostrogoti (491-535), la Sicilia fu conquistata da Belisario all’impero di Bisanzio. Da Caucana, dove restano significativi accampamenti, partì il Belisario, nel 526, alla conquista di Malta durante la guerra contro i Vandali, promossa da Giustiniano. Molti i segni del periodo romano-bizantino, quali le chiesette cemeteriali e i sacelli di Pirrera e Mezzagnone, i resti dell’edificio termale di Comiso, il tratto di mura ritenute bizantine presso la chiesa del SS. Trovato a Ragusa Ibla.

Fu la fiscalità dell’amministrazione a produrre conseguenze disastrose anche se l’agricoltura non peggiorò rispetto al periodo romano. Sorsero gli oratori e i cenobi e furono le comunità monastiche a incrementare l’economia agricola con l’apporto di manodopera locale. Intorno al colle di Ibla, come a Cava d’Ispica, si diffuse l’uso dell’abitazione rupestre, mentre sia pure faticosamente si formò una piccola proprietà attraverso le prime concessioni enfiteutiche.

Sul versante della toponomastica nel periodo romano-bizantino, malgrado il presunto nome di Hybla Haerea alla città pregreca, si trova invece la denominazione di “Ragusa”. 

Rilevante l’interrogativo di Solarino: «È un nome nuovo o la lenta trasformazione dell’antico? Non c’è alcuno scrittore che sappia dircelo: anzi in tutti esiste tanta confusione di etimologie e di derivazioni, da far perdere la pazienza». Egli ritiene che la spiegazione più accettabile sia quella di Vito Amico nel Lexicon: cioè che il nome Ragusa, già trovato dagli arabi con la forma di “Rackusa” o “Ragus”[1], si sia originato dall’antico “Herea” attraverso le forme Haereusium, Reusium, Rahusium, Racusa o Ragusia.

«Non è dunque un mutamento onomastico a sorpresa», afferma lo studioso. Si tratterebbe di «una lenta trasformazione fonetica, di una protasi graduata, e nulla di più legittimo del credere che il nome nuovo provenga direttamente dall’antico “Herea”, accresciuto per opera dei bizantini, dei greci o dei barbari, colla desinenza “usia” o “usium”». Con l’accuratezza e lo scrupolo posseduto, Solarino, a convalida dell’ipotesi avanzata, si avvale di altra prova: la comparsa quasi contemporaneamente del nome “Ragusa” in Dalmazia, una città omonima sul luogo ove prima sorgeva Epidauro: «Anche là s’è cercato di far derivare il nome nuovo da (…) “sasso”, “rupe” per farne “Lausium”, e quindi “Rausium”, “Racusium”…».

A distanza di secoli l'astronomo ragusano Gian Battista Hodierna, lasciata Ragusa nel 1637, assieme ad un gruppo di concittadini per trasferirsi a Palma di Montechiaro fondata dai fratelli Carlo e Giulio Tomasi, conserverà con dolcezza nostalgica il ricordo del territorio di provenienza. Nell’opera Systemate orbis cometici alla sez. 4 diceva della sua città: «Sta Ragusa sopra un monticello circondato da monti più eminenti e scorrono per le tre valli sottostanti copiosissime e dolcissime acque. All'oriente è bagnata dall'Erminio, che da settentrione ed austro scorre fra numerosissimi platani per campi irrigui fertilissimi. E perciò non senza ragione la dissero gli antichi per encomio Rivosa o Rigosa».

Il mistero non è stato ancora svelato.

 

Federico Guastella  

 

 

 

[1] Cfr. la menzione riportata da Michele Amari in Biblioteca Arabo-Sicula, che riprende al-Idrîsi nel Libro di Re Ruggero che esplicitamente cita Raguṣ. Salvo Micciché, in Scicli. Storia, cultura e religione (Carocci Editore 2018) e altri saggi nota, seguendo Amari, da una parte che gli arabi non mutavamo quasi mai denominazione alle città assoggettate ma solo ne adattavano foneticamente il toponimo, dall’altro come la consonante /g/ generalmente in Idrîsi (e per gli arabi di allora) viene riportata nella maggioranza dei casi non come velare ma piuttosto come la più diffusa palatale (/g/ di “giorno” e non /g/ di “gatto”) e in questo caso l’autore, per la trascrizione, usa la lettera “ghain” (e non la "gim") come a voler evidenziare la differenza; la velare (gutturale) è testimoniata anche da altre menzioni di autori arabi successivi che trascrivono il toponimo con la /ka/ (kappa). Questa una delle principali citazioni del geografo arabo: «Da Scicli a Raguṣ tredici miglia. Questa è forte rocca e nobile terra, d’antica civiltà e di fondazione primitiva, circondata da fiumi e riviere, ricca di macine e di mo- lini, bella di edifici, larga di piazze: possiede una vasta pianura con vaste e feraci terre da seminare. Sta a sette miglia dal mare [...]».

Che poi si possa riportare il toponimo Ragusa al greco ῥογός (granaio), come proposto da alcuni recentemente, è, sempre secondo Micciché (vari saggi e uno studio in corso), improbabile, essendo il termine raro (usato quasi esclusivamente da Epicarmo e in un passo tucidideo – Epich, 22; cfr. anche Tucidide, Th. 1, 102 – luoghi che non riguardano la Sicilia) e poco usato anche in epoca bizantina; e per giunta non si sono mai trovati epigrafi, fonti o documenti d’archivio determinanti. Altro mistero, che non va al di là della suggestione fonetica…

 


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