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Riflessioni di un povero cristiano, di Giovanni Occhipinti

(seconda parte)

 

Pubblichiamo, qui di seguito, un contributo a firma di Giovanni Occhipinti, figlio degli iblei, poeta, narratore e critico letterario tra i più apprezzati del secondo Novecento, che con le sue opere segna la sua già estesa presenza nel variegato panorama della letteratura italiana contemporanea.

 

Allo scopo di rendere la lettura più agevole, il presente saggio è stato suddiviso in tre parti che saranno pubblicate in rispettivi momenti diversi.

 

G.N.

 

 

Per un salto nel Secondo Novecento, prendiamo per esempio la poesia di Karol Wojtyla, che oltre a essere stato poeta è stato anche drammaturgo. Rimando il lettore a uno dei suoi più intensi lavori teatrali: Giobbe. Qui, la materia del dramma già condensata nel sintagma "questo strano mondo profondo" oscilla ora alimentando la drammaturgia, ora la poesia, vero e proprio Cantico o poema creaturale, su cui grava l'assillo o il pensiero (dominante!) di una straordinaria compattezza tematica attorno a un nucleo fondamentalmente teo-omocentrico, che sempre diviene - partecipe lo stesso paesaggio – tra interrogativi, riflessione e ringraziamento. E sullo sfondo, l'uomo-Giobbe nella posizione "privilegiata" dell'antico protagonista del dolore del mondo.

Ed ecco, appunto, il Giobbe di Mi metto la mano sulla bocca, di cui parla Massimo Naro nell'introduzione al libro degli Atti. Un'introduzione che afferma e domanda; dice perché si rifletta, perché si dica. È insomma anch'essa una domanda che attende risposte. Un ventaglio di risposte, le stesse che, in fondo, sollecita la nostra letteratura e che un ipotetico Giobbe o Qohelet ancora oggi si aspetta.  Pertanto, trovo assai calzante quel quasi ossimoro, "laicamente credente", e quel participio sostantivato: gnosticheggiante; e ciò proprio perché Dio, in quanto tale, non è indagabile e potrebbe anche accadere che tutto ciò che è stato detto sino adesso di Lui e che si continuerà a dire nei secoli possa rischiare di trasformarsi in un rumore da bugno vuoto. Cristo, intransigente e pietoso – mi si consenta l'ossimoro – fu sin troppo chiaro negli esempi e nelle parole, vere e toccanti, circa il comportamento morale dell'uomo nel rapporto col suo prossimo. Su questo si potrebbe discutere a lungo (sulla didattica ineccepibile della saggezza della parabola), ma su Dio, no. Qui, entra in ballo la fede. Il Cristo storico, invece, fu verità tangibile, immerso negli affanni del mondo ed esposto agli inganni quotidiani della vita. Al suo altissimo esempio dobbiamo accostarci; è Lui che dobbiamo imitare; il resto, è un problema di fede indiscussa e profondissima. Certo, il mistero di Dio ci ha troppo intrigati e di Lui vorremmo sapere a ogni costo, anche se dimentichiamo spesso di ottemperare alle norme dettate dal Cristo, sia esso profeta o, come si tramanda, Figlio di Dio. Purtroppo, per le nostre povere menti tutto si fa difficile e nebuloso e le domande sulle verità dogmatiche sono tante; e se poi ci si affida alla Scienza, ecco, all'astrofisica che indaga appena il 5% del Cosmo, chissà che all'uomo non sia riservata la grande sorpresa di saperne di più, nel tempo? chissà che non riescano a svelarci, gli scienziati, qualcosa su Dio e sul mistero della Creazione, spingendosi molto al di là del "Bosone di Higgs", la "particella di Dio", come l'ha definito il Nobel Leon Lederman, tra il serio e il faceto? Non avrà nulla a che fare con Dio, ma piace la definizione e fa sognare, ma anche sperare che Dio e il Cosmo e il Tempo di Agostino, se proprio non siano tutt'uno, ci diano almeno un supplemento di speranza e di verità, scoprendo per noi l'illegibilità del mistero, quell'inintelligibile che qualcuno, scherzosamente, chiama busillis, ben sapendo però che la grande verità sarà poi Lui, l'Iddio, a rivelarcela. Intanto, siamo quaggiù. Impantanati nel guado, invochiamo la sua pietà.

Di Dio abbiamo un po' tutti strologato, ma non per questo siamo riusciti a saperne di più. E se la verità - mi chiedo - fosse assai più semplice di quanto non si pensi? L'aver detto molto di Lui, in ogni tempo, è valso a creare confusione, accrescendo la cecità dell'uomo e spingendolo, appunto, a gnosticheggiare. Se solo avessimo ascoltato le raccomandazioni di Cristo, la legge morale dei Comandamenti di Dio avremmo forse potuto vivere in Lui. Chissà, forse è in noi, forse ci è accanto, ma noi miriamo l'invisibile e costruiamo, gnosticheggiando, teorie sulla sua esistenza, alzando nuvoloni di confusione, intersecando fondendo accostando sovrapponendo giustapponendo contrapponendo elaborando, come accadeva tra sette gnostiche dell'antichità cristiana (ma anche in ambito giudaico e islamico) in fusioni sincretistiche tra cristianesimo e filosofie pagane, tra dottrine religiose orientali e filosofia greca, così finendo per elaborare teoremi, tra mito e leggenda, tramandati e contaminati nel tempo dall'oralità e dalle nuove forme di cultura e di civiltà, per non dire del rischio implicito nelle traduzioni. Tutto questo ci dà la misura, alla fine, dei limiti che impastoiano l'uomo e dei suoi voli icariani allorché tenti o si avventuri o ceda al babelismo di costruzioni (anche politiche e ideologiche ed estremistiche) che non reggono e implodono, nullificandosi, a tutto vantaggio del dubbio. E poi via daccapo, attraverso i secoli. E allora? Allora, il mistero finisce sempre per trionfare, quando si parla di Dio, sull'uomo che osa tentare l'avventura di svelarlo. E' sempre tutto, paradossalmente, un trionfo del velamento sul disvelamento...

"O Dio, cosa dirò che sei, quando non ti si può nominare/Poiché se dico che Ti vedo non è altro che il tuo vedere te stesso...// Vedo che dove Dio dimora e dove è presente/e ha raccolto gli uomini e li ha avvolti nello spirito;/Là c'è un nuovo paradiso e una nuova terra/E il mio paradiso sta nello spegnersi delle mie terrestri e oscure/apprensioni di Dio/E nel vivere solo la vita che Cristo/vive insieme a me spiritualmente...". Così il poeta e filosofo, il monaco trappista Thomas Merton, in Cablogrammi e Profezie (Garzanti, 1972).

 

Eravamo partiti dall'uomo-Giobbe, antico protagonista del dolore del mondo, come nel racconto biblico e nel dramma scritto da Karol Wojtyla, appunto Giobbe, accordato su una intonazione da tragedia greca. Gli "amici" gli ricordano che solo gli empi vengono puniti, e lui: "[...]/ponetevi la mano sulla bocca". Un ebraismo duro e tutt'altro che indulgente da parte degli amici di Giobbe! Molto più tardi, il cristianesimo porrà le sue fondamenta sulla luce della misericordia e del perdono predicati da Cristo nel nome di Dio (un ponte tra il Vecchio e il Nuovo Testamento). Certo, Giobbe è un personaggio della letteratura sapienziale esposta nel Vecchio Testamento a esempio e conforto all'uomo della Terra, afflitto dalla sofferenza del vivere. E' infatti fatale che lungo il percorso incerto e accidentato della vita - la mondità!- l'uomo incontri il dolore. Forse, meglio: si scontri col dolore.

 

Ancora oggi espressioni giobbiche e orientali appartengono alla cultura popolare dell'Occidente e particolarmente – come aforisma e proverbio – nella nostra Sicilia, sotto forme di un primitivismo ingenuo e fantastico, da Vangeli apocrifi, che hanno potuto attraversare il Mediterraneo e attecchire nei secoli. Come se la sapienzialità, forte del nome di Dio, si impegnasse ad acquisire forza e valore pedagogico ed etico agli occhi dell'uomo. Ma può bastare ciò? Il racconto o poema sapienziale è tutt'altro che illuminante dal punto di vista, per esempio, della Scienza, che oggi azzarda la lettura, forse, dell'inintelligibile attraverso tentativi di approccio al mistero cosmico; e certo non comanderà al Sole, così come Giosué, di fermarsi; ma piuttosto, fornirà nuovi dati di conoscenza come già accadde nel secolo XVII quando attraverso il sistema copernicano rivelò al genio di Galileo Galilei i propri segreti intorno alla verità sul sistema eliocentrico, che pertanto potè affermarsi sul geocentrismo sostenuto e difeso - ahimè! - dalla Chiesa, sulla scorta, appunto, del racconto vetero-testamentario, al quale si era rifatto il sistema tolemaico.

 

Ritornando al dolore dell'uomo e al suo simbolo, Giobbe, mi preme dire che trovo più umano e più razionale, nel Salmo 102 (101), il lamento desolato che si fa preghiera: "[...]./Io veglio insonne, divenuto eguale/a un passero solingo sopra il tetto./Tutto il giorno m'oltraggiano i miei nemici,/e imprecano furenti alla mia sorte."

Giacomo Leopardi, nel 1829, si identifica nel "passero solingo", che diventerà Il passero solitario, l'alter ego  e la metafora della solitudine infelice del grande Recanatese, sostituendo l'aggettivo "solitario" al sinonimo "solingo": "[...]./Io solitario in questa/rimota parte [...]" e via, lungo tutto un percorso esistenziale accidentato e affannoso, nella diversità, che gli è causa di privazioni e di desideri insoddisfatti e di umiliazioni e di tedio, quando non di disperazione.

Dice bene Loretta Marcon nel suo intervento su Giacomo Leopardi, tutt'altro che ateo, ma lettore curioso delle fonti bibliche, a dispetto del prevenuto Manzoni – aggiungo – che in lui fiutava l'ateo. Leopardi che conosceva la letteratura biblica; Leopardi che si rivolgeva alla Madonna, pregandola: "E' vero che siamo tutti/malvagi, ma non ne godiamo, /siamo tanto infelici./[...]/ Tu che sei già grande e sicura,/abbi pietà di tante miserie [...]". E' lo stesso Leopardi che pensava a un Progetto per gli Inni cristiani, come ricorda lo studioso Roberto Wis; e Maria è probabilmente quella stessa Mater pietatis di Guido Reni, ancora oggi nella camera di Monaldo Leopardi, nel palazzo di Recanati.

 

Forse, il grande errore dell'uomo di tutti i tempi è porre Dio al proprio livello. Dio assolve o condanna, ma alla fine della vita dell'uomo. 

Sarà un imperdonabile strologare il mio; ma se Dio è Dio e cioè misericordioso, può mai infliggere sofferenza all'uomo (cos'è mai quel "[...] e non indurci in tentazione [...]" nel Padre Nostro? Dio ci spingerebbe a essere tentati?...), il cui soffrire è già legato alla condizione esistenziale? Penso che l'uomo, nella sua libertà terrena e terragna, viva la propria vita immerso nei limiti del proprio essere. Sbaglio? E' guerrafondaio? è violento? ladro? profittatore? è assassino, pedofilo e tante altre pessime cose ancora? Sì, d'accordo, ma bisogna tener conto che egli "è agito" dai propri cromosomi, i geni ereditati che gli dànno un'impronta comportamentale e/o caratteriale, malvagia o di bontà; ma anche soltanto di estrema bontà e grandezza umana. 

Qualche volta si è tentati di chiedersi se Dio sia mai intervenuto a modificare il DNA dei malvagi, degli assassini, dei guerrafondai, dei tiranni, dei ladri della politica e della Storia; se abbia mai, Egli, mutato il corso della Storia dell'uomo in una storia di bontà infinita e di altruismo, in grado di escludere le guerre e le persecuzioni e le distruzioni; se abbia mutato l'ordine cosmico così che non si verifichino quelle catastrofi naturali che nei millenni hanno continuato ad abbattersi sulla Terra. E ancora: è mai pensabile, oggi, considerare punizione divina una catastrofe cosmica determinata da leggi fisiche che regolano la vita del Cosmo? Ciò che a noi, biblicamente, può sembrare una punizione divina appartiene all'ordine naturale delle cose o semplicemente al caso, come qualche volta può accadere nel cosiddetto appuntamento col destino? Trovarsi nel momento sbagliato nel luogo sbagliato: il pirata della strada, il folle con manie omicide, la tegola o il cornicione di un vecchio palazzo che ci piombano addosso; o trovarsi nel bel mezzo di una rapina o di un conflitto a fuoco. Ora, è certo che tutto questo non può essere voluto da Dio (dagli dèi omerici e pagani sì, anche se non si escludeva l'intervento del Fato!) il quale non interviene, così che si è portati a pensare che sulla terra accade ciò che deve accadere. Il problema è semmai il "dopo" escatologico, cioè quello che per noi, oggi, è il mistero del “domani”. Viviamo di supposizioni, di desideri, di speranze e finiamo per "inventarci" un Dio così come vorremmo che fosse, per nostra comodità o perché la nostra povera mente non sa, non può spingersi oltre. 

Epperò, se Dio non esistesse sarebbe un grande fallimento per l'uomo e una pena sapersi soli sulla Terra. Che motivo avrebbe, dopotutto, l'uomo, di esserci?, lui, artefice di cose sublimi e di fatti orribili e cruenti e crudeli, tanto d'aver dato impronte negative e orrorose alla Storia? Povero uomo! Tuttavia, senza Dio, la grande-piccola creatura terrena delusa patirebbe un dolore immenso, scoprendosi senza più la speranza di una vita "altra" e in uno status deprivato della pienezza spirituale come soltanto Dio può concedere. Ecco, senza un Dio - il Dio! - l'uomo sarebbe soltanto un fantoccio, un robot deprivato della propria coscienza. O sarebbe come il  Lazzaro di Pirandello. 

Il nostro pensiero difettivo si spinge anche a escogitare un'immagine antropomorfa di Lui, perpetuando il mistero e sperimentando, soli, sulla terra, l'inutilità della vita e l'insensatezza della morte. 

 

Giovanni Occhipinti

 

:: fine seconda parte::

 

La Letteratura del Novecento: Riflessioni di un povero cristiano - 1

La Letteratura del Novecento (Giovanni Occhipinti) - 2


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