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Autore: Federico Guastella, Raffaele Puccio
Editore: Centro Studi Feliciano Rossitto
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Il Centro Studi Feliciano Rossitto ha stampato un interessante volume, tra memoria e tradizione; autori Federico Guastella e Raffaele Puccio. Ripubblichiamo la recensione che Ondaiblea aveva pubblicato nel giugno del 2012, ritenendo interessante la rilettura del libro.

Nella galleria fotografica, con la copertina, riproponiamo la prima pagina della Rivista on line a quel tempo, con l'articolo.

 

«Si cunta e si rricunta…», chissà quante volte abbiamo ascoltato tale armonioso incipit che la progenie futura, forse, non ascolterà mai. Eppure è una porta che si dischiude, avvolgendo l’animo in un incantevole, dolce ed affabulante flusso narrativo dove l’istante, frantumato in una magica sequenza infinita, prende la consistenza di tempo mitico senza misura. Una dimensione altra, dunque, in cui figure umane e fantastiche, il castello, le montagne, il mare, il sole e la luna, le nuvole si ritrovano oggettivati in una simbologia che catapulta l’animo di chi ascolta verso un universo di significati ulteriori rispetto allo stesso testo. E’ questo, in estrema sintesi, il compito che si propone il volume fresco di stampa sulla figura di Colapesce, scritto a più mani da Federico Guastella, Raffaele Puccio e con illustrazioni di Giuseppe Baertucci (Centro Studi Feliciano Rossitto, Ragusa, pp. 62). 

Tre diverse personalità, le prime due ad alta vocazione umanistico-letteraria incuneata nella ricerca antropologica, la terza alla sopraffine creatività grafico-pittorica, caratterizzate da un comune denominatore, cioè quello di essere siciliane e, in particolare, figlie degli iblei. 

E non poteva essere diversamente visto che il tema principe è proprio Colapesce, leggendario personaggio, mezzo uomo e mezzo pesce, che alle prese con un re crudele osava sfidare l’ignoto. La non poche versioni scritte e orali, salvo alcune eccezioni, lo danno nativo della Trinacria, talora di Catania, ma più frequentemente di Messina, o “farotu”, cioè di Faro, località dello Stretto. Lo scenario in cui si svolge l’azione è lo Stretto di Messina «in un contesto culturale popolare cristiano o cristianizzato, dove sono tuttavia rintracciabili genealogie tematiche mediterranee precristiane», come puntualizza il prefatore del libro, il professor Salvatore Stella.

Si tratta di un’area marina contraddistinta da condizioni naturali particolarmente inquietanti e perigliose per le correnti e i vortici che si formano, tradizionalmente marcata da vicende mitiche le più varie, come quelle più note di Scilla e Cariddi e delle sirene dei poemi omerici. Sebbene la collocazione storica della leggenda abbia radici in epoca medievale e le fonti orali rimandino ad un passato lontano non ben definito, le prime fonti scritte fanno pressoché riferimento ad un periodo a cavallo tra il XII e XIII secolo. Numerose sono le versioni del racconto e le relative varianti: lo studioso Giuseppe Pitrè, in una raccolta apparsa nei primi del Novecento, ne riporta ben 37 scritte e 18 orali, queste ultime in gran parte raccolte in vari paesi della Sicilia. Nel corso del tempo le narrazioni in forma scritta si sono moltiplicate e diffuse tanto nei paesi del Mediterraneo quanto in quelli di Europa, alimentando anche un filone letterario di poemi, liriche e drammi teatrali. Se ne hanno tracce nel Don Chisciotte di Cervantes, poeti come von Kleist e Schiller ne fanno argomento dei loro poemi, mentre in Italia, nel corso dell’Ottocento, il tema compare in poesie, drammi e libretti d’opera. 

Nella figura di Colapesce si possono anche intravedere tracce di un complesso mitico-rituale di provenienza minoico-micenea. Cola Pesce, fanciullo che ama stare sempre in mare, con i suoi ripetuti tuffi, richiamerebbe la figura di Teseo, che si lancia in mare, conquista una coppa e riemerge; ma anche quella di Glaucos, nella varietà delle versioni che il mito consegna, ma sempre collegato al mare come nel caso dell’assunzione della pianta magica che gli conferirà l’immortalità, trasformandolo in dio marino, e infine Orione, che aveva la facoltà di camminare a piede asciutto sull’acqua. 

La leggenda delinea con chiarezza le tre fasi del rito: il fanciullo che sta sempre in mare mostra una separazione; la madre lo maledice provocandone una metamorfosi, che lo porta in una situazione di margine; quindi l'esito finale della morte, che può leggersi come morte in uno stato per accedere ad un altro. È proprio su tali linee tende la ricerca etno-antropologica degli autori contraddistinta da uno stile lineare e non scevro di utilissimi richiami bibliografici a supporto dello studio effettuato. 

Nella copertina del libro Bertucci rielabora la figura di Colapesce che, nella sua forma esile ma decisa ripresa nell’atto di tuffarsi, funge quasi da tramite, da ponte, tra la terraferma, luogo domesticato degli uomini e quello selvaggio e mai completamente dominato del mare. Inoltre, le illustrazioni di Bertucci, che accompagnano il lettore in un avvincente itinerario pittorico-espressivo, nella loro sequenza narrativa, sintetica ma incisiva, costituiscono un valore aggiunto al libro stesso in quanto rappresentano un racconto nel racconto. Le scene sono illuminate dalla plasticità dei colori che danno un senso dinamico alla ben studiata illusoria staticità delle immagini che talora accolgono echi giotteschi talaltra sembrano sfiorare motivi naïf. 

Nel racconto proposto e rivisitato dagli autori la figura di Colapesce, «ca sapia natari megghiu d’un pisci», apre un ampio ventaglio di riflessioni tanto sul piano mitico quanto su quello filologico e nasce in quell’humus storico che caratterizza la cultura europea medievale conservandosi pressoché invariata fino a tempi recenti. Proprio perché le radici affondano in tempi antichissimi, Colapesce è un personaggio conosciuto da tutti. Ed è per questo motivo che il Colapesce di Federico Guastella e Raffaele Puccio è un libro per tutti e, in particolare, per i piccoli che lo devono leggere ai grandi in quanto Colapesce è una favola non favola e tenendo presente, come specificato in quarta di copertina, che «non tutte le favole sono solamente favole».

 

Giuseppe Nativo

 


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