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“Nessuna descrizione non poetica della realtà

potrà mai essere completa”

(John David Barrow) 

 

«… fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima».

È la frase di apertura della famosa serie televisiva “Star Trek” (quella “classica” del 1966) che ritengo si possa adattare perfettamente al recente poema “Il vaniloquio delle cellule ebbre” (pubblicato su “Incroci”, semestrale di letteratura, gennaio-giugno 2014, pp. 36-40) di Gaetano Giuseppe Magro, prof di Anatomia patologica che naviga tra scienza e poesia, approdando anche alla narrativa (“Formalina”, 2013). 

In quest’ultimo poema l’autore si incunea nelle vene della poesia per sviscerare quel senso iniziale e finale che avvolge il corpo del reale, fornendo al lettore un caleidoscopico universo di immagini avvolte in quell’intreccio ineffabile tra scienza e poesia, logica e arte, che varca – a doppio senso di circolazione – la sottile membrana di confine tra i due mondi. Un po’ come il “Viaggio allucinante” (Fantastic Voyage, film del 1966) in cui un sottomarino miniaturizzato alle dimensioni di una cellula viene iniettato nell’arteria carotide di un paziente. Un viaggio nell’infinitesimale, già presente nella letteratura fantastica (“La ragazza nell’atomo d’oro” di Ray Cummings del 1919) e nei fumetti (il “Viaggio in una moneta” di Brick Bradford), anche al cinema (“Salto nel buio” di Joe Dante, 1987), cui l’autore ha voluto dare un suo imprinting traendo le fila dai suoi precedenti lavori. 

Una sorta di summa che propone il tema della relazione tra poesia e scienza. Un poetare in cui le due dimensioni interessate, in qualche modo, trascendono sé stesse per dar vita ad un terzo soggetto che è una novità nel campo del reale, si tratta di una verità “altra” che scaturisce come sintesi da una relazione di scambio. Di qui il viaggio tissutale, con scrittura piena di citazioni tecniche (ma questa non è altro che la parte esteriore del verso), che va ad intersecare i meandri dell’umano universo, «arca a remi […] in mare aperto», che «tutti i biologi molecolari chiamano “vita”» mentre per certi filosofi si tratterebbe di «chimica a perdere, dalla sofisticata ed irripetibile irrilevanza». Sebbene la “vita” faccia il suo corso, dalla riproduzione cellulare all’embriogenesi vista come «lusso di nascondimenti tra l’ectoderma, il mesoderma e l’endoderma», riecheggia dirompente l’eterno assioma: «la vita è per pochi, di tutti la morte» che sgorga dal buio dei «bordi della grande ovaia creatrice». 

Quello che nell’autore sembra in apparenza «il vaniloquio delle cellule ebbre», si rivela invece un imperscrutabile disegno poetico. Sta al destinatario, al lettore, riconoscere, secondo la propria esperienza e sensibilità, la giusta dimensione in cui «ogni poesia è collirio di Dio». 

 

Giuseppe Nativo

 


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