Editoriali
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Siracusa, 15 luglio 2023 — È di questi giorni la pubblicazione del report Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di Formazione) che ha restituito gli esiti delle prove standardizzate svolte dalle studentesse e dagli studenti di scuola Primaria, secondaria di primo e secondo grado.

 

I risultati focalizzano una situazione per molti versi imbarazzante per i nostri ragazzi, mostrando un divario sempre più netto e disparitario tra il nord e il sud, testimoni di un paese che viaggia a velocità differente.

Che l’Istituto Invalsi faccia le sue misurazioni, così del resto come succede in tutta Europa, niente di eccepibile, ha le sue ragioni con tanto di motivazioni, ma i nostri ragazzi perché devono effettuarle, per poi sentirsi dire che sono i peggiori. Subiscono il ricatto di una obbligatorietà, non vedono in esse un tornaconto e li affrontano con totale disimpegno. Molti di loro, almeno negli istituti secondari, rispondono a casaccio ai quesiti, proprio perché imposti, senza contare la frustrazione che si vedono nei loro occhi, davanti ad un brano troppo lungo che richiede una lettura più approfondita, o un quesito matematico che richiede competenze, a volte di un laureato.

Tutto ciò non vuole andare a sindacare la difficoltà delle prove sostenute, che tuttavia sono in linea con i programmi ministeriali, bensì si vuole sottolineare il fatto che, in una scuola che parla tanto di inclusione, le prove Invalsi di fatto escludono chi ha delle difficoltà  senza avere necessariamente un pdp (piano didattico personalizzato), chi ha tempi di riflessione più lunghi, chi è particolarmente ansioso ed emotivo, chi risulta essere in condizioni di povertà socio/educativa. Per ottenere buoni esiti è quello di pensare con una  logica diversa,  con una metodologia differente che parta fin dai primissimi anni della scuola Primaria, ma così tralascerebbe lo sviluppo di un’intelligenza metacognitiva scaturita da esperienze pragmatiche e da attività laboratoriali, concentrandosi piuttosto su risposte a crocetta, tipo quiz. Tutto ciò rischia di standardizzare le menti, di sviluppare personalità automatiche escludendo tutta la dimensione emotiva e psicologica. Che fare? Quale soluzione si paventa per misurare le competenze raggiunte nella scuola, senza cadere in mortificazioni ed insuccessi?

Una soluzione potrebbe essere quella di calibrare le prove al computer, almeno negli istituti secondari, nel senso che se lo studente già inizialmente ha difficoltà nel dare corrette risposte, le domande automaticamente si rendono più semplici, in caso contrario si alzerebbe il livello di difficoltà. Così sembrerebbe una sfida da superare e l’allievo metterebbe sicuramente più dedizione, rendendo le prove stesse più vicine ad ogni realtà, coniugando in questo modo apprendimento e motivazione.

Lo stesso istituto ammette che, “il confronto degli esiti mostra un indebolimento dei risultati in tutte le discipline osservate” e allora c’è qualcosa che non va, le prove così strutturate risultano inadeguate, pertanto occorre avere il coraggio di cambiare e stravolgere il modo di somministrazione. La scuola deve essere un ambiente attivo, e non solo integrante, con tante iniziative culturali che possano arricchire l’offerta formativa e, se serve, fuori dai banchi dell’aula.

La scuola, primo presidio educativo dopo la famiglia, deve essere vicina a tutti e non deve mortificare con prove la cui utilità beneficia solo l’istituto Invalsi, pertanto, da nord a sud, deve percorrere il Bel Paese con lo stesso treno, fermarsi quando è necessario e ripartire più carichi di prima.

Gabriella Fortuna

 

 

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Paul Valéry