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Ricordo del pittore modicano Enrico Maltese (1862-1920) nel centenario della morte. Un articolo di Antonio M. Di Raimondo su Archivio Storico Ibleo

 

Tra i personaggi che hanno dato lustro alla città di Modica, va senz’altro ricordato uno dei geniali artisti che la capitale della antica Contea ha prestato al campo delTarte. Ci si riferisce alla figura del valente pittore Enrico Maltese, di cui, quest’anno, ricorre il centenario della morte.

Nato il 3 gennaio 1862 in una famiglia di facoltosi commercianti, fin da piccolo ebbe innata predilezione per l’arte che studiò e perfezionò all’Accademia di Napoli sotto la guida del celebre Domenico Morelli indiscussa autorità pittorica del suo tempo. Il maestro, accorgendosi che il giovane Enrico era dotato di gusto squisito e d’intelligenza pronta, lo tenne molto caro a sé coltivandone le eccezionali doti pittoriche. Queste trovarono piena espressione nella sua opera di esordio artistico, un quadretto intitolato “A Margellina”, che non mancò di stupire i visitatori all’esposizione organizzata dalla Società Promotrice nel 1880. La valenza del dipinto fu tale che il Di Chirico, uno dei più importanti pittori realistici della scuola napoletana dell’ottocento, avendolo ammirato con interesse, ne desiderò l’acquisto. Durante il soggiorno napoletano il Maltese ebbe modo di consolidare l’antica fraterna amicizia con il compositore Pietro Fioridia, suo concittadino, il quale studiava presso il Conservatorio musicale San Pietro aMajella.

Il legame artistico fra i due fu indissolubile: il garbato pittore volle eternare la stima reciproca disegnando i figurini per i costumi dei personaggi dell’opera floridiana Maruzza in occasione della prima rappresentazione al Malibrandi Venezia. Nacquero così dei veri e propri capolavori pittorici, quadri a olio su tela aventi per soggetto i costumi del popolo modicano. Quale attento osservatore del paesaggio locale il giovane Maltese, nelle proprie opere, descrive con realismo l’ambiente ibleo, realismo pittorico cui subentrerà in seguito un moderato impressionismo; quest’ultima, infatti, sarà la nota caratteristica e fondamentale della sua produzione artistica. La partecipazione a numerose esposizioni in Italia e all’estero gli valse prestigiosi riconoscimenti tra cui una medaglia d’oro a Torino nel 1884 con l’opera “La festa del Patrono a Modica”. Le possibilità di affermazione nell’ambiente partenopeo gli furono precluse dal susseguirsi di tristi vicende familiari a seguito delle quali fece ritorno a Modica e dove continuò la sua attività rivolgendo i suoi interessi pittorici anche ad altro tema oltre a quello prettamente folkloristico o paesaggistico. Fu, infatti, valente ritrattista abbinando spesso alla pittura l’arte della fotografia da egli sempre apprezzata e coltivata.

Nacque, così, sotto la sua direzione, la “Fotografia Artistica”, specializzata in ingrandimenti, riproduzioni, vedute e costumi come si legge sul retro del cartoncino posto a supporto di un’antica foto “formato visita” di fine Ottocento. Il suo nome insieme a quello di valenti professionisti dell’arte fotografica quali Emanuele Risino, Giacomo Grita, Placido Napolitano segnerà, dunque, anche la storia della fotografìa a Modica. È grazie a quest’altro suo interesse artistico che oggi, oltre la sua produzione pittorica, sparsa in Italia e all’estero, resta a noi una raccolta d’immagini dell’epoca che ci consente di conoscere luoghi e persone del passato. Immagini, tratte per lo più da antiche cartoline, tutte edite e in gran parte viaggiate agli inizi del Novecento, che ritraggono donne e uomini immortalati nell’atto del proprio lavoro, nei momenti di riposo o di socialità. L’obiettivo ha fissato volti e figure con i loro abiti su scenografie naturali o create ad arte. Nella rigidità delle foto, uomini e donne mature, giovani contadini e contadine, massari e massare, diventano protagonisti. La fotografia si trasforma in questo caso in elemento altamente democratico, perché mette le genti del popolo – spesso per la prima volta in posa per il fotografo – sullo stesso piano di persone dal ceto elevato, cui era in genere destinato l’uso della macchina fotografica. Personaggi che sembrano talvolta far parte di favole antiche e che ritroviamo magistralmente rappresentati e analizzati nelle opere del barone chiaramontano Serafino Amabile Guastella, profondo studioso e interprete della vita popolare nel territorio ibleo.

I soggetti fotografici si presentano ai nostri occhi con i caratteristici abiti: gli uomini con i tipici causi, cilecchi, cammisi, rubbuni, burritti, ippuna di orbace ornati di velluto, e le donne con lunghe e comode gonne unite con il corpetto {spencer) e sulle spalle un fazzoletto a punta fermato con uno spillo sul petto. Un grembiule modesto (faulari) sulla gonna o una mantellina di panno sul capo completano l’insieme di un vestire modestissimo. Anche i luoghi trovano ampio spazio nella produzione del Maltese. È il caso della rara immagine fotografica che ritrae la parte iniziale dell’odierna Via Tirella durante i lavori di sistemazione degli argini del torrente San Liberale dopo l’alluvione del 1902. Una bella istantanea, con didascalia autografa del Maltese, nella quale i carretti sgangherati posti ai lati della polverosa carreggiata sono la prova visiva di quel realismo di cui si è fatto cenno e che ritroviamo anche nella tela raffigurante gli aggrottati del quartiere Sbalzo. Non da meno è l’espressività del volto del vecchio contadino modicano con la tipica burritta o quella del ritratto della madre; quest’ultimo, eseguito con tecnica mista, pittorica e fotografica, per la mescolanza del bianco e nero a stampa e dei colori a olio, esprime, pienamente, le capacità del Maltese in entrambi i campi dell’arte. Il geniale pittore si spense nella sua città il 9 luglio 1920. Modica ne conservi la memoria.

 

Antonio M. Di Raimondo

 

***

Materiale documentario e iconografico: Archivio Privato A & G Di Raimondo

 


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