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Cultura
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Argomento: Cinema
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Ma poi si correggeva: «Per i ricordi, sono stato a cinema stanotte». E intendeva dire, dei ricordi, come aveva combattuto con essi nel sonno tutta la notte. Diceva proprio così: «combattere», che nel nostro dialetto non riguarda soltanto le persone, ma le cose, gli eventi, le urgenze della cronaca e della storia

 

Non sembra che Bufalino, così appassionato della cinematografia americana e francese degli anni ‘30 e ‘40, abbia scritto un saggio o un articolo sul cinema, ma è possibile, facendo ricorso alle sue opere, farsi un’idea delle opportunità e dei significati dell’arte cinematografica. Non gli sfuggiva certamente che essa, seguendo i moduli dell’immaginazione, è invenzione della realtà. Fuga dunque, e anche menzogna, dove confluiscono sogni e illusioni.

Le scene o esperienze visive, metafore della vita, destano l’io sognante dello spettatore e ne sollecitano i ricordi. Ricordare e visione filmica vanno a braccio. Abbandonarsi ai ricordi è come assistere alla proiezione d’un film, dialettica ben nota a Bufalino, cui viene in mente suo padre quando gli diceva di avere il “cuore scuro” certe mattine. Il suo sguardo è come quello del regista: attento alle inquadrature, al piano sequenze o al flash-back o alle dissolvenze. Con la sua scrittura uomini e cose acquistano una singolare energia filmica. In Argo il cieco ovvero i sogni della memoria la città, che è “distrazione dal mal d’amore”, si manifesta come cinema al protagonista dietro al solito tavolo del bar da lui frequentato: «Finivo allora con l’andarmene al bar, a sedere dietro a un tavolo tutto mio, donde, alzando gli occhi, mi si spiegasse davanti, servi­zievole e multiplo, il cinema della città». Tutto gli appare come una “festa di mirabilia”, come un “te­nero miraggio di lontananze”; ed egli, fotogramma dopo foto­gramma, ricorda il cornettista della banda municipale che amava esibirsi anche fuori servizio, gli alienati del luogo a cui prestava “fede e conforto”, le due fattucchiere rivali e amiche di cui fa perfino i nomi con le quali era solito intrattenersi, nelle rispettive abitazioni, incuriosito non tanto “di suffumigi e fatture” quanto “dei loro motteggi giocondamente funerei.

Non sembrano assenti le suggestioni del film di Fellini I vitelloni (1953), dove i protagonisti, trentenni, conducono una vita sottratta ad ogni forma di responsabilità. Diversi i tipi nella provincia riminese: il donnaiolo, l’immaturo, il biscazziere, l’intellettuale, l’ingenuo idealista che sogna di evadere dall’indolenza paesana. Melanconica per molti aspetti la vita provinciale rappresentata da Fellini e abbastanza giocosamente goliardica quella di Bufalino, che nelle vesti dell’io narrante si rivisita “felice” nell’estate del cinquantuno: professore di lettere nella splendida città “doppia” di Modica (la parte Alta e quella Bassa). E con lui agiscono Iaccarino, Licausi e Galfo, Sasà e Angelo.

Il primo film di cui egli parla e che stranamente non compare nel suo quadernetto Indice, è in Dicerie dell’untore:                                                                                                                                    

«Ripensai a un film di tanti anni prima, al sorridevole piagnisteo del suo titolo: “Amanti senza domani”. Rividi i due su un ponte di transatlantico: William Powell, lui, un losco galante che la sedia elettrica attende alla fine della traversata, a cui gli sbirri di scorta consentono benevolmente di passeggiare senza manette; Kay Francis, lei, spacciata dai medici, che ogni sera, per scordarsene, indossa una pelliccia più bella. S'incontrano, e ognuno sa della condanna dell'altro, ma finge di non saperlo. E ballano insieme in un grande salone deserto, e si dicono parole sotto la luna».

 

Nel corso della narrazione Marta racconta dell’amante che, in barca al lago, la chiamava “Garance”, nome francese che in italiano significa “garanza” oppure “robbia”: per esteso, “rosso sangue” (il sangue di lei che muore di emotisi). Peraltro, è Bufalino a spiegare nelle sue Istruzioni per l'uso la corrispondenza di tale nome a quello di Arletty nel film Les enfants du paradis (1945). In italiano il film s'intitola “Amanti perduti” di Marcel Carné e Garance è il nome del personaggio interpretato da Arletty.

Né Marta né l'ufficiale tedesco avrebbero potuto vedere quel film che era ancora da fare. Un astuto anacronismo di cui Bufalino si serve per porre in risalto l'inventività di Marta: «Non è vero nulla, [...] ti ho raccontato la vita di un'altra».

Vanno al cinema i personaggi bufaliniani per ritrovarsi con la propria anima. Per esempio, prima di giocare la drammatica partita con sé stesso, per combattere il senso di solitudine, il campione di scacchi cubano, Capablanca, decide di andare a vedere un film, “un film qualunque, in uno dei locali del quartiere”. La scelta cade “su un musical di second’ordine, intitolato Weekend in Avana, il cui solo richiamo, escludendo le elettriche grazie di Carmen Miranda, stava nel pro­mettere qualche cartolina a colori della sua isola antica”. In platea, prende posto nella fila più vicina allo schermo “per il gusto di farsi sopraffare dalle immagini giganti e di abbracciarsele al pet­to”, quasi a volersi situare all’interno delle scene che fanno da catalizzatore di ricordi. Subito dopo l’inizio della proiezione, il vecchio campione socchiude gli occhi, li richiude e affiorano atti­mi che il film, da immagine a immagine, gli suscita: dal carnevale dell’Avana al giorno di Nuestra Señora de la Merced, quando suo padre, issandolo a cavalcioni sulle spalle, gli aveva dato l’opportu­nità di guardare da una posizione ambita le meraviglie del mondo e si rivede ragazzo che sconfigge il padre in una partita a scacchi. Sembra quasi che parli di sé stesso Bufalino spettatore quando estatico si abbandona totalmente alle magiche suggestioni delle visioni filmiche che lo fanno interessato all’analisi del labirinto mentale. Viaggio nella memoria dunque la specola del cinema, e ci si trova ulteriormente a sottolineare come i ricordi dei film visti rifluiscano nelle sue opere. Nelle pagine finali del romanzo “Tommaso e il fotografo cieco” Tommaso e Tiresia si recano al cinema.                                                                                               

«Il cinema è una saletta di periferia, dove si proiettano film a luci rosse o, molto più raramente, pellicole di seconda o terza visione. Come stasera ch'è annunziato "I giardini di Compton House", un buon film m'ha detto Placido che se ne intende. Pare che tocchi argomenti limitrofi al nostro contendere, mio e di Martino, sul filo fragile che divide l'invenzione dalla realtà. “Una coincidenza sospetta” – bofonchia il cieco –, quando gli anticipo, per come li so, i fatti salienti della trama. Ma una più strana coincidenza ci allarma: sulla locandina che s'accampa di fronte all'ingresso uno striscione scritto a mano avverte “Annullato” e offre in cambio un programma diverso, un classico del novecento francese. Strabilio, osservando il logoro cartellone nientemeno che Lancelot...
“Guarda, – dico al cieco – Lancelot”, come in una scena del mio romanzo...»

Per certe inquadrature (il marciapiede e le gambe dei passanti...) c’è la presenza di Truffaut in Tommaso e il fotografo cieco. E mi riferisco specificamente a Finalmente domenica! del 1983 e a L'uomo che amava le donne del 1977, il cui protagonista era come Tommaso, scrittore alla macchina da scrivere e personaggio narratore del suo romanzo.

In definitiva, i film di cui Bufalino si serve sono affini agli argomenti dei romanzi: s’incastrano perfettamente nel suo narrare, lo supportano e l’orientano. La loro funzione, rispondente alla grammatica dell’immaginazione, è fondata sull’idea della fotografia che vince lo scorrere del tempo e lo ferma.

 

Federico Guastella


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