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Museo civico di Ragusa (ph. Salvo Micciché, Biancavela Press)

Cultura
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Argomento: Cultura, Archeologia
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Ragusa, 14 febbraio 2021 — L’avevano chiamata “Carta di Catania”. Un documento del governo regionale siciliano che, in estrema sintesi, riteneva fallita l’esperienza dell’amministrazione regionale dei beni culturali nell’espletamento dei compiti costituzionali di conservazione, studio e valorizzazione del patrimonio culturale conservato nei musei siciliani. E, pertanto, proponeva un piano di dismissione dei beni culturali in favore dei privati, considerati dalla Regione Siciliana come i soggetti più adeguati ad assicurarne la messa in valore.

Il documento è stato discusso in Commissione Regionale Cultura e con 6 voti favorevoli e 3 contrari è stato bocciato. Ne consegue che il suo maggiore fautore, l’attuale assessore regionale alla Cultura, Samonà, dovrà ritirarlo.

Si badi: l’esponente governativo regionale, che politicamente appartiene alla Lega, non ha da rispettare un obbligo di legge, non è costretto a ritirare il documento se non dalla opportunità politica, dalla cortesia istituzionale che non può non rispettare dopo il voto dei parlamentari siciliani.

La cosiddetta Carta di Catania prevedeva e prevede – nel caso non dovesse essere ritirata dall’Assessore che però si dice essere un gentleman – che i tantissimi reperti attualmente conservati nei musei siciliani possano essere affidati a privati, società, enti e istituzioni terze posto che la Regione Siciliana, per sua stessa ammissione, ha fallito nel compito della loro gestione e valorizzazione. Alla base del ragionamento dell’esponente governativo leghista (ma proveniente dal Fronte della Gioventù, passando dal Movimento Cinque Stelle) c’è la constatazione che la Regione, per tutta una serie di motivi, a cominciare dalla carenza di personale tecnico (intendesi archeologi, architetti, restauratori, storici dell’arte et cetera) non riesce a mettere a reddito tale enorme patrimonio museale.

E però, anziché iniziare a invertire la rotta, avviando una politica di assunzioni e di responsabilizzazione degli organi regionali, comprese le Soprintendenze oltre alle Direzioni dei musei regionali, il Governo del presidente Musumeci pensa di delegare i privati, che saranno senz’altro in grado di mettere a frutto il patrimonio storico, archeologico, culturale siciliano.

Ora, a parte le legittime riserve sul fatto che i privati, per il fatto stesso di essere tali, siano in grado di valorizzare, rispettare e conservare un patrimonio tanto ampio – nonostante decenni di spoliazione da parte dei tombaroli e non solo – quanto delicato, c’è da chiedersi del perché altrove la pubblica amministrazione è perfettamente in grado di gestire ampi patrimoni culturali e farli rendere anche dal punto di vista economico autofinanziando la filiera, e invece in Sicilia questo non sia possibile. Almeno io me lo chiedo.

Il mio auspicio è che prima o poi se lo chiedano anche Musumeci e Samonà, insieme ai dirigenti degli assessorati che a Palermo gestiscono la cosa pubblica siciliana. Senza dimenticare che, a differenza di tante altre amministrazioni pubbliche italiane, noi siciliani possiamo vantarci di una ampia autonomia amministrativa.

 

Saro Distefano

Cultura


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