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Cultura
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Argomento: Letteratura

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Edvige Giunta, da Gela agli States. Insegna memoir e studia e scrive di letteratura femminile. Chiara Magrone l’ha intervistata

 

«Non penso, anzi ne sono sicura, che avrei mai potuto scrivere della Sicilia nella maniera in cui scrivo della Sicilia oggi se fossi rimasta».

 

Nata a Gela, Edvige Giunta è partita per gli Stati Uniti meno di un anno dopo essersi laureata all’Università di Catania. «Sono venuta per studiare sei mesi al master in Letteratura inglese e americana dell’Università di Miami. Poi sono rimasta un anno, poi sono diventati due anni, poi è diventata una vita. Sono qui dal 1984».

Professoressa universitaria di memoir o scrittura della memoria, scrittrice e studiosa di letteratura femminile italo americana, Giunta parla del suo rapporto con la terra d’origine, «che cosa significa essere italiana e americana, essere sia l’una che l’altra ma anche né l’una né l’altra».

L’abbiamo intervistata per Ondaiblea…

 

:: 

– Da alcuni vieni definita italo americana, da altri siculo americana. In che modo ti rispecchi di più?

 

Direi entrambi. Quello per cui sento più affetto è siculo americana. Per me italo americana è più una scelta intellettuale e culturale, siculo americana è culturale ed emotiva, più viscerale.

 

– Come è stato il tuo approccio con gli Stati Uniti? Ti sei sentita discriminata in quanto straniera?

 

È una domanda abbastanza complicata, perché quando io sono arrivata negli Stati Uniti sono arrivata come studentessa italiana in un programma di specializzazione prevalentemente per studenti americani. Non pensavo alla mia esperienza come esperienza di migrazione, ma un periodo di studio. È cambiato quando ho cominciato a occuparmi, dopo il dottorato, della cultura e della letteratura italoamericana, soprattutto delle donne, e ho cominciato a identificarmi e anche a descrivere me stessa come italoamericana. C’è stato uno spostamento di prospettiva: prima ero una straniera, un’italiana negli Stati Uniti, poi sono diventata un’immigrata. Penso abbia a che fare con la maniera in cui ti concepisci, ovviamente anche con la maniera in cui vieni percepita.

Nei primi sei anni da studentessa ho avuto esperienze non tanto di discriminazione diretta quanto di confronto con gli stereotipi, soprattutto riguardo ai siciliani. Quando la gente sentiva che ero italiana: “Ah, l’Italia!”. Siciliana? “Ah, la mafia”. O anche avevano delle idee molto distorte della Sicilia come un posto molto arretrato, primitivo, senza cultura. Moltissime persone che ho conosciuto non avevano la minima idea della ricchezza e della complessità culturale dell’isola, perché la maniera in cui tanti degli Stati Uniti conoscevano la Sicilia, e tutt’ora in un certo senso la conoscono, è attraverso gli stereotipi perpetuati dai mass media e da un certo tipo di cinema.

 

– Ti sei sentita più siciliana che italiana quindi durante il tuo trasferimento?

 

Sono partita da italiana, non da siciliana. Dopo il mio arrivo ho cominciato a sentirmi europea, perché c’era questo grosso senso di essere in un altro continente. Poi sono ridiventata italiana e dopodiché sono diventata siciliana ancora di più. Col passare degli anni il mio senso di identità in un certo senso è diventato globale, interculturale, anche se allo stesso tempo profondamente locale, radicato nella mia esperienza e in quella dei miei antenati siciliani. Scrivo moltissimo della Sicilia, soprattutto nella mia scrittura di memoir.

In un certo senso sono più siciliana oggi di quando sono partita il 23 agosto del 1984.

 

– Il fatto di esserti avvicinata al mondo della scrittura femminile italoamericana ti ha aiutata ad ambientarti meglio o ad approfondire la tua situazione oppure l’ha complicata?

 

La risposta è sì e sì. L’avvicinarmi alle scrittrici italoamericane, o anche alle registe, per me è stato non semplicemente una scelta professionale ma viscerale e necessaria. È significato non semplicemente cercare le autrici su cui volevo scrivere, ma voler aiutare a costruire il senso di un’ampia comunità sia all’interno degli Stati Uniti sia in conversazione con le scrittrici – e in genere le donne - italiane.

Negli Stati Uniti le autrici italo americane erano poco conosciute, ma in Italia neanche se ne parlava. Nelle autrici italoamericane ho trovato un senso di casa e di comunità, perché avevamo in comune l’esperienza di separazione e migrazione, anche se per moltissime di loro l’emigrazione non era la propria ma quella dei genitori, dei nonni o anche dei bisnonni.

Il mio ultimo libro, Talking to the Girls: Intimate and Political Essays on the Triangle Fire (New Village Press, 2022), che ho curato con una cara collega italo americana, Mary Anne Trasciatti, mi ha dato l’opportunità di passare del tempo – simbolicamente - con ragazze e donne che sono emigrate dal Sud e soprattutto dalla Sicilia agli inizi del Novecento, e tante sono morte nel fatidico incendio della fabbrica di camicette newyorkese nel 1911. Queste donne vengono ricordate dalle loro discendenti, tra cui tante scrittrici e artiste italoamericane.

Per me la migrazione non è un fatto storico contenuto. Quando c’è una storia di migrazione in una famiglia ci sono come degli echi, va riverberando di generazione in generazione. La migrazione ti cambia, “è un viaggio che non finisce mai”, ho detto ni un’intervista con Valentina Di Cesare.

Allo stesso tempo io ero (e sono tutt’ora) italiana, quindi un’italoamericana diversa da chi si trova negli Stati Uniti da generazioni. In Italia gli anni ’90 erano il periodo dei cervelli in fuga. La mia era una generazione privilegiata da un punto di vista sociale perché composta soprattutto da laureati, ma dall’altra parte una generazione che ha sperimentato il senso profondo di non avere un posto, di non potersi realizzare all’interno dell’Italia.

 

– Come donna con dei sogni di carriera, come eri considerata in Sicilia e come in America? Ti sei sentita discriminata per il tuo essere donna in uno dei luoghi?

 

Io sono stata molto fortunata perché i miei genitori hanno sempre ribadito l’importanza dello studio. Per esempio, quando ero ragazzina se dovevo fare i compiti non dovevo aiutare mia madre. “Lo studio prima di tutto” dicevano i miei genitori. Quindi dal punto di vista di aspirazione professionale sono stata molto incoraggiata. Sempre con delle contraddizioni, come la paura iniziale di mio padre quando ho deciso di partire per l’America. Mia madre è stata straordinaria dall’inizio, perché mi ha sempre detto “vai” e non mi ha mai fatta sentire in colpa per il fatto di essermene andata.

Sono una femminista da quando ero ragazzina. Facevo un programma femminista a Radio Gela negli anni ’70, quando avevo 17 anni, e c’erano gli uomini che mi aspettavano fuori dalla porta gridando “puttana”, “disgraziata”. Questo tipo di discriminazione non l’ho vissuta negli Stati Uniti, ma c’è una forma di discriminazione contro le donne in America che è più insidiosa, che si nota di meno.

Da un punto di vista professionale, se ho incontrato degli ostacoli in quanto donna sono legati con che cosa significa nel 2021 essere donna, che è tutt’ora complicato. Il maschilismo non è sempre ovvio come quello degli uomini che mi insultavano all’ingresso di Radio Gela.

Le donne italoamericane si sono trovate a dover lottare da un lato contro la pressione di una cultura che diceva che non si può sparlare della famiglia e che le donne hanno un ruolo subordinato, dall’altro una cultura americana che discriminava gli italoamericani perché vedeva gli uomini come mafiosi e le donne in cucina a fare la salsa di pomodoro. Che la facciamo benissimo, ma facciamo anche moltissime altre cose!

 

– Immagino tu abbia avuto negli Stati Uniti la possibilità di conoscere altri siciliani e siciliane oppure dei loro discendenti.

 

Ho incontrato moltissime persone siciliane. Siamo dappertutto. Ma a volte anche chi non viene dalla Sicilia nutre un affetto particolare per la Sicilia. La Sicilia è un luogo mitico e simbolico che fa sentire anche a chi non ha origini nell’isola un senso di connessione viscerale con lei, soprattutto per chi l’ha scoperta in tutta la sua ricchezza e complessità culturale solo recentemente.

Su Facebook ho creato un gruppo sulla diaspora siciliana che si chiama “Ll’ammicu”. Ll’ammicu è un termine siciliano che indica un desiderio forte, ma così forte che ti fa male, ed è un’espressione che descrive il desiderio del bambino che vuole la mamma ma la mamma non c’è. È il desiderio così forte e così doloroso e ti lascia un vuoto, ma nasce da un amore profondo. Credo che questo desiderio sia quello che noi siciliani all’estero abbiamo in comune, la maniera viscerale in cui ci manca la Sicilia.

Non voglio essere qui sentimentale o nostalgica. Molto spesso si viene criticati per essere nostalgici, però per me la Sicilia, così come è per tanti, non è semplicemente una geografia fisica. È una psicogeografia. È un posto dove sento tutte le radici fisiche, emotive e culturali del mio essere.

 

– Conoscendo e incontrando persone da tutto il mondo, senti la voglia di raccontare a loro attraverso la quotidianità, avvenimenti banali, la tua terra di origine?

 

I proverbi, le leggende, le storie delle ricette. Amo le lunghe cene in cui si racconta e si condivide - sono degli spazi magici, che si ritrovano anche nella scrittura. Per esempio, in un breve memoir intitolato “Carne a bagnomaria” scrivo di un piatto che sia mia madre che mia nonna cucinavano, molto semplice, che contiene tanta memoria, un senso di conforto e appartenenza alle mie origini.

Il cibo è una tematica a cui io ritorno moltissimo, come tante scrittrici italoamericane o emigrate in generale. È il soggetto di un’antologia che ho curato con Luise DeSalvo, The Milk of Almonds. Quando parti le cose che ti puoi portare sono limitate, però una delle cose che ti puoi portare sono i ricordi e le ricette. Quindi le ricette diventano una maniera per poter replicare in continuazione ai fornelli questo senso di appartenenza. Poi il cibo ovviamente evoca tutta l’esperienza dell’olfatto, del tocco, della vista, tutti i sensi vengono risvegliati.

Il gesto di prendere il basilico e metterlo nella salsa di pomodoro, non solo delle foglioline ma tutto il rametto, è un gesto di mia madre, di mia nonna, della mia bisnonna. È la maniera in cui sono qui ma sono anche ancora lì.

 

– Questo fattore della cucina come collegamento, credi di averlo trasmesso anche ai tuoi figli?

 

Sì. Mia figlia è una bravissima cuoca, e con lei ho condiviso tante ricette.

L’anno scorso quando ci siamo ritrovati bloccati a casa nell’isolamento della pandemia io ho cominciato a fare il lievito madre, che non avevo mai fatto. Dopo qualche fallimento mi è riuscito e ho cominciato a fare pizza e pane, e anche mio figlio, che prima non cucinava, è stato coinvolto. Lui aveva il suo lievito madre che poi si è portato con sé in Maryland, dove abita. È stata un’esperienza molto bella. Quando cucino con i miei figli ho questo senso molto forte della continuità del passato, con mia madre e mia nonna materna, e del fatto che te ne puoi andare, cambiano i luoghi, passano gli anni, ma ci sono sempre delle connessioni profonde.

 

– Qual è la cosa della tua cultura di origine per cui le altre persone mostrano più curiosità?

 

Il cibo sempre. Poi credo che molte persone trovino affascinante quell’incontro tra storia, mito e paesaggio che si trova in Sicilia. Il mito ovviamente è qualcosa che ha la possibilità di aprirsi e di essere compreso da chiunque.

Penso che molte persone che vanno in Sicilia siano sorprese dalla ricchezza dell’architettura e della storia. Molto spesso si pensa alla Sicilia come un paesaggio naturale ma che non abbia un grosso passato storico. Quindi dipende da quello che si sa della Sicilia. Ovviamente le persone che mi sono care imparano tanto della Sicilia attraverso me e tanti sono andati poi in Sicilia.

Una cosa che ho desiderato tanto è di poter fare un corso di scrittura della memoria in Sicilia al Castello di Aci Castello. Quello sarebbe un sogno.

 

– C’è un aspetto della Sicilia che hai ritrovato in America?

 

La prima volta che mi sono sentita veramente a casa è stata quando mi sono trasferita nel New Jersey. Lì ho sentito un senso di familiarità, perché il New Jersey, che è soprannominato “The Garden State”, ha una natura incredibile ma allo stesso tempo è uno stato terribilmente industrializzato, rovinato dalle industrie. Mi ha riportata subito alla Sicilia e soprattutto a Gela dove l’industria del petrolio ha causato tantissimi danni ecologici che io ho vissuto, anche perché mio padre era un ambientalista e ha lottato in questo senso.

Sul New Jersey ci sono tante battute e scherzi, soprattutto a New York. È bistrattato e questo un pochino mi ha ricordato della Sicilia.

Non voglio comunque creare confusione e far pensare che vivo la mia vita in anelito costante per la Sicilia, questa è una parte di me stessa, poi ovviamente vivo la mia vita americana che mi dà soddisfazioni professionali e personali. Però la domanda mi piace molto, ed è anche una cosa di cui ho scritto in alcune poesie. 

 

– Quali sono le cose della Sicilia che non ti mancano, dei pregi che hai trovato negli Stati Uniti e ti spingono a rimanere lì?

 

Io insegno all’università dal 1990. Mi piace insegnare all’università americana, ho potuto fare una carriera basata sui miei studi. Volevo fare una carriera universitaria in Italia, ma era quasi impossibile. Non voglio dire che per me è stata una carriera facile, ma ho avuto la possibilità di farcela. Ho potuto pubblicare i miei scritti. E mi piace anche vivere in un ambiente dove c’è tanta diversità culturale.

Faccio parte di una bella comunità di scrittori. Per tutti gli svantaggi e le perdite che accompagnano l’esperienza della migrazione ci sono dei vantaggi creativi, perché l’essere emigrato ti dà delle prospettive multiple. In un certo senso ti sdoppi e ti raddoppi come persona.

 

– Scrivendo da lì della Sicilia, ricordandola, quali sono delle cose che non ti piacevano e ora ti mancano, o cose che davi per scontate e di cui ora senti la mancanza?

 

La passeggiata sul corso! La scrittura ha una maniera di ricreare e trasformare e darti anche una doppia prospettiva sul passato in modo che lo puoi rivivere o almeno ripresentare nell’esperienza di chi eri ma anche avere il vantaggio della prospettiva della persona che sei diventata. Quindi quell’esperienza diventa più ampia, si arricchisce, perché anche un’esperienza difficile quando viene ricreata nella scrittura diventa una cosa che dà molta soddisfazione. La scrittura è una maniera di rapportarsi anche col passato e con quest’altra dimensione geografica e culturale che ho lasciato ma che mi porto appresso.

Non poter essere presente nei momenti di difficoltà o di lutto della mia famiglia è una cosa che mi pesa molto. Vivo i dolori dei miei familiari in Italia in maniera quasi ritardata, a distanza, mediati. Questa è la perdita più grande.

 

– Prima hai detto che ti capita di fare qualche errore in italiano non parlandolo quasi mai. Invece con il tuo dialetto d’origine che rapporto hai?

 

Potremmo fare un’intera intervista su questo. Una cosa che ho fatto immediatamente al mio arrivo negli Stati Uniti è cominciare a scrivere il mio diario in inglese, per ambientarmi e assimilarmi alla mia nuova cultura, e da allora ho scritto sempre in inglese. Tutte le mie pubblicazioni, la mia scrittura, gli appunti, la lista della spesa, tutto in inglese. Ma nella mia scrittura metto moltissime parole in dialetto siciliano.

Io sono nata nel ’59, nel periodo in cui il dialetto veniva rimosso. I miei genitori erano entrambi insegnanti e nelle scuole si parlava solo l’italiano. La prima lingua che ho parlato da bambina piccolissima è stato il dialetto, ma poi è cominciata la proibizione. “Non si parla il dialetto”, come se fosse una cosa sporca. Sono cresciuta con questa autocensura. Però tutti gli adulti della mia famiglia fra di loro, e anche con noi bambini parlavano in dialetto, quindi io lo capisco perfettamente.

Ricordo che quando viaggiavo in altre parti d’Italia mi dicevano che non si sentiva che fossi siciliana, come se fosse un complimento.

Mia sorella più piccola abita negli Stati Uniti a dieci minuti di distanza da me. Tra di noi a volte ci mettiamo a parlare in siciliano, tutte e due col peso e la difficoltà di due donne che sono cresciute con l’idea che il dialetto non si parla. La perdita del dialetto è una cosa che mi fa molta rabbia. Mi sento derubata di un rapporto spontaneo con la mia lingua madre. L’italiano mi è stato imposto come lingua ufficiale, l’unica lingua che potevo parlare, mentre invece potevo crescere perfettamente bilingue così come lo sono tante persone. Avevo tanti compagni di scuola che il dialetto lo parlavano a loro agio. Io mi sentivo in questo senso marginalizzata perché non potevo parlare in dialetto.

 

– Nonostante i tanti anni di studio e lavoro con l’inglese, com’è la tua pronuncia? Ci sono molte persone che non si liberano mai dell’accento di origine

 

Io ho un accento fortissimo tutt’ora.

Alcune persone si liberano più facilmente dell’accento. Non so perché il mio accento è rimasto, ma non è una cosa che mi dispiace. È un pezzo di me stessa che sempre vivo, ogni giorno. Subito si sente che non sono nata qui, e mi piace che questo sia riconosciuto immediatamente invece di essere un segreto. Non a caso il mio primo libro si chiama Writing with an Accent.

Ovviamente non è sempre semplice. Negli Stati Uniti c’è tanta diversità culturale, ma se hai un accento molto spesso viene connesso con l’essere poco intelligente o non avere istruzione.

 

– Quando torni a casa in Sicilia, ti senti di non c’entrare più tanto come prima?

 

A un certo punto ti manca il terreno da sotto ai piedi, non sei né di qua né di là. Come Persefone, contesa tra la madre e il marito, l’Aldilà e l’Aldiquà. Lei va avanti e indietro, e l’unico spazio in cui si sente sé stessa non è col marito né con la madre ma quando si trova in transito. Questa è la realtà più autentica secondo me dell’emigrato, quello spazio in cui non sei né qui né lì e senti la tensione di tutte e due le forze, entrambe necessarie. Per questo c’è quello spazio in between. Viverlo pienamente è la maniera migliore in cui si può accettare che cosa significa essere un emigrato.

Quando rientro ci sono momenti in cui mi sento sicilianissima, o italianissima. Quando arrivo all’aeroporto di Roma e sento il rumore dei bar dell’aeroporto, l’odore del caffè, mi sento molto italiana. Quando comincio a vedere la Sicilia dall’aereo mi sento molto siciliana, anche se in quel momento comincio a sentire il dolore della futura partenza.

Trovi quei piccoli spazi in cui ti riconnetti con le parti di te che sono siciliane o italiane, però l’idea di poter rientrare in un senso di te stessa che è puro, solamente siciliano o italiano o americano, è una fantasia. A volte mi ritrovo a camminare per le strade di Catania e di Gela e mi aspetto di imbattermi nel fantasma di me stessa, della ragazza che ho lasciato, come se abbia continuato a vivere lì, ad avere una sua vita, e mi piacerebbe incontrarla e vedere che cosa ha fatto.

 

– Nel porti la domanda ho usato la parola casa per parlare della Sicilia, ma immagino che per te America e Sicilia siano entrambe case, allo stesso modo

 

Esatto. “Quando torni a casa” è una frase che mi fa girare la testa. Questa è casa, quella là è casa.

 

In un periodo forte più in Italia che in altre zone come quello del covid, come hai vissuto il trovarti così lontana?

 

È stato pesantissimo. Ho cominciato ad andare in quarantena con l’Italia, seguivo i tempi italiani. Tutti quanti negli Stati Uniti continuavano ad andare al ristorante, a uscire, e io ero in isolamento perché ero in contatto con la mia famiglia in Sicilia, a Roma e a Milano. Ero in uno stato di dolore profondo.

Penso di poterlo paragonare all’11 settembre, perché mia sorella minore abitava vicino alle Torri Gemelle. Io stavo andando in macchina a Jersey City, ho visto le Torri colpite e ho sentito la notizia alla radio. Ho chiamato mia sorella, ma poi ho perso il contatto telefonico perché i cellulari non funzionavano più. Avevano chiuso tutto, a New York non si poteva andare. Pensavo a mia sorella sola, vicino alle Torri Gemelle. Ero piegata in due a piangere, quello che è uscito da me sono stati suoni quasi animali.

È la stessa cosa che ho provato quando il covid è cominciato in Italia, il senso di non essere presente, di non poter aiutare. E mi sono sentita più italiana che mai. Tutt’ora, non sono tornata in Italia da quando è iniziato il covid. È pesantissimo. Sto morendo dal desiderio di rientrare.

 

– Hai mai pensato di tornare?

 

Sempre. La mia fantasia è una casetta vicino al mare ad Acicastello o ad Acitrezza. Ci penso sempre, soprattutto perché adesso ho i figli grandi. Penso: dov’è che voglio vivere la mia vecchiaia? Ovviamente ho il mio lavoro qui, la mia famiglia, mio marito, i miei figli, però penso che il desiderio di tornare sia una componente essenziale dell’essere emigrato. Non te ne puoi sbarazzare. Io ritorno quando posso, ho ancora tanta famiglia e tanti amici in Sicilia, però la scrittura è la vera maniera in cui ritorno. Scrivere significa ricostruire un pezzettino alla volta questo posto che hai lasciato ma che non ti ha mai lasciata.

Ci sono due maniere secondo me di stare connessi con la tua cultura quando diventi un immigrato: uno è di essere intrappolati in una specie di bolla di nostalgia. Non è stata la mia scelta. La mia scelta è stata vivere una vita ibrida, che mescoli tutto quello che mi sono portata e che continuo a portare appresso con quello che ho trovato. Non voglio essere intrappolata nella nostalgia e nel desiderio di ritornare, anche se quello è una parte di me stessa. Voglio vivere una vita piena che cerchi di incorporare e di trasformare questo desiderio in esperienza creativa, che mi apra alla possibilità di comunicazione con persone che vengono da altre parti del mondo, con cui condivido questa esperienza di vivere con un piede qua e un piede là.

 

Chiara Magrone

 

 


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