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Autore: Leonardo Sciascia, Giuseppe Leone
Editore: Electa
Titolo: La Contea di Modica
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Dal poderoso scritto “Il maestro di Regalpetra” di Matteo Collura apprendiamo che una copia di Fatti diversi di storia letteraria e civile (Sellerio, Palermo 1989), in cui sono raccolti diversi saggi, fu consegnata da Elvira Sellerio a Sciascia prima della sua morte.

È il quarantatreesimo libro cui egli ha dedicato le ultime attenzioni. Lo tiene in mano mentre aspira alcune boccate da una sigaretta che subito spegne. L’opera, il cui titolo dal gusto francesizzante richiama quella di Croce (da lui preferita), tratta argomenti sull’essere siciliani, tra cui scrittori e artisti che della Sicilia hanno dato un’immagine di universalità. Tre i bei saggi dedicati al territorio della provincia di Ragusa: La contea di Modica, Invenzione di una prefettura, in cui recupera il pittore del regime Duilio Cambellotti che decorò i saloni del palazzo prefettizio, Guastella, il barone dei villani.  

Il primo era apparso nell’elegante volume La contea di Modica (Electa, 1983), corredato dalle pregevoli fotografie di Giuseppe Leone (associato dal Nostro scrittore al fotografo francese Henri Cartier-Bresson per la spontaneità delle scene di vita colte in modo introspettivo). Vi narra Sciascia il territorio ragusano a partire dalla dinastia dei Chiaramonte e dei Cabrera con ampi riferimenti agli scritti di Filippo Garofalo, storico ragusano dell’Ottocento, e di S. A. Guastella, antropologo e scrittore di seconda generazione. Acuto lo sguardo nel cogliere il fascino barocco del paesaggio fino alla scoperta del prelibato cioccolato di Modica: «Altro richiamo per restare alla gola… È di due tipi, alla vaniglia e alla cannella, da mangiare in tocchi da sciogliere in tazze: di inarrivabile sapore, sicché a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto, e che il cioccolato altrove prodotto – sia pure il più celebrato – ne sia l’adulterazione, la corruzione».

Visitando gli Iblei, su proposta di Giuseppe Leone – così sappiamo –, non solamente si attenziona al paesaggio merlettato dei “muri a secco”, ma parla di una “Sicilia babba”, cioè “ingenua” e operosa nello stesso tempo che si riconosce nella tranquillità del vivere, nel benessere, nell’eccellenza dei prodotti. Il taglio dello scritto è pluricompositivo con il fulmineo stile giornalistico. Già il titolo dell’opera introduce alla dimensione socio-storica del paesaggio. Scaltro saggista, Sciascia muove da lontano. La spiccata attitudine nel reperire e amalgamare i dati si fa narrazione lucida e asciutta con venature a volte poetiche e viene fuori l’immagine di una società feudale che poté espandersi grazie al fenomeno dell’enfiteusi per il quale i grandi feudi si spezzettarono, dando luogo alla piccola proprietà contadina. Il suo lavoro, perciò, indaga complessi rapporti e va compreso nell’ottica dell’alternanza dei linguaggi, utilizzati in modo che potessero arricchire l’area in esame con specifiche vie interpretative. La forma narrativa è ad incastro, e Sciascia, componendo una luminosa antropologia, mette insieme storie di famiglie, distici e stornelli popolari, citazioni colte. Si può dire muto il testo riportato in Fatti diversi di storia letteraria e civile: sono assenti le fotografie di Leone, da lui scattate a metà degli anni Cinquanta, e in parte già pubblicate in lavori sull’area degli Iblei.

  Anche riguardo a Duilio Cambellotti Sciascia mostra uno sguardo retrospettivo, cogliendo particolari aspetti sull’affermarsi del fascismo ibleo.

Pennavaria, realizzando l’alleanza della nobiltà e della borghesia di Ibla con il ceto dei massari, da buon manovratore avviava un passo di decisivo significato che già, potremmo dire, prendeva corpo con la prima visita del Duce a Ragusa: il 12 maggio 1924 vi era giunto in automobile da Caltagirone per l’inaugurazione del Monumento ai Caduti. Personaggio di spicco del fascismo ibleo, poteva così agire in un territorio che, politicamente a suo favore.

Deluse per una serie di motivi le aspettative dei calatini che avevano nutrito il desiderio di Caltagirone come nuova provincia, l’avvenire di Ragusa e le sue fortune erano ormai legate ad una riforma che stava per compiersi: il primo gennaio 1926 il Consiglio dei Ministri approvava il provvedimento, emanato il 6 gennaio, per la costituzione del circondario di Ragusa ritagliato dal territorio di Siracusa. Il 26 Dicembre 1926 avvenne l’unificazione dei due Comuni, Ragusa inferiore e superiore, voluta dall’alto per dare una maggiore consistenza demografica al territorio e il 2 gennaio 1927 fu varato il Regio Decreto-Legge n. 1, entrato in vigore il 12 gennaio dello stesso anno, con il quale furono istituite 17 nuove Province, tra cui Ragusa, sede quindi di prefettura. Demolita la chiesa di San Giuseppe, i lavori per edificare il Palazzo del Governo iniziarono nell’ottobre del 1929 e si conclusero nell’aprile 1931.

Tredici anni dopo la prima visita, il 13 maggio 1937, Mussolini torna a Ragusa per inaugurare le opere pubbliche, tra cui la casa del fascio e la casa del balilla. Acuta l’intuizione di Leonardo Sciascia che aveva già intitolata la sua opera illustrata “Invenzione di una prefettura. Le tempere di Duilio Cambellotti nel Palazzo del Governo di Ragusa” (Bompiani, 1987). Duilio Cambellotti, dunque: l’artista al quale il 28 gennaio 1933 venne affidata l’esecuzione delle pitture murali nei saloni della prefettura. Realizzate poi a tempera. Valente pittore e scultore romano, architetto e autore dal 1914 al 1948 di scenografie per le rappresentazioni del teatro greco di Siracusa. Famosa la scenografia per “La nave”, tragedia di Gabriele D’annunzio. Anche quella di film storici fra cui “Gli ultimi giorni di Pompei” (1926), e di spettacoli del teatro moderno. Apprezzate le sue decorazioni di alcune sale del Palazzo dell’acquedotto pugliese a Bari; anche quelle del Palazzo del Governo di Littoria - oggi Latina -, dove spicca il ciclo pittorico della bonifica dell’agro pontino legato al tema del grano. A Ragusa, le scene rappresentate nelle pareti dei tre saloni di rappresentanza colgono diversi aspetti con incisiva eleganza figurativa. A parte l’apologia del fascismo che senza eccessiva retorica ha un suo vigore espressivo in un combattentismo purificato dagli orrori della guerra, Sciascia specificamente apprezza in lui la coscienza emozionale del luogo, avendo messo in luce, stilizzandone gli elementi, il paesaggio e i mutamenti: dall’altipiano macchiato di carrubi alle cave di rocce asfaltiche.

   Il rapporto Sciascia-Guastella – che è abbastanza articolato –, come generalmente si scrive, non nasce negli anni Ottanta quando nel “Corriere della sera” del 10.12.1986 pubblicò l’intervento tenuto a Chiaramonte Gulfi in occasione del Convegno, da Sciascia presieduto, svoltosi nel medesimo anno (Ed è quello che si legge in Fatti diversi di storia letteraria e civile). Sciascia con ogni probabilità scoprì la presenza di S. A. Guastella nel panorama culturale siciliano dalla lettura del libro Del Sant’uffizio a Palermo e di un carcere di esso (opera postuma “di strettissima stampa”, curata da Giovanni Gentile), scritto dal demologo dell’Ottocento Giuseppe Pitré. Se ne stava occupando per la Morte dell’Inquisitore (1964). Parlando della pena del collaro (un anello di ferro, infisso in una murata della piazza, il quale si apriva o chiudeva con apposito congegno), diffusa anche a Racalmuto, cita i versi raccolti dal Guastella e trascritti ne I canti popolari della Contea di Modica, libro rarissimo e non più pubblicato da quando per la prima volta fu dato alle stampe (1876).

Indubbiamente il libro di Guastella dovette destare la sua curiosità, e sicuramente l’avrà nel frattempo reperito in qualche biblioteca, assieme ad altre sue opere quali Padre Leonardo, nonché Le parità e le storie morali dei villani (1884), di cui si occupa nel saggio Feste religiose in Sicilia (1965). Qui lo scrittore racalmutese, evidenziando lo spessore intellettuale e letterario dell’antropologo di Chiaramonte Gulfi, delinea un’analisi suggestiva dei modelli culturali e comportamentali dei contadini, sostenuti dal soccorso di Santi e dello stesso Domineddio le cui azioni contrastano con la dottrina cristiana. Lo studio confluirà nell’opera La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia (1970), dove nel saggio “Verga e la libertà” (datato 1963), oltre a citare un brano dei Canti popolari di Guastella sulla natura ribelle del contadino modicano, riporta il canto della messe, considerato “il canto della scatenata anarchia contadina, dell’odio verso ogni altra classe, e categoria sociale, della devastazione di ogni valore”. Egli, che conosceva in profondità l’anima siciliana, nell’opera antologica Narratori di Sicilia (1967), poi Salvatore Guglielmino, aggiornandola, la ripubblica sempre con l’editore Mursia, nel 1991), aveva già affermato che le parità guastelliane compongono “un ritratto della condizione umana non indegna di figurare accanto a I Malavoglia”.

 L’aristocratico di Chiaramonte Gulfi è visto in una zona di equidistanza tra Verga e Pitré.

 L’intuizione è profonda:

Ora a me pare che Serafino Amabile Guastella stia, con la sua opera, come un punto intermedio tra “l’epopea del vicinato, così come veniva svolgendosi nei cortili e nelle case nei pomeriggi estivi e nelle sere invernali, e I Malavoglia e le novelle rusticane del Verga… E dicendo “un punto intermedio” non voglio indicare un valore letterario che sta tra la registrazione di una voce narrante (coi mezzi del Pitré o con quelli di oggi) e il suo trasformarsi, trasmutarsi e decantarsi – in uno scrittore come il Verga – in memoria e fantasia; voglio dire, piuttosto, di un intendimento, di un tipo di attenzione, di un giudizio per cui quel mondo, il mondo contadino della contea di Modica nella seconda metà dell’Ottocento, viene come assunto in vitro al di sopra del documento e prima che lo si assuma nel sentimento: dando luogo a una specie di genere letterario che tiene più del “conte philosophique” che del romanzo o racconto di verismo lirico qual viene manifestandosi in quegli anni. 

 

Federico Guastella  

Leonardo Sciascia


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