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Argomento: Storia
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Ragusa, 4 ottobre 2021 — Le foto mostrano l’insieme ed un dettaglio del prospetto principale di una antica masseria fortificata, e per “antica”, in questo caso, s’intende davvero uno dei più antichi esempi di questo genere sull’altopiano ibleo.

 

Il primo nucleo di quella costruzione è infatti datato 1615. Sono pochissime le case iblee che possono vantare una tale longevità, posto che il 9 e 11 gennaio 1693 rimasero in piedi poche (ma non pochissime) case.

Come molte masserie, anche questa di contrada Stanislao venne rimaneggiata nel tempo. Tant’è che la nostra foto mostra il cartiglio dell’ingresso con molto chiaramente scolpita la data 1751. Sono pertanto trascorsi esattamente 260 anni da quando l’anonimo scultore collocò quella chiave di volta dell’arco che introduce al baglio della masseria.

Per il resto è una delle tante: baglio, stalle, casa “abitaria”, carretteria, e poi un enorme (oltre una salma) vignale (ovvero il campo recintato con mura alte almeno tre metri per consentire la coltivazione dell’uva). Ma quella casa, che assume la forma attuale due secoli e mezzo fa, è oggetto di una leggenda.

La riportiamo per come ci è stata raccontata dal professore Giorgio Flaccavento, presidente della Società Ragusana di Storia Patria, con l’avvertenza – sarebbe inutile – di considerare il racconto una leggenda, non un resoconto stenografico.

 

Si racconta…

Si racconta che la grande masseria di contrada Stanislao fosse di proprietà dei quattro fratelli A., due fratelli e due sorelle. Nessuno sposato, senza eredi diretti se non i nipoti (e la famiglia in questione, tra le più ricche e potenti del circondario, ha sempre avuto notevolissima prolificità, e pertanto non mancavano certo nipoti interessati all’eredità). I quattro fratelli raggiunsero un’età veneranda e la loro casa divenne oggetto di bramosia da parte dei nipoti. Un giorno, era Pasqua, alla masseria arrivò un graditissimo regalo: turciniuna, mpanate, cassatelle. Mittenti i “cari e affezionati nipoti”.

Felicissimi, i quattro anziani stavano per addentare quel ben di dio. Ma con un urlo perentorio vengono bloccati da tale Pasqualino D. loro fattore, vero e proprio factotum dell’azienda e della famiglia.

“Ma siete pazzi – spiega loro l’uomo di fiducia – e se fosse cibo avvelenato da chi si augura la vostra morte per poter incassare l’eredità? Non vi dovete azzardare! Facciamo mangiare un pezzo di carne al gatto. E vediamo cosa succede!”

Il povero gattino si lanciò sul turciniuni (piatto tipico pasquale dell’altopiano ragusano, fatto di frattaglie di agnello all’interno del budello dello stesso animale e cucinato a fuoco lentissimo dentro il “tiano”, pentolaccia in terracotta). Morì in meno di due minuti.

Grati per aver salvato loro la vita, i quattro fratelli A. non mancarono di ringraziare il buon Pasqualino D. Il martedì dopo Pasqua andarono dal notaio e ratificarono, nero su bianco, che il loro unico erede, a cominciare dalla casa di contrada Stanislao, era solo e soltanto Pasqualino D., e che agli affezionati nipotini andasse solo un cordiale grazie per il lauto e “condito” pranzo pasquale.

 

Saro Distefano


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