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Cultura
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Argomento: Letteratura
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Forse è poco noto che Sciascia, sin da giovane, abbia avvertito il fascino dei luoghi e delle storie, delle memorie, delle persone e delle parole paesane. Nell’articolo ‘Paese con figure’, scritto a ventotto anni e pubblicato nel 1950 su “Galleria”, aveva felicemente tratteggiato un bozzetto artistico in cui è lo straniamento a riconciliare con il paese natio:

 

Quando saremo lontani da questo piccolo paese in cui siamo nati e viviamo, quando finalmente ci sentiremo nascere dentro amore e nostalgia per le cose che oggi ci circondano e mortalmente ci annoiano – di queste povere case ammucchiate, di queste persone che ogni giorno incontriamo, il nostro ricordo riuscirà forse a comporre una di quelle infantili e amorevoli costruzioni in cui cubetti di legno e figurine di coccio fanno affettuosa armonia; una povera e incantata armonia; come uno di quei presepi a cui intorno a Natale si affaccendano grandi e piccini e che, dal re dell’acquaiolo, raccolgono tutte le umane attività e significazioni. Quello sarà veramente il nostro paese: perché la lontananza darà dolci cadenze alla noia di oggi e all’angustia; e diventerà un po’ amore quel che ora è insofferenza e reazione. Intanto, poiché ancora in nessun modo lo amiamo, una pausa della nostra insofferenza ci permette di immaginare come sarà nel ricordo di noi lontani, come nascerà quell’insieme nitido e minuscolo come un presepe.

 

  È dunque la lontananza, che facendo cambiare prospettiva, produce amorevole nostalgia per il presepe-Racalmuto, dove gli sguardi accesi “brulicano dietro l’inganno delle imposte chiuse”, dice Sciascia in una sua poesia, e dove nei circoli oziosamente si conduce la vita.

   Nel 1982, pubblica Kermesse da Sellerio: una raccolta di modi di dire in dialetto su abitudini raccolti nel territorio di Racalmuto. Indicati in ordine alfabetico come nella forma del dizionario, ciascuno di essi è seguito da un puntuale e godibile commento. Una sua nota spiega il senso della silloge:

 

Intitolo questo libretto Kermesse per collegarlo, anche se vagamente, a quell’altro di venticinque anni fa, Le parrocchie di Regalpetra: poiché “Kermesse” è, nei Paesi Bassi e nel settentrione della Francia, la festa della parrocchia. La parrocchia è quella di Racalmuto, in provincia di Agrigento: dove sono nato e dove effettualmente vivo. La festa che si celebra in queste mie note – scritte tra il 1975 e l’altroieri – è quella della memoria.

  

Il maestro di Regalpetra ritorna al paese natio, mettendo in atto il piacere del ricordo. Tanti gli aneddoti raccontati sull’espressione indicata e si rimane stupiti del fascino che il narratore esercita, illustrandone origine e significato. Volendo ora portare qualche esempio, andiamo alla voce Nun mi futtinu: dintra ci su’ li cavaddi. In lingua, “Non mi fottono (non me la fanno): dentro ci sono i cavalli”. Era il 3 novembre del 1880 quando per la stazione di Racalmuto transitò il primo treno. Tanta la folla che assisteva al sorprendente, prodigioso spettacolo. C’era anche Camillo Picataggi: “vecchio galantuomo” mai allontanatosi dal paese. Non si dava pace, non riusciva a comprendere come una locomotiva a vapore potesse trainare le carrozze di un treno. Il vapore, pensava, poteva al massimo muovere il coperchio “di una pentola che bolle”. Impossibile quindi che mettesse in movimento carri “grandi come case”. Tutti si aspettavano che si arrendesse vedendo la locomotiva, ma “dopo un momento di perplessità”, pronuncia quella frase, rimasta nel parlare popolare a significare gratuita e testarda diffidenza, in genere; oscurità di mente nel progresso, in particolare”. Ostinatamente era rimasto fermo nella sua convinzione: che dentro, senza essere visti, vi fossero i cavalli.                                                                                                    

   Due anni dopo, l’operetta Kermesse rifluisce nella più ampia raccolta intitolata Occhio di capra, pubblicata da Einaudi (1984, edita nel 1990 da Adelphi), dedicata «ai miei nipoti Fabrizio, Angela, Michele e Vito: perché ricordino». Il titolo, in dialetto uocchiu di crapa, è desunto da una voce già presente in Kermesse e indica un fenomeno atmosferico: “del sole quando, al tramonto, è tagliato obliquamente da strisce di nuvole: per cui appare come una pupilla che guarda strabicamente”. Potrebbe essere “indizio di pioggia, per l’indomani alla stessa ora”.

   Un paese, che cos’è un paese sembra chiedersi Sciascia nella Notizia che apre il libro:

 

E così profondamente mi pare di conoscerlo, nelle cose e nelle persone, nel suo passato, nel suo modo di e essere, nelle sue violenze e nelle sue rassegnazioni, nei suoi silenzi, da poter dire quello che Borges dice di Buenos Aires: «Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato». Mi pare cioè di sapere del paese molto di più di quel che la mia memoria ha registrato e di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso: un che di trasognato, di visionario, di cui non soltanto affiora – in sprazzi e frammenti – quella che nel luogo fu vita vissuta per quel breve ramo genealogico della mia famiglia che mi è dato di conoscere (…), ma anche tutta la storia del paese dagli arabi in poi. Ed ecco un fatto di per sé borgesiano, del Borges di natura e quotidiano: non riesco ad immaginare, a vedere, a sentire la vita di questo paese prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero. Ed è piuttosto facile scoprirne la ragione: la mia residenza qui, quella che di molto precede la nascita, è cominciata con gli arabi, dagli arabi.

 

   Sicché, un paese non è solo un fatto anagrafico, ma si colloca in una zona ancestrale: è abitato ancor prima dalla nascita vera e propria. Ci si potrebbe riferire ad una sorta di codice genetico in cui è iscritto un inesorabile destino. La genesi è remota, assai antica, e noi c’eravamo già stati. Si tratta della scoperta di vite e di eventi storici anteriori che hanno poi trovato il sigillo della certificazione burocratica? Racalmuto è la Sicilia di Sciascia: “Isola nell’isola, come ogni paese siciliano di mare o di montagna, di desolata pianura o di amena collina”. Ed egli ne spiega l’etimologia: «Rahal-maut, villaggio morto, per gli arabi: e pare gli abbiano dato questo nome perché lo trovarono desolato da una pestilenza».  Diversamente dalla terra di Quasimodo, ricca di acque (“sui fiumi stretta al mare”), quella di Sciascia è arsa: lontana dal mare “come fosse al centro di un continente”. In realtà, lo scrittore precisa che la distanza dal mare africano è di pochi chilometri, e cita la cittadina di Porto Empedocle: la raggiungevano al porto i carretti carichi di zolfo che partivano la sera e arrivavano all’alba. La Sicilia, quella dell’interno, nulla concede alla bellezza del paesaggio e ha il senso della morte. Così gli si era manifestata nella poesia che intitola la silloge La Sicilia, il suo cuore:

 

Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi
che s’incidono come filigrane.
Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce - e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.
Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.
Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.
Qui la Sicilia ascolta la sua vita.

   Non può non sfuggire ad apertura della lirica il contrasto tra il dinamismo di Chagall è l’immobilismo d’una terra, dove i corvi, le stoppie bruciate, gli alberi rari non hanno la sorridente presenza delle ninfe; palesano in definitiva una Sicilia che «ascolta la sua vita»: quella della vittoriniana coscienza offesa.                

   Assumendo come riferimento l’operetta Morte dell’Inquistore (1964), la Sicilia ha generato “le migliori energie intellettuali dell’isola” aperte a una coscienza laica. È per esempio il caso di Diego La Matina, definito «famoso empio» più di un secolo dopo dal marchese di Villabianca. Il paese tentò di dimenticare l’eretico. Ma l’eresia era come una vena sotterranea, nascosta: la lata eresia della ragionevolezza, della ragione, del vaglio critico, ironico e beffardo, da cui sentimenti, passioni e idee vengono filtrati. 

   In proposito, Sciascia fa parlare lo stemma del suo paese:

 

Chi scelse – tra il Sei e il Settecento, è da presumere – come stemma del Comune (che allora si diceva Università) un uomo nudo che fa il segno del silenzio di fronte a una torre ermetica, e sotto, in latino, la scritta ‘nel silenzio mi fortificai, forse alludeva al silenzio che prudenza vuole si faccia di fronte al potere, ma non a un silenzio di desistenza, di quiescenza”. Diego La Matina: l’uomo denudato dal potere; eppure, uomo silenzioso e resistente che sfida la compatta torre a lui difronte. Il suo è silenzio di condanna e quando diventa parola si fa aspro e tagliente: “Si ama più tacere che parlare. E quasi che i lunghi silenzi servano a fortificare il raro parlare, quando si parla si sa di essere precisi, affilati, acuti, arguti...

 

   Con Diego La Matina Sciascia continua a fare del paese il luogo della ricerca della verità, aprendo la letteratura al fascino del pensiero eversivo attraverso il modello del poliziesco con l’intento di decifrare ogni mistificazione.

 

Federico Guastella

 


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