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  • Argomento: Letteratura

Ragusa conobbe momenti di genuino patriottismo. Lo testimonia un libriccino in cui il prof. Filippo Nicastro, rievocando le nobili gesta del proprio padre nella rivoluzione del 1860, scriveva: «La sera del 16 maggio, mentre la musica di Verdi, grande ispiratrice d’idee liberali, animava il nostro teatro, Luciano Nicastro – mio padre di cara e venerata memoria – forte nei migliori destini nella patria scese in piazza con pochi aderenti e in mezzo agli evviva e ai battimani degli astanti, ai quali si unì il pubblico accorso dallo spettacolo, inalberò nel nostro San Giovanni il sacro vessillo dell’insurrezione, che l’alba dell’Ascensione, tra il suono delle campane e un gran popolo plaudente, vide sventolare bello dei tre colori e dell’epigrafe “Viva Vittorio Emanuele, Viva l’Annessione e i Fratelli Italiani».

Analoga azione era stata da lui compiuta in occasione della rivolta del 1848: «…il giorno del genetliaco del Re, per attestare maggiormente l’odio alla dinastia, mio padre, messosi alla testa del movimento rivoluzionario di Ragusa, la fece insorgere facendovi sventolare il tricolore sulla cima dell’alto campanile di San Giovanni al grido di: “Viva la Costituzione, Viva Pio IX». 

Saggista, narratore e poeta il nipote Luciano (Ragusa 1895 - Milano 1979) che del nonno raccolse l’eredità politica. Le idee futuriste e marinettiane risolutamente lo indussero dapprima a innovare le modalità espressive e all’interventismo dopo. Ne ha parlato lo storico Giuseppe Barone nella pregevole opera, edita a cura della Banca Agricola popolare di Ragusa, Gli Iblei nella grande guerra (2015). Precisamente nel capitolo “Intellettuali e consenso. Futuristi a Ragusa”. E già il poeta Carmelo Conti aveva messo a punto una dettagliata biobibliografia nell’antologia “Il vento a corde degli iblei”, recante testi di autori iblei (1987).

Di famiglia borghese, Luciano Nicastro si laureò a Catania in Materie letterarie con una tesi sul futurismo e fu promotore, insieme ad altri, della rivista ragusana “La Balza”, dove pubblicava i suoi primi componimenti. Ma saranno i versi sintonizzati alla sua formazione umanistica a destare interesse, e in quest’ambito collocherei le due raccolte Canto del Podgora ed altre voci (SAME, Milano, 1958) e Pastorali (Confalonieri, Milano, 1966). Nel corso del conflitto mondiale del ‘15-’18 ebbe come madrina di guerra Eleonora Duse e combatté sul Carso. Struggenti nel suo diario di guerra “La nostra salvezza. Lettere di guerra 1915-1918” (in copertina per un refuso il nome risulta alterato). Orgogliose le parole di una mamma “italiana” che si rivolge al figlio per assicurargli la soccorrevole presenza al fronte, invitandolo a non farsi prendere dall’angoscia: «Figlio, la divisa vuole che tu non sia più ragazzo, ma uomo, ed io ti immagino forte e valoroso! Non perderti mai di coraggio; metti in pratica tutto ciò che hai appreso a scuola e da mamma tua, e non avrai alcun male. Scrivimi tutti i giorni, pensami, ma per aver forza, non per scoraggiarti! Io ti aiuto, da lontano, in ogni cosa. Se hai un buon superiore, amalo, fallo conoscere bene ai tuoi compagni, e tutti insieme lasciatevi guidare da lui! (…). Sii sincero e leale: la trincea accrescerà la tua virtù! ...». 

Acuto il commento di Giuseppe Barone: «Questi frammenti di corrispondenza non solo rappresentano una vivida testimonianza della letteratura “di genere” e del contributo delle donne alla tenuta del “fronte interno”, ma soprattutto costituiscono un modello “materno” di iniziazione patriottica che rimanda ai più vasti processi di nazionalizzazione avviati anche nel Mezzogiorno. Il cordone ombelicale affettivo che supporta il rapporto ancestrale madre-figlio costituisce uno dei tratti peculiari della Grande Guerra degli italiani e dei profondi legami che collegando prima linea e retrovie mantengono alti lo spirito di resistenza e l’amor di Patria».

Poi la rotta di Caporetto che Luciano Nicastro visse con rabbiosa vergogna, auspicando un riscatto sul fronte del Piave: «L’umiliazione della sconfitta e l’amarezza per il disonore non meritato costituiscono il filo rosso del diario di Nicastro, che descrive la lunga ritirata in uno scenario di morte e di desolazione, con scarso cibo, vestiario a brandelli e senza un attimo di riposo, tra incursioni nemiche, folle di profughi vagabondi, e nell’assenza di collegamenti tra comandi e  truppe» (Barone).

Accorati versi, affidati anche alla nostalgia, quelli della raccolta “15 Aprile 1917”, raccolti in una ventina di pagine e dedicati al padre: «A mio padre / come anche alla mamma morta / questo primo fiore di figlio / che combatte, / quanta dolcezza di primavera / nel dolore, / il loro Luciano / che non è più un ragazzo». Li scrisse durante una convalescenza in un ospedaletto da campo e li fece pubblicare a Ragusa nel 1917 dalla tipografia Piccitto. “Nazione nostra per tutti” chiama la Patria in pace, ed è l’accostamento alla lingua orale dei padri a fargli esprimere la genuinità dei sentimenti: «Il dialetto porta con sé tutti gli amori, gli odori, le tracce di vita privata che ci legano alla famiglia, al paese, con immagini quiete. Quando parlano così è la nostra regione lontana che si trova qui raccolta, coraggiosa e nostalgica, che ci dà la parola giusta e trasforma la stessa immobilità della trincea. Cos’è il dialetto in queste giornate di fatica, se non la gioia di dire: sono con i soldati della mia terra! Che lavorano, lavorano e non si stancano mai, perché dicono: Signor Tenente, c’è lei che ci conosce!».

Amico di Quasimodo, sviluppò l’amicizia con Francesco Flora, il cui sodalizio contribuì decisamente all’approfondimento degli interessi letterari. Professore dapprima a Messina e poi a Milano, fu anche preside dell’Istituto “E. Lombardini” del capoluogo lombardo. Segnato dalla morte prematura del figlio in età adolescenziale, i racconti inclusi nell’opera “Gli angeli sul marciapiede” (I.P.L. Milano 1940) testimoniano l’accorato sentimento paterno in un dialogo ininterrotto con l’amato Giuliano. Nell’introduzione Francesco Flora, amico di famiglia, ha scritto che le pagine recano la descrizione dei luoghi più volte udite al telefono dalla voce ridente e pensosa di Luciano: «E questa è la fonte Aretusa coi mùggiti e i colombi e i papiri: e questo è il deserto che sembra suolo d’Africa: là rintrona il pozzo fresco su cui s’affaccia il ramarro; e qui è il luogo che a Giuliano, già lettore del Tasso, ricorda gli alberghi solitari dei pastori ove Erminia si rifugiò; e questo è il vulcano ove Efesto temprava gli scudi e le armi agli Dei e agli eroi: e queste le miniere di Ragusa ove le pietre hanno scritto in lenti segni la storia dei lor millenni».

La prosa, cristallina, elegante e di armonioso equilibrio, suggestiona per l’affabile andamento confidenziale in cui fotogrammi di una bellezza impalpabile segnano un percorso dal mare al fiume alla campagna e scorrono con lentezza per far meglio gustare i frammenti di vita rappresentati con bucolica serenità. Così il viaggio delle rimembranze consente di ritrovare il tempo amato, fa da tramite fra lui e il figlio e si snoda con accattivante tenerezza, amalgamando i dati di cultura con i vissuti: «A te piace vivere in queste terre strane con tutti i ricordi delle tue letture belle. Nella mattina spoglia di nubi ed azzurra torna il tempo dei poemi: e l’aria della Grecia invade le campagne con un vento profumato di alghe che sembra abbia or ora spinto all’approdo la forte vela di Odisseo». Ora l’ex giovane imbevuto di cultura futurista cita sant’Agostino e sente il mistero di Dio. Visionario talora lo sguardo quando laicamente medita sul miracolo della resurrezione di Lazzaro. E gli pare in certe sere nebbiose di rivedere Giuliano: «… ti ho sentito venire; ti ho veduto mettere un braccio sulla tavola. Hai piegato il capo stanco, e non ho osato toccarti… Solamente nei sogni riprendi la vita terrena e ti intrattieni e discorri».

La parabola esistenziale sembra così concludersi con un netto capovolgimento di segno: l’animo del poeta, dall’alto del mondo, sente il richiamo dell’infinito che introduce a una sintassi di luce: la ragione dell’esistenza nella potenza di Dio (“Visione” del cosmonauta in “Pastorali”). Nicastro, lettore accurato del Novecento di cui ha delineato un profilo critico (Volume V della “Storia della Letteratura Italiana” di Francesco Flora), ha il fascino della poesia della grecità vissuto col gusto della quotidianità.

Vita e poesia, dunque le costanti d’una scrittura essenzialmente umanistica e misuratamente emozionale. Un cantore del paesaggio ibleo per un’esigenza di approfondimento in campo morale: tra accenti cosmico-religiosi e tonalità mitologiche. Un amore non arcadico né sentimentalistico per la natura, il suo. Magico e mitico potremmo dirlo, profondo e meditato.

 

Federico Guastella

 

 

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry

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