Cultura
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  • Argomento: Cultura

Nella lenta e difficoltosa circolazione delle informazioni, assumeva particolare rilevanza la ‘lettera’ che consentiva di mettere in comunicazione i corrispondenti di paesi diversi. Ma la corrispondenza epistolare era riservata a pochi; ai molti le notizie giungevano mediate da singolari personaggi – vere e proprie figure di animatori culturali – come, per esempio, il cantastorie che informava anche su eventi socialmente importanti.

Allora il tempo sembrava più ‘lungo’ e scandiva i ritmi nell’apparente uniformità dei momenti quotidiani. C’era un’altra figura da non dimenticare: quella del banditore che annunciava norme civiche, ricorrenze e date della comunità: una sorta di gazzettino del paese, a cui si aggiungeva il poeta vernacolare, colto o semicolto, che rendeva partecipe il popolo di taluni risentimenti o di eventi che egli apprendeva dai giornali. Merito il suo di ampliare il cerchio della ristrettezza geografica e culturale della piccola società agricola ed artigianale. Queste riflessioni mi sono venute in mente rivisitando le “Storie” di Giuseppe Bonafede (Chiaramonte Gulfi 1857 – Ragusa 1941): può darsi che si tratti pure di altro, ma a me pare che vi si possa trovare il momento favorevole di un paese interessato a cogliere grandi e piccoli fatti di cronaca.

Indicato dalla tradizione come figlio naturale di Serafino Amabile Guastella, non se ne conosce la paternità e certamente nato da un’umile contadina. Pare che abbia frequentato il liceo di Modica e svolto incarichi saltuari presso il municipio del paese natio per vivere poi a Ragusa Ibla, dov’era conosciuto con il nomignolo di “U zzu Rusà”.

Nota la sua abitudine di offrire, in cambio di qualche soldo, le poesie scritte su foglietti volanti o di recitarle in piazza come farà Ignazio Buttitta. Dotato di ambizioni letterarie, filtrava le informazioni che gli giungevano dal ‘mondo’ e si dava così un posto privilegiato per la capacità di soddisfare le curiosità di una comunità la cui vita era scandita dai ritmi equinoziali e solstiziali.

Si potrebbe dire che egli abbia tentato un’operazione didattica intelligente, consistente appunto nel selezionare i fatti della ‘grande’ storia (la “Guerra di Tripoli” o la “Guerra europea” oppure il “terremoto di Messina e Calabria”) per adeguarli ai codici del destinatario a livello emozionale più che razionale. Alcune sue poesie, e piacevano tanto, facevano leva malcontento popolare conseguente al dramma dell’emigrazione. Specificamente della tassazione:

 

Stu guviernu ni coci e ni mazzía,

ni coci cu li tassi a fuocu lientu;

e ‘un sacciu comu sta supircìaria

accurdari ci pô lu Parlamientu.

 

(Il governo ci cuoce e ci strapazza,

ci cuoce con le tasse a fuoco lento;

ed io non so com’è che questa mazza

accordare gli può il Parlamento)[1]

 

Rinvenibile nei suoi versi una fede nel principio d’uguaglianza sorretta da una speranza tipica del socialismo pascoliano. In quest’ottica, egli è il poeta d’una prima forma di cultura politica delle cosiddette classi subalterne. Siamo nella Ragusa del primo Novecento quando in pieno periodo giolittiano si affermavano i primi schieramenti partitici e in occasione del suffragio universale venivano alla ribalta i primi personaggi delle circoscrizioni elettorali. Vale la pena di ricordare “Urpi affamata e campana sciaccata”: un comizio dialogato potrebbe definirsi la composizione da cui prendono fisionomia tre posizioni: quella del democratico Migliorisi, del liberale Cartia e di Campanozzi, socialista riformista di Catania. Evidenziando i meriti del barone Cartia a favore di Ragusa, la tesi prevalente era di sostenere, a prescindere dall’ideologia dell’appartenenza, uomini onesti, fattivi e ‘paesani”.

A ventisette anni, l’episodio sciagurato con infamia manovrato: il suo arresto con l’accusa di tentata rapina contro due passanti che gli costò la detenzione a 42 mesi (e rilasciato dopo 4 anni): egli stesso lo racconta nel poemetto “La mia storia[2]. Per mantenere la sua numerosa famiglia – dodici i figli -, cercava opportunità che gli facessero guadagnare qualcosa: le trovava negli espedienti ora del poeta in cerca di clienti a cui dedicare le poesie o del conoscitore e dispensatore di numeri al lotto. “U ditturi Pruvulazzu[3] rimane la rappresentazione efficace della sua vicenda esistenziale che non prospettava alcun futuro.

Il personaggio è costretto a difendersi dalle ristrettezze della vita con raggiri vari ai limiti e oltre la legalità. La cornice è di grande abilità narrativa tra sagacia e furbizia, unite ad una punta di cattiveria stemperata da una vis comica e ironica ad un tempo. Di raffinata perizia le sue poesie d’amore nella raccolta dialettale “Fiori Silvestri (saggio di canti popolari”), pubblicata nel 1910 per i tipi della tipografia editrice Destefano e ristampata nel 1980 dal circolo Acrille di Chiaramonte Gulfi con l’introduzione del prof. Dino Barone. Dedicò l’opuscolo di appena ventiquattro paginette alla sua nobile benefattrice Ignazia Crescimanno dei baroni di Donnafugata; forse egli stesso lo inviò allo scrittore palermitano Luigi Natoli, il quale lo recensì su “Il Giornale di Sicilia” del 20 giugno 1914. Non solo. Questi inserirà due ottave nella sua antologia “Musa siciliana” (Milano, 1922). Un’altra realtà, stavolta, quella del Bonafede che forgia endecasillabi ed ottave attingendo alla bella poesia: tanto limpida quanto melodica nel solco della tradizione dei canti popolari siciliani.

Un verseggiare ben riuscito per il fresco gusto delle immagini rese nel metro dell’ottava: la donna amata e l’innamorato manifestano sentimenti secondo una sensuale corrispondenza; l’erotismo si configura come desiderio e vagheggiamento di una bellezza che prende la fisionomia dai segni della natura.

 

AMURI

Iu la zàgara sugnu e tu l’oduri,                                                                                                                       

iu la lapuzza e tu vrisca di meli,

iu la girasa e tu sî lu culuri,

tu la parma fiurita ed iu lu peri;

tu fonti di billizza e di friscuri,

iu lu lippu ca suca e s’ammantèni,

iu lu specciu, tu l’uocciu di lu suli

ca jucannu jucannu si cci teni

 

AMORE

Io la zagara sono e tu l’odore,

io l’ape e tu favo di miele,

io la ciliegia e tu sei il colore,

tu la palma fiorita ed io il piede;

tu fonte di bellezza e di frescure,

io il musco che succhia e si mantiene,

io lo specchio, tu l’occhio del sole

 

che giocando giocando vi si tiene. La bellezza è in sostanza l’energia pulsante nella natura: incontaminata e tutta suoni, profumi, colori com’è nella composizione “La primavera e i dodici mesi dell’anno”[4], che conduce in un’atmosfera di contemplazione quasi francescana, di godibili sensazioni pressoché fiabesche. Ecco un frammento sulla rinascita della natura a primavera, cui segue la traduzione in lingua di Vann’Antò, docente del corso di Storia delle tradizioni popolari all’Università di Messina (1944-45):

 

Lu pumu cci sciuriu la capiddèra,

sbuòmmica sciùri la miènnula amara;

ni li nièspuli cc’è n’aucciddèra,

lu piru si vistiu, la viti spara;

lu sceccu rrumpi pastura e cignera,

sona la trumma, ma nuddu lu para;

lu granciu jsa li testi di la tana,

rriri la terra e canta la funtana.

 

Al melo rifiorì la capelliera,

vomita fiori il mandorlo amaro,

entro i nespoli è tutta un’uccelliera,

vestito è il pero, la vite s’ingemma:

l’asino spezza pastoie e ogni cinghia,

suona la tromba e nessuno lo para;

il granchio alza le chele dalla tana,

ride la terra e canta la fontana.

 

 

Federico Guastella 

  

 

[1]Pubblicato a Ragusa dalla tipografia editrice Destefano, il carme “Le tasse” è stato riedito a cura di Carmelo Conti (Gamma edizioni, Tipografia Criscione Junior Print, Ragusa, 1993). Ne ha curato la traduzione in lingua con un esiguo glossario su alcuni termini dialettali usati dal poeta. In Appendice è riprodotto anastaticamente il testo Destefano del 1910. Così Conti nella “Premessa”: «un tema questo che spesso è stato oggetto di trattazioni mirate da parte dei poeti popolari, mediante componimenti posti in essere forse soltanto al fine di esorcizzare in parte il quotidiano assillo, di cui si sono sentiti e si sentono gravati gli individui e le loro generazioni nel tempo, e che, appunto per questo, è stato certamente un tema non mai venuto meno all’esigenza primaria, sempre e largamente sentita, della più viva e ‘toccante’ attualità».

[2] Così Giuseppe Cultrera: «Per quale colpa un potente del tempo o più potenti avessero mosso la macchinazione non è facile oggi capire. Di certo si volle punire la sua intemperanza nell’attaccare alcuni politici del tempo, nel cavalcare le lotte contadine, le rivendicazioni popolari: un certo suo anarchismo irriverente” (“Il poeta dei “chiassi” voce in rima del popolo», in “La Sicilia”, 29 settembre 1991).

[3]A cura di Umberto Migliorisi, pubblicato nel 1985 da Utopia Edizioni di Chiaramonte Gulfi.

[4]I canti, in buona parte inediti, furono pubblicati a cura di Vann’Antò nel 1959 dalla libreria editrice Paolino di Ragusa. Raccolta che riporta le riflessioni espresse da M. Rapisardi, T. Cannizzaro, P. Maffi, L. Natoli. Ha scritto Umberto Migliorisi: «Tutto il libro (…), anche per le dotte note e le notizie biobibliografiche che contiene, è di un’importanza fondamentale per conoscere Bonafede e le qualità pittoriche e musicali della sua poesia. La “Primavera”, in particolare, ha una bellezza e una dinamicità tali da far pensare a un documentario d’arte, come testimonia l’attacco de poemetto…» (“La Sicilia”, 3 maggio 1994).

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry

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