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Articolo del prof. Uccio Barone su Archivio Storico Ibleo

 

L’opportunità di una breve riflessione sollecitata dagli amici del Rotary di Modica mi ha spinto a rileggere “L’Antico Carnevale della Contea di Modica” di Serafino Amabile Guastella, un’ opera che finora non ha goduto di molta fortuna tra gli  studiosi (con le eccezione dei contributi di Natale Tedesco e di Federico Guastella). Pubblicato per la prima volta nel 1877, riedito in una versione più castigata dieci anni dopo, questo saggio ha il pregio di documentare  i caratteri originali di una festività popolare che precede la Quaresima con accenti fortemente ribellistici ed anti sistema.

Dal giovedì grasso “delli lardalori” (il saporito minestrone che univa le famiglie ) alla “sdirrisira” del martedì successivo anche le città iblee si trasformavano in una grande scenografia all’aperto, nella quale le classi subalterne di contadini ed artigiani diventavano protagoniste di un gioco teatrale che per alcuni giorni consentiva loro di criticare senza censura le classi dominanti di nobili e civili possidenti con “muttetti”, “jabbi” , scherzi e lascive canzoni. Un vero e proprio “rovesciamento” di ruoli e gerarchie sociali, una rivoluzione temporanea che metteva alla berlina i potenti e restituiva al popolo libertà di parole gesti.
La ricerca antropologica di Guastella mette in evidenza come fino alla metà dell’Ottocento lo spazio pubblico del Carnevale fosse occupato da tre distinte “mascherate”, ciascuna con autonome rappresentazioni. Quelle dei nobili erano le più sfarzose ed eleganti, richiedevano mesi di preparazione per arredi e costumi e “cavalcate”. A Modica i Lorefice, i De Leva, gli Ascenso, i Polaris e i Grimaldi rievocavano  la scoperta dell’ America, il mito di Apollo e Dafni, le battaglie dei sovrani di Spagna contro i mori infedeli, con sfoggio di luminarie e figuranti; a Chiaramonte spiccava per lusso ed eleganza il corteo aristocratico dei Ventura, anche se l’Autore riconosceva soprattutto alle ricche famiglie di Ragusa  il primato delle barocche “cerimonie”. Ben altro tono avevano le mascherate degli artigiani: le antiche Corporazioni di mestiere preferivano i cortei bizzarri, con maschere e ‘diavoletti’ , con satiri danzanti “cascarde’ calabresi, cantori di “beffe’ e musici, oltre alle sfide di gruppo  di forza e di resistenza al vino, come nel caso del “tocco alla papalina”.
Erano però le mascherate dei villani  quelle più licenziose e sfrenate, non solo contro le istituzioni ed i nobili, ma pure contro i “massari” e la “mastranza”.  Guastella sottolinea la capacità satirica dei contadini di dipingersi il volto, di indossare parrucche di stoppa e  di tatuarsi il corpo allo scopo di descrivere vizi e difetti di tutti i ceti sociali e di fustigarli con versi poetici  e sboccate  gestualità: ad esempio, dei “mastri” si richiamava l’abitudine ad imbrogliare i clienti, la sporcizia degli abiti, la relativa facilità a farsi mettere le “corna” dalle mogli vogliose, così come andava richiamata l’icastica presentazione degli avvocati  “Pisciacalamaro”, abituati da sempre a dare ragione ai proprietari terrieri pur di opprimere i poveri villani. Il Carnevale dei contadini, dunque, esprimeva una ribellione globale contro l’ingiusta piramide sociale che li vedeva collocati all’ ultimo gradino. Si spiegano così l’atavica “tinturìa” di Vestru (1880) e l’ etica  rovesciata delle Parità Morali (1882) che simboleggiano l’ autodifesa di classe del mondo rurale. Anarchia sociale e caos primigenio come “esplosione” di contestazione creativa e metà politica.

L’Antico Carnevale” di Guastella contiene molti altri spunti originali di analisi storica e sociologica. Quì mi limito a segnalarne solo due. Colpisce in primo luogo la pungente descrizione delle feste licenziose che si tenevano presso gli  Ordini religiosi di Modica. Nel convento dei Carmelitani e soprattutto in quello di S. Domenico (oggi sede del Municipio) le serate “carnascialesche” degeneravano talvolta in vere e proprie orge, come avvenne nel 1839 (testimonianza del frate Diomede Galfo) allorché tutti i religiosi furono trasferiti altrove con esemplari punizioni. L’altro evento degno di considerazione è la “pace” che la “sdirruminica”  (e solo in quella occasione!) si scambiavano i cittadini dei due quartieri rivali agli inizi del XIX secolo: dopo finte scaramucce che mimavano le antiche “scissure”, sangiorgiari e sangiovannari celebravano il rito dell’abbraccio per trascorrere in condivisa allegria la festa. Anche in questo caso un “ribaltamento” politico e sociale: un Carnevale “virtuoso” , volto a contrastare le faide urbane.

Giuseppe Barone

 


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